Di Brexit, 5 stelle, tramonti e albe

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28 Giugno 2016

Per chi si interessa o addirittura appassiona di politica, di Europa e più generalmente della società in cui viviamo, quella appena trascorsa è una settimana da segnare sul calendario con qualche punto esclamativo.

Il Movimento 5 stelle ha conquistato città come Roma e Torino, il Partito Democratico ha subito una sconfitta pesantissima, la tanto temuta Brexit alla fine si è avverata, portando il Regno Unito fuori dall’Unione Europea.

Che la si guardi da un’angolazione piuttosto che da un’altra, il dato inoppugnabile è che quando i cittadini hanno avuto la possibilità di scegliere lo hanno fatto trasmettendo un segnale forte e chiaro [per chi lo vuole ascoltare]: signori, così a noi non va bene.

Non va bene per quanto riguarda la politica nostrana, non va bene per quanto riguarda l’Europa. Dico ‘non va bene’ non per opinione personale, ma perché fino a poco tempo fa [millenni, se si osserva lo scorrere del tempo politico] sembrava che l’Italia fosse ai piedi di Matteo Renzi, del suo decisionismo e della sua azione di governo. Slides, #ciaone, il 40,8%, il #vincetepoi sono stati rottamati dal risultato dei ballottaggi.

Non va bene per quanto riguarda l’Europa, perchè dal crack Lehman Brothers del 2008 ad oggi ogni politica messa in campo dalle grandi istituzioni politico finanziarie, dai Governi alle Banche Centrali è stata fatta prima per salvare banche, titoli, grandi agglomerati e poi per mantenere lo status quo a colpi di ‘austerity’. Questa cosa ha funzionato fino alla scorsa settimana, sebbene gli scricchiolii fossero avvertibili con chiarezza; adesso semplicemente non funziona più.

Non penso ci siano moltissime strade, e le poche che ci sono sono davvero strette, ma qualche buona notizia c’è.

Intanto c’è una grandissima voglia di Europa; pare un controsenso, ma non è così. Sebbene non abbia alcuna ammirazione per Boris Johnson, seguendo la sua conferenza stampa mi sono trovato d’accordo su alcuni punti, uno dei quali è che la gente non odia l’Europa: odia questa Europa ormai non solo più percepita ma vissuta come un tirannico monolite costruito da freddi burocrati che amministrano i soldi di tutti noi.

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E non è forse così? Sì è così: possiamo fare dei distinguo, non tanti a dire il vero, ma lo stato delle cose è questo. Paghiamo un lavoro fatto a metà che ha visto unire i cittadini sotto ad una banconota unica invece che sotto ad una bandiera, e adesso il conto è sotto gli occhi di tutti.

Ma non è troppo tardi per togliere la testa dalla sabbia e ricominciare proprio da quelle persone, e sono tante, che di Europa vogliono parlare, che un’Europa vogliono costruire ed abitare.

Il come riguarda tutti noi così come anche la riflessione sui partiti e sui corpi intermedi che appare e scompare dal dibattito pubblico come il gatto del Cheshire di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Il voto italiano e la Brexit devono stimolare una riflessione più avanzata sulla rappresentanza democratica che non si può risolvere nella frase ‘i Partiti sono in crisi’. Forse è venuto il momento di avanzare nella discussione e di guardare ai Partiti come si può fare con una vecchia fotografia dello scorso secolo.

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E se la Brexit ed il voto in Italia costituissero la fenomenale occasione di ripensare alle forme di aggregazione sociale e politica?

Se parte del messaggio che i cittadini hanno urlato stesse a significare ‘uscite da quelle segreterie, da quegli uffici e tornate a parlarci’?

Penso sia tempo di farlo. Con ‘Farlo’ non intendo di discuterne e basta; penso sia ora di farlo nel senso che è in momenti come questi che l’agire politico può dare i migliori frutti, in prospettiva. Se i partiti sono finiti, non sono finiti nè la politica nè la voglia di aggregare ed aggregarsi.

E’ il momento di avanzare delle proposte e avere obiettivi chiari; ho sotto gli occhi esempi molto netti di come ci si può muovere insieme: a Torino due realtà come la Fondazione Benvenuti in Italia e l’Associazione Nexto stanno aggregando intorno a sè persone capaci di muoversi insieme per obbiettivi concreti, facendo cultura, formazione, animando spazi molto diversi tra loro [le periferie, i centri storici, unendo invece di dividere] e proponendo politiche pubbliche e progettuali in grado di attrarre persone in modo del tutto trasversale ai classici canoni della politica partitica.

Ci vorrà tempo, sì, ma non credo che quanto successo in questa settimana da punti esclamativi sia il preludio all’apocalisse.

L’apocalisse, quella vera, non arriva quando in Borsa vengono ‘bruciati’ mille fantastiliardi in poche ore; arriva quando iniziano a volare le pallottole. Non siamo ancora a quel punto, e chi è armato di buona volontà e di conseguente voglia di fare ha davanti a sé territori vastissimi per evitare che a tale punto si arrivi.

TAG: Borsa, Brexit, chiara appendino, david cameron, elezioni, europa, Matteo Renzi, movimento 5 stelle, partito democratico, VIRGINIA RAGGI
CAT: Fondazioni, Istituzioni UE

Un commento

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  1. federico.gnech 4 anni fa

    Caro Pierluigi, anch’io penso che quest’Unione sia da cambiare, rimettendo in campo un po’ di idealità accanto alla mentalità ragionieristica dei burocrati. Sono però altresì convinto che, con tutti i suoi limiti, l\'”Europa delle banche” sia stato un primo passo necessario, e l’unico possibile. Gli europeisti convinti – mi ci metto pure io – saranno, ad essere ottimisti, il 10% dei cittadini del continente. Scrivo “convinti” intendendo non chi pensi che l’integrazione europea sia “una cosa bella” ma chi pensi sia una cosa necessaria, vitale. Agli altri, nella migliore delle ipotesi, dell’Europa non frega assolutamente nulla.
    Quanto alle nuove forme di partecipazione, all’associazionismo sul territorio, alle fondazioni culturali e al terzo settore in genere: tante di queste realtà esistono solo grazie alla vituperata “Europa delle banche” e ai suoi bandi, come ben sai.

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