Mia nonna, i miei studenti e CasaPound

26 Novembre 2017

Quest’anno faremo incontrare i nostri studenti con alcuni richiedenti asilo ospitati nel territorio. E’ il terzo anno che lo facciamo. Lo facciamo perché riteniamo che sia compito della scuola consentire agli studenti di conoscere la realtà sociale, e poter parlare con dei migranti è un modo per avere conoscenze di prima mano, per così dire, su un fatto sociale importante, al centro del dibattito politico. Per quanto mi riguarda, è una preziosa occasione di approfondimento delle mie discipline: insegno Scienze Umane, e potersi mettere in cerchio con persone provenienti dalla Nigeria, dal Bangladesh e dal Pakistan e confrontare i nostri punti di vista, i valori, le prospettive, è un modo per fare antropologia concreta. Ben prima che se ne accorgessero anche i giornali, abbiamo ascoltato dalla loro bocca – ma i racconti erano a bassa voce, quasi che quel male potesse ancora colpirli, a raccontarlo – dell’inferno libico, quella zona franca nella quale i migranti restano intrappolati anche per anni: e molti vi lasciano la vita.

La risposta degli studenti è stata generalmente positiva, ma quest’anno alcuni di loro hanno fatto sapere che nei giorni degli incontri non verranno a scuola. Sono studenti politicamente vicini a CasaPound, il movimento neo-fascista che ha nel suo simbolo la tartaruga, che intende richiamare la testudo dell’esercito romano – perché, spiegano nel loro sito,  “la forza quando scaturita da un ordine verticale e da un principio  gerarchico è  destinata a dominare le  barbarie, anche se in numero inferiore”.

Sono abbastanza vecchio da aver visto diverse Italie. Non, per fortuna, quella fascista: ma uno strascico di Italia contadina ho fatto in tempo a vederlo; ed ho visto l’Italia priva o quasi di immigrati stranieri, l’Italia democristiana e socialista, craxiana e andreottiana, l’Italia prima della presunta invasione dei migranti. Non era una Italia migliore. Soprattutto, non lo era per i poveri.

Quand’ero bambino mia nonna fece una cosa che mi sembrò straordinaria, audace, azzardata, ma che per lei era semplicemente normale. Mia nonna era una contadina madre di dodici figli. Era a pranzo da noi, quando bussò un venditore di tappeti egiziano. Abitavamo in un pianterreno – in un basso – e la tavola era poco distante dalla porta. Andammo ad aprire, pronti a mandarlo via, ma mia nonna si oppose. Per la sua cultura contadina era una grave mancanza ai propri doveri di ospitalità. Nella sua cultura c’era questa idea strana, per noi: se qualcuno bussa mentre stai mangiando, hai il dovere di invitarlo a mangiare con te; e se si rifiuta, puoi ritenerti offeso. E nella sua cultura contadina non c’era alcuna distinzione tra l’italiano e lo straniero. E dunque l’egiziano mangiò con noi, e bevve, evitando il vino.

Oggi un gesto del genere è semplicemente impossibile. Intendiamoci: non dico che è impossibile che qualcuno accolga uno straniero. Conosco famiglie che, quasi rispondendo all’invito sprezzante dei razzisti, hanno accolto in casa per diversi mesi persone richiedenti asilo. Si tratta di persone colte, di sinistra, mosse da una visione della politica che non delega a nessuno la pratica della solidarietà. Ma si tratta, comunque, di una solidarietà organica, per dirla con Durkheim; una solidarietà che nasce dalla riflessione e dall’ideale. La solidarietà contadina era meccanica, tradizionale, non aveva a che fare con alcuna riflessione. Era semplicemente un modo di essere.

Che è successo, nel frattempo? Cosa è cambiato? Cosa ha reso impossibile quel gesto? La risposta non è difficile. Sappiamo che la civiltà contadina è stata travolta dalla società dei consumi, e dunque dal capitalismo. Abbiamo letto Pasolini. La scena che ho raccontato si svolge alla fine degli anni Settanta. Un bel po’ dopo il boom economico, ma i cambiamenti sociali, soprattutto nella società meridionale, sono lenti. Ho assistito nel corso degli anni Ottanta al progressivo ma rapido spegnersi di quel mondo che avevo conosciuto da bambino.

Una sciocchezza ripetuta fino alla nausea da gente come Diego Fusaro è che “il pensiero unico mondialista ultracapitalista mira a legittimare e a produrre il nuovo modello antropologico del migrante come valore in sé positivo”. Una sciocchezza, perché il capitale, se proprio vogliamo chiamarlo così, è la cosa più mobile che esiste. Non ha bisogno che tu ti muova: ti viene a prendere a casa. La fabbrica chiusa a Melfi può essere riaperta in Romania, non c’è alcun bisogno che gli operai romeni vengano in Italia. Anzi, la cosa può costituire un problema. E’ bene che i romeni restino in Romania, gli indonesiani in Indonesia e i cinesi in Cina, per farsi sfruttare ognuno a casa propria. Perché se vengono in Italia, o in Francia, o in Germania, entrano in contatto – nonostante il crollo dei partiti di sinistra – con una cultura dei diritti che rischia di contaminarli. Le migrazioni non sono una strategia del capitalismo; esprimono, piuttosto, una delle sue esternalità.

Liberismo e capitalismo non hanno bisogno di migranti, profughi, richiedenti asilo, gente che si sposta da una parte all’altra del mondo col suo carico di sofferenza, gente che muore in mare, gente che viene torturata nelle carceri libiche, gente che rivendica il diritto alla vita negato. La loro stessa esistenza è un atto d’accusa contro il presunto ordine mondiale del capitalismo, contro le promesse salvifiche del neoliberismo. Al contrario, occorre che il lato oscuro del capitalismo venga nascosto, che  l’ospite indesiderato venga tenuto fuori dalla porta. Oggi se ne occupa Minniti, come ieri Berlusconi. Con scelte criminali per le quali nessuno mai li processerà. Che ne siano consapevoli o meno, quelli che vedono un nemico nel richiedente asilo, quelli che protestano per l’accoglienza di chi fugge dalla morte, quelli che calunniano i migranti diffondendo notizie false, quelli che istigano gli studenti affinché si rifiutino anche solo di confrontarsi con un migrante non sono che l’espressione più pura della logica egoistica, escludente ed omicida di quel capitalismo che dicono di voler combattere, ma nel quale sono immersi fino al collo.

Nell’immagine: uno striscione di CasaPound. Fonte: http://www.scomunicando.it

TAG: casapound, migranti, scuola
CAT: immigrazione

3 Commenti

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  1. mauro-parilli 3 anni fa

    LÈ accaduta la stessa cosa in casa mia. Sentimmo suonare il campanello. Nel nostro caso avevamo finito di mangiare. Trenette al pesto, come nella tradizione genovese che mia madre aveva lasciato per mio mio padre che sarebbe tornato dal lavoro la sera. Il nostro ospite aveva fame e venne accolto con un certo imbarazzo da parte sua nel vedere mia madre che lo serviva, ma non poteva certo fare altrimenti. Erano molte e come tradizione le trenette erano al pesto e quindi con formaggio grana, pinoli, patate affettate e fagiolini in abbondante olio di oliva d’Imperia, così come la pasta Agnesi. Le mangiò tutte, quelle rimaste per la sera. Io ne fui incuriosito e non parlai più di tanto mentre mia madre con discrezione, si adoperò per metterlo a suo agio oltre a capire quali potevano essere le sue esigenze che con delicatezza cerco di soddisfare: un capo di abbigliamento e qualche soldo. Un gesto semplice, naturale che non cambio più di tanto le nostre abitudini, ma forse la vita di un bambino che stava diventando uomo.

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  2. dionysos41 3 anni fa

    Le cose stanno in maniera un po’ più complessa e la cosiddetta civiltà contadina – che conosco assai bebe perché vissuta da bambino e da ragazzo – era tutt’altro che accogliente e tollerante. Soprattutto in Italia. Un po’ meglio nel Sud. Nel Nord il rifiuto dell’altro era diffuso. Basti pensare alla cattiva accoglienza dei profughi dell’altipiano vebneto durante la prima guerra mondiale. Pasolini idealizzava il mondo contadino. Ciò detto, e riconosciuto il senso di ospitalità in Italia più diffuso dagli anni’40 ai ’60 del secolo scorso, forse perché più poveri, è anche pur troppo tradizione secolare la diffidenza italiana per lo straniero. Forse a causa delle dominazioni. Ma non è un caso che il nostro Risorgimento sia una lotta contro lo Straniero e non una lotta per la Libertà. O piuttosto non è un caso che invece della linea libertaria di Mazzini abbia prevalso quella politica di Cavour. incentrata sull’identità nazionale.

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  3. naciketas 3 anni fa

    Hai ragione sulla complessità della civiltà contadina, che aveva aspetti che ai nostri occhi appaiono atroci, come certe violenze sulle donne. Ma l’ospitalità era uno dei suoi valori fondamentali. Ed è un valore che portano con sé molti ragazzi africani, provenienti anch’essi da civiltà contadine. Anni fa, quando insegnavo ancora in Puglia, invitai a scuola la preside del DNS program danese (http://www.dns-tvind.dk), un corso universitario di pedagogia che consiste, tra l’altro, in un anno di pratica nei villaggi africani, ospitati dalla gente del luogo. Incontrammo alcuni studenti appena tornati dall’Africa, che raccontarono che erano stati ospitati senza nessuna difficoltà, e che ognuno di loro aveva ricevuto il letto migliore della casa. Credo che esistesse una sorta di linguaggio morale comune, nell’area mediterranea ed africana, e che in Italia sia sia perso in seguito al diffondersi della società industriale. Comunque si giudichi la società contadina, è una fatto ben noto alla sociologia l’aumento dell’individualismo e dell’atomismo sociale nelle società ricche. E’ uno dei temi di fondo sui quali insiste Fusaro, senza però rendersi conto che, se l’individualismo è un portato del capitalismo, allora ribellarsi al capitalismo (come dice di voler fare: ho qualche dubbio che voglia farlo davvero) vuol dire anche accogliere il migrante.

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