Mediterraneo e migranti: ecco i numeri da tenere a mente prima di parlare

25 aprile 2015

Facciamo chiarezza, con 5 domande e 5 risposte. In questi giorni il tema dei migranti è tornato centrale nel dibattito politico italiano e, forse, in quello europeo. Tuttavia, molte forze politiche e sociali sembrano avere le idee confuse sulle dimensioni del fenomeno e quali siano gli strumenti reali a disposizione per affrontarlo.

1) I rifugiati stanno davvero invadendo l’Europa? – Le guerre contemporanee combattute nei campi di battaglia di Afghanistan, Siria e Sud Sudan così come tutte le più gravi crisi internazionali, hanno prodotto milioni di profughi e rifugiati. Coloro i quali non possono o non vogliono, perché temono di essere perseguitati, avvalersi della protezione del proprio Paese fanno richiesta d’asilo altrove in quanto tutelati da varie forme di protezione internazionale, tra cui riconoscimento dello status di rifugiato. Sia per la speranza di tornare presto a casa sia per l’impossibilità di spingersi oltre, questi cercano nella maggior parte dei casi accoglienza in altre zone del proprio Paese oppure negli Stati vicini. Per tale ragione, i primi Paesi al mondo per numero di rifugiati accolti non sono i Paesi più sviluppati, ma sono gli Stati al confine di Afghanistan e Siria (Pakistan 1,6 milioni, Libano 1,1 milioni, Iran 982.000, Turchia 824.000 e Giordania 736.000) seguiti dai Paesi limitrofi a Sudan e Sud Sudan (Etiopia 587.000, Kenya 537.000, Ciad 454.000 e Uganda 358.000). Dato il consistente numero di rifugiati accolti, nei Paesi di dimensioni relativamente piccole e con una popolazione ridotta il rapporto tra rifugiati ed abitanti presenti sul territorio è molto elevato. Ad esempio, in Libano ci sono 247 rifugiati ogni 1000 abitanti, mentre in Giordania 144. Per avere un’idea è come se l’Italia in proporzione ospitasse dagli 8,5 ai 15 milioni di rifugiati.

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2) Distribuzione europea dei rifugiati. Ma in favore di chi? – Negli ultimi anni è stata fonte di acceso dibattito sia in Italia sia in Europa la necessità di ridistribuire omogeneamente i rifugiati tra i Paesi membri dell’Unione Europea. In Europa il primo Paese per numero di rifugiati è la Germania (200.000) seguita da Francia (238.000), Regno Unito (126.000) e Svezia (114.000). In Italia i rifugiati accolti sono 76.000, poco più di uno ogni 1000 abitanti. Se si considera, invece, il rapporto tra numero di rifugiati e abitanti a occupare il primo posto in Europa e sesto al mondo è Malta, con 23 rifugiati ogni 1000 abitanti, mentre il secondo è la Svezia con 12 rifugiati ogni 1000 abitanti. Qualunque siano gli indicatori utilizzati per stabilire il sistema di ridistribuzione a livello europeo, è chiaro che l’Italia non sarebbe il Paese a trarre maggior beneficio da tale ripartizione.

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3) L’Unione Europea ha abbandonato l’Italia nella gestione della crisi? – L’Unione Europea non gestisce direttamente la crisi poiché non esiste una vera politica europea nei confronti delle migrazioni provenienti da Paesi terzi non condizionata ai vincoli nazionali. Dato che i Paesi membri non stati disposti a delegare all’Unione Europea i poteri nazionali in materia, la gestione dei migranti extra-UE è rimasta di competenza di ogni singolo Stato. In virtù degli obblighi degli Stati europei di controllare i propri confini e della crescente legislazione comunitaria in materia di migrazioni all’interno dell’Unione, nel 2003 è entrato in vigore il regolamento Dublino II (rielaborato nel 2013 come regolamento Dublino III), che attribuisce l’onere di gestione della domanda dei richiedenti asilo al primo Paese di ingresso in Europa. Tale convezione è stata introdotta anche per “responsabilizzare” gli Stati membri sui settori di confine comunitari e spingerli a prestar maggior impegno nel controllo dei propri confini nazionali. Questa misura, che ha inevitabilmente penalizzato i Paesi affacciati sul Mediterraneo, si è resa necessaria per la prassi diffusa tra i Paesi di transito di lasciar passare i migranti senza identificazione per evitare di farsene carico, come peraltro successo nel caso dei jihadisti che hanno colpito Parigi e che avevano transitato in Italia. La stessa Italia è stata più volte accusata di non rispettare le disposizioni in materia d’asilo, da ultimo da Joachim Herrmann, Ministro degli Interni bavarese che nell’estate del 2014 ha accusato l’Italia di non registrare dati personali e impronte digitali di tutti i rifugiati per permettere loro di chiedere asilo in un altro Paese dell’Unione.

4) Da quanto dura lo stato di emergenza in Italia? – Nel 2011, a causa della rivoluzione in Tunisia e della successiva guerra in Libia, il numero dei migranti sbarcati sulle coste italiane raggiunse quota 62.692, un livello definito “eccezionale” dal Governo italiano, che arrivò a decretare l’Emergenza Nord Africa (ENA). In questo stato di emergenza, a fianco al sistema ordinario vennero istituiti i centri di accoglienza straordinaria (CAS), ovvero pensioni, palestre, palazzetti dello sport, comunità e altre strutture accreditate presso la Prefettura che ospitano i migranti in cambio di un corrispettivo di circa 45 euro al giorno. Tra le cause che determinano l’insufficienza dei posti nei centri d’accoglienza ordinaria vengono imputati i ritardi nella gestione del processo. Secondo la legge, i richiedenti dovrebbero essere ospitati nei centri di prima accoglienza per il tempo strettamente necessario ad ottenere il riconoscimento dello status, non oltre i 35 giorni. In realtà a causa delle lungaggini burocratiche e della difficoltà ad inserirli nei centri di seconda accoglienza, i richiedenti possono restare in queste strutture per oltre un anno, togliendo così posto per i nuovi arrivati. L’Emergenza Nord Africa venne chiusa con un decreto del 28 Febbraio 2013 per poi riaprire i battenti nel 2014, anno in cui, a causa della guerra in Siria e della situazione in Libia, il numero di migranti giunti via mare è quasi triplicato (170.100) rispetto al livello definito eccezionale del 2011.

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5) A quali livelli va affrontata l’emergenza? – Innanzitutto l’emergenza dovrebbe essere affrontata a livello internazionale, perché per avere una soluzione definitiva è necessario affrontare il problema alla radice e la radice del problema sono proprio quelle gravi crisi internazionali che generano profughi e rifugiati. Questo significa intervenire per stabilizzare la situazione non solo nei Paesi di transito, come la Libia, ma anche e soprattutto in quelli di partenza. Secondo i dati sugli sbarchi di Frontex, nel 2014 la maggior parte dei migranti provenivano da Siria, Eritrea, Africa Subsahariana, Afghanistan, Mali, Nigeria e Somalia. E’ da questi luoghi che bisognerebbe partire per affrontare l’emergenza.
Il secondo livello è quello europeo. Così come avviene per altri temi che coinvolgono sicurezza a difesa, per la gestione delle migrazioni extra-UE tra i Paesi membri non esiste né una strategia comune né una politica condivisa. Come per le altre questioni su cui non si trova un accordo, ogni Stato deve gestire da solo la situazione con le risorse e i mezzi che ha disposizione, dimenticandosi che l’unione fa la forza. Prima di Schengen, nessuno si sarebbe mai immaginato di poter giungere a tale livello di libertà di circolazione all’interno dell’area, eppure ora ne vediamo solo i vantaggi. Premettendo che ogni decisione di questa natura richiede sacrifici, seduti al tavolo europeo delle trattative dovremmo smettere di focalizzarci solo su quanto perderemmo delegando parte dei nostri poteri ad un organismo sovrannazionale, ma iniziare a concentrarci su quanto guadagneremmo lavorando insieme.
Il terzo livello è naturalmente quello nazionale. In Italia lo stato di emergenza è diventato strutturale a causa di una gestione poco lungimirante del fenomeno migratorio. Tortuosità e lungaggini burocratiche, costi eccessivi e fondi mal gestiti e in generale un approccio poco programmatico improntato sempre e solo sullo stato di emergenza, ha trasformato nel nostro Paese lo straordinario in ordinario e in questo stato ogni sbarco non può che rappresentare una nuova emergenza.

Martina Dominici – per Il Caffè Geopolitico

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TAG: mediterraneo, migranti
CAT: Geopolitica, Nordafrica

5 Commenti

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  1. fernando-blasioli 4 anni fa
    Ottimo articolo,manca però la tabella del rapporto rifugiati abitanti nei paesi europei.Metterebbe ancora più in evidenza le carenze nostrane.
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  2. riccardo-montagnoli 4 anni fa
    E' vero che sulla questione dei rifugiati l'Italia ha molte carenze, ma il problema di cui si dibatte in questi giorni è quello dei naufragi e dei salvataggi; finché non si stabilizza la situazione nei Paesi di partenza occorre garantire la sopravvivenza di chi si mette in mare; sotto questo profilo l'Italia ha fatto molto con Mare nostrum, l'Europa (Italia compresa) sta fallendo con Triton.
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  3. andreas 4 anni fa
    Domanda ingenua: nella prima parte dell'articolo si parla di "rifugiati" e nella seconda di "migranti". Tutti i migranti sono automaticamente rifugiati? Altrimenti i conti sulle statistiche non sono molto indicativi...
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  4. giorgiot 4 anni fa
    Salve, sicuramente è bene controllare i numeri prima di parlare, ma come fa notare andreas, non è ben chiaro a cosa si riferiscono i numeri che fornisce. L'ONU, ad esempio, cita 40.000 sbarchi solo nei primi 5 mesi del 2014 (http://www.unric.org/it/attualita/30118-litalia-fa-i-conti-con-oltre-40000-migranti-sbarcati-nel-2014). Oltre a questo, l'idea di delegare ad istituzioni sovrannazionali prerogative prettamente nazionali sulla base di un'emergenza, qualcunque essa sia, fa un po' sorridere.
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  5. anto 4 anni fa
    Non tutti gli stranieri che arrivano con i barconi sono rifugiati o profughi, anzi sono relativamente pochi quelli che possono effettivamente avere questo status. Tra l'altro si tratta di paesi, quelli di provenienza, dove le lotte tribali, di religione, di sopraffazione per un territorio o per il potere sono endemiche. Dobbiamo quindi pensare che l'Italia, che già non è in grande salute, debba accogliere un numero infinito di persone che spesso non hanno titolo per essere considerati rifugiati, mantenendole fino a quando? Con quali risorse, quando i fondi dedicati all'emergenza saranno finiti? Fondi e risorse che oggi vanno ad arricchire i soliti noti delle cooperative sociali di vario colore o privati che ospitano i neo arrivati lucrandoci. E una volta che le risorse dell'emergenza saranno azzerate, cosa succederà? E poi sarà anche ora che gli abitanti di questi paesi imparino ad affrontare i problemi interni con le loro forze, a costruire qualcosa, a combattere per la democrazia e per un futuro migliore, a creare attività economiche, a lavorare e non a sopravvivere, o aspettano sempre che siano gli altri a togliere le castagne dal fuoco, a pagare? Non sarà che siamo di fronte a un colonialismo all'incontrario, non sarà che esiste un disegno di conquista, l'obiettivo di minare alla base una civiltà che certamente è in decadenza, ma che nessun'altra civiltà è riuscita a raggiungere in quanto a conquiste su tutti i piani? Non sarà che è arrivata l'ora di pretendere che tutti i popoli, se è vero che siamo tutti uguali, imparino a procedere con le proprie gambe, soprattutto se abitano in territori non meno ricchi di altri?
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