Covid-19 e Gramsci: abbiamo evitato di trascurare i sacrifici inutili

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11 Aprile 2020

In questi giorni mi è capitato di rileggere Gramsci. Un incontro fortuito. Come un detenuto, nell’ora d’aria lungo il corsello dei box, ho scovato nel contenitore per la raccolta differenziata della carta alcuni libri – buttare libri è un crimine! Condivideteli, donateli, prestateli, ma non inceneriteli! – tra cui un volume delle opere di Lenin nonché, appunto, testi gramsciani. Politicamente parlando il mio condominio dà prova di grande maturità. Ma non è questo il punto.

Mi sono concentrato in particolare su un testo del 1987 edito da l’Unità intitolato “Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo”. La necessità di una simile pubblicazione viene chiarita nella premessa dall’allora direttore del quotidiano comunista Gerardo Chiaromonte, ossia un primo approccio al pensiero e alla vita di Gramsci a cinquant’anni dalla sua morte. Con evidente orgoglio Chiaromonte la definisce come “la più importante iniziativa politico-culturale-editoriale che un quotidiano italiano abbia mai tentato” volendo così contribuire “a un allargamento massiccio, straordinario, della conoscenza delle idee di Gramsci fra gli italiani e in particolare fra le giovani generazioni”, scommettendo sulla loro passione politica e culturale.

Dopo un primo momento di commozione per quella spinta idealistica, nostalgico per lo smarrito ruolo di faro della cultura nazionale da parte della carta stampata, mi sono addentrato tra le pagine del testo. Una parte cospicua è dedicata alle parole chiave del pensiero gramsciano, vero e proprio dizionario in miniatura per interpretarne formulazioni e intuizioni. Fra tutte a incuriosirmi è “Cadornismo”, neologismo riferito al generale Luigi Cadorna, capo di Stato maggiore nella prima guerra mondiale fino al disastro di Caporetto. Come chiarisce il Prof. Valentino Gerratana, filosofo comunista studioso delle riflessioni gramsciane, “Cadorna e Caporetto diventano ben presto […] metafore di un pensiero politico. […] Cadorna è visto da Gramsci come un burocrate della strategia: colui che sacrifica la realtà allo schema e che dopo aver costruito il suo piano strategico con ipotesi «logiche» non esita a dar torto alla realtà e si rifiuta di prenderla in considerazione. In questo tipo di strategia agli individui non spetta altra sorte che quella di essere sacrificati, e non ha senso quindi parlare di sacrifici inutili”. Gramsci individua così un parallelismo con i dirigenti politici dell’epoca, discorso polemico contro quelli che definisce gli «strateghi del cadornismo politico» persuasi “[…] che una cosa sarà fatta perché il dirigente ritiene giusto e razionale che sia fatta, se non viene fatta, la colpa viene riversata su chi avrebbe dovuto, ecc. Così è difficile estirpare l’abitudine criminale di trascurare di evitare i sacrifici inutili. Eppure il senso comune mostra che la maggior parte dei disastri collettivi (politici) avvengono perché non si è cercato di evitare il sacrificio inutile, o si è mostrato di non tenere conto del sacrificio altrui e si è giocato con la pelle altrui”.

L’abitudine criminale di trascurare di evitare i sacrifici inutili. Queste parole mi riecheggiano nella mente. È come se un pensiero scomposto e sconclusionato che mi punzecchia dall’inizio di questa epidemia, con annessa quarantena, avesse preso forma. Le misure restrittive imposte a colpi di DPCM e ordinanze regionali per contrastare l’emergenza coronavirus sono la più severa limitazione di libertà individuali e collettive dal secondo dopoguerra. Compressioni esercitate, è bene notarlo, con provvedimenti amministrativi i quali, per loro natura, non sono accompagnati da una discussione d’aula parlamentare o consiliare. La giustificazione addotta è che il virus Sars-CoV-2 corre veloce: non è possibile inseguirlo e braccarlo appesantiti dalle farraginose procedure democratiche. Il primato di uomini soli al comando (ci sarebbe da fare poi tutto un discorso di genere rispetto alla politica nazionale), coadiuvati da pool di tecnici ed esperti, ha raggiunto vette inimmaginabili fino a poche settimane fa.

E però, oltre alle titubanze di natura democratica, vi è un tema enorme connesso alle nostre libertà tanto di natura sostanziale che formale. Ci si è lanciati nel distanziamento sociale prima, e nel lockdown poi, con una certa leggerezza. La campagna social #iorestoacasa, mossa da nobili intenti, si è rivelata superficiale e classista. Superficiale, perché ha banalizzato una richiesta straordinaria unica nel suo genere, prossima al regime degli arresti domiciliari pur senza aver commesso alcun reato (senza scomodare Beccaria è evidente la pochezza del dibattito pubblico in tema di diritto penitenziario la cui vulgata vuole gli arresti domiciliari non come pena ma, piuttosto, un favore concesso al condannato); classista perché sostenuta da una serie di personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport che vivono una privilegiata situazione abitativa distante anni luce  da chi, quotidianamente, si batte per il diritto alla casa. La naturale conseguenza di questa impostazione è stato additare come untori tutti coloro i quali hanno violato l’hashtag nella spasmodica ricerca di nuove categorie di soggetti sui quali sfogare la propria frustrazione. La caccia al runner, la reprimenda al bambino che mette la punta del naso fuori dal portone, l’insulto alla ristrettissima minoranza di trasgressori delle disposizioni vigenti: queste alcune deviazioni e storture d’un prudenziale principio sanitario. Di questa dialettica spicciola si sono impossessati i governanti: la crescita dei contagi, dei ricoveri e dei decessi è da imputare a chi non rispetta le regole; rosario da recitare anche contro l’evidenza dei dati, delle statistiche, dei numeri, dei fatti. Ad oggi nessuno si è assunto colpe o responsabilità, nessuno ha messo in discussione le proprie mancanze o incapacità. Queste, a cascata, sono state fatte piovere sui gradini più bassi della catena di comando, fino a giungere al podista di quartiere e al lattante comparso sul pianerottolo.

Così ampi strati della popolazione sono stati vessati – e lo sono tuttora – da sacrifici inutili, vere e proprie ottusità, interpretazioni letterali e sclerotiche della norma. Prendiamo il caso del divieto di vendita dei beni ritenuti non di prima necessità, con l’assurdo dei nastri posti agli scaffali dei prodotti di cartolibreria nei supermercati. Oppure il divieto di qualunque attività motoria oltre il proprio isolato regolato sul criterio della prossimità dalla propria abitazione per il quale si registrano casi di sanzioni comminate che hanno superato il limite della decenza e del ridicolo. Fino alla mascherina protettiva resa obbligatoria, dalla sera alla mattina, mentre ve ne è penuria persino per gli operatori sanitari negli ospedali e quelle ancora in vendita raggiungono prezzi usurai. Il tutto, occorre precisarlo, senza alcun controllo da parte di una qualsivoglia cabina di regia, ma nel dominio di soggettivismi e particolarismi acuiti dalla sovraesposizione mediatica che ha colto di sorpresa i nostri politici locali destabilizzandone l’equilibrio. Un’espansione dell’ego al tempo della quarantena che, d’altronde, affligge anche noi rinchiusi nel recinto dei nostri balconi. Gramsci, esplicitando la definizione di cadornismo, si rivela sul punto lucido, analitico, profetico. “Ogni villan che parteggiando viene immagina sé stesso dittatore” commenta nei suoi Quaderni del carcere “e il mestiere del dittatore sembra facile: dare degli ordini imperiosi, firmare carte ecc. poiché si immagina che per grazia di Dio tutti obbediranno e gli ordini verbali e scritti diverranno azione: il verbo si farà carne”.

Di questa pandemia siamo tutti vittime. Nessun carnefice nel senso comune del termine: le teorie complottistiche su un presunto contagio doloso sono state da settimane archiviate come fake news (anche se qui calzerebbe meglio “cazzate”. Chissà Gramsci come tradurrebbe fake news). Vi è però chi è un po’ meno vittima e un po’ più aguzzino. Chi più quarantenato di altri. Chi ha omesso preziose informazioni che avrebbero potuto evitare tutto questo e chi, a flusso continuo, ci inonda di informazioni errate o distorte. Curve che salgono, plateau, declivi scoscesi. C’è chi sadicamente si diletta nello stilare autocertificazioni all’affannosa ricerca della perfezione burocratica. Chi viola i divieti per strafottenza, chi per disperazione. Chi resterebbe a casa, se ne avesse una. E via discorrendo l’elenco potrebbe dilungarsi all’infinito. Alfa e omega lei, la libertà, vittima designata di qualunque emergenza, abbia essa origine umana o naturale. Perché, chiudendo con una metafora sportiva di Antonio Gramsci, nell’Italia pallonara “[…] si è formata una mentalità sportiva che ha fatto della libertà un pallone con cui giocare a football”.

TAG: Cadornismo, coronavirus, Gramsci, libertà, lockdown, Quarantena, unità
CAT: Filosofia, Partiti e politici

Un commento

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  1. renzo-ciarall 6 mesi fa

    Caro Emanuele, mi è piaciuto che hai preso spunto da Gramsci per le tue riflessioni, in gran parte condivisibili, o comunque degne di essere approfondite. Ma, siccome Gramsci è il mio maestro (io ho 71 anni e tu hai meno dei miei figli), ho sul comodino tutte le sue opere, ti consiglierei di notare che il compagno scriveva in epoca fascista, in cui la libertà era negata a chi la pensava diversamente dal regime e lui ne sapeva più di qualcosa..

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