Ambasciate che respingono gli studenti: è così che li aiutiamo “a casa loro”?

9 agosto 2018

Come ogni anno, in questo periodo chi fa il mio lavoro riceve il grido di dolore e la richiesta di aiuto da studenti stranieri extra-europei. Sono studenti che hanno speso tempo, denaro e sogni per la loro formazione futura presso le nostre università e che hanno indotto noi a spendere tempo per selezionare i migliori tra di loro, con vincoli rigidi di contingentamento. E a una parte di questi studenti le ambasciate negano il visto, “e il modo ancor m’offende”.

La cosa è delicata perché si tratta di immigrazione. E’ immigrazione studentesca, più complessa dell’immigrazione che vediamo ogni giorno in TV, ma pur sempre immigrazione. Poiché viviamo nell’era dell’“uomo salviniano”, che attribuisce il disvalore delle peggiori attività umane alla migrazione per motivi economici, potremmo dire che l’immigrazione studentesca è “immigrazione di alto bordo”.

La partita dell’immigrazione studentesca è diversa da quella di quelli che vorremmo “aiutare a casa loro”. Per l’immigrazione studentesca, noi vorremmo “aiutare a casa nostra” i migliori studenti che decidono di lasciare casa loro. E allo stesso modo vorremmo aiutare a casa nostra i nostri migliori e più dinamici che invece preferiscono andare a farsi aiutare a casa di altri. Insomma, è un vaudeville di gente che cambia casa. E per noi è la finestra su una competizione globale nella quale scommettiamo la qualità e la reputazione della nostra offerta universitaria. I principi a cui ci ispiriamo (parlo del mio ateneo) per vincere un posto al sole sono la selezione rigorosa, per merito, degli ammessi, e l’”accountability”, termine che purtroppo la lingua italiana, e non solo quella, non ha ancora tradotto.  Io sono sempre pronto a fornire spiegazioni a chi non è stato ammesso, e a ringraziarlo di aver presentato domanda a noi.

Qualche giorno fa ricevo una e-mail da uno di questi studenti ammessi. Mi scrive che fa parte di un gruppo di studenti iraniani che “hanno studiato duro e speso un sacco di tempo e soldi per essere accettati nelle università italiane e che ora erano pronti a iscriversi per un appuntamento al consolato” per il visto, ma non ce l’hanno fatta. Mi dice che il sito dell’ambasciata ha avuto problemi e che “girano voci che gli appuntamenti disponibili sono stati presi da robot e ‘dealer’ “. E “l’Ambasciata ha annunciato di aver chiuso totalmente le richieste di visto per studenti” che non possono depositare i loro documenti.

Il problema di Teheran pare essere l’affollamento. A un mio messaggio ufficiale in cui chiedo che venga fissato un appuntamento per lo studente, che accoglieremo anche se arriverà con qualche settimana di ritardo, l’ambasciata mi risponde con un messaggio garbato in cui mi conferma di essere “al corrente delle difficoltà relative alla prenotazione dell’appuntamento per il visto di studio…” e della “enorme sproporzione tra domanda e offerta che tutte le Ambasciate Schengen fronteggiano quotidianamente. Purtroppo la circostanza non sorprende in un paese a forte pressione migratoria come l’Iran”. Mi dicono che a luglio hanno dato 150 appuntamenti in più e che a fine luglio hanno chiuso gli appuntamenti, e sono “consci che alcuni studenti sono rimasti esclusi”.

Non tutti sono garbati, mi verrebbe da dire “diplomatici”, come all’Ambasciata di Teheran, da cui spero ancora che a settembre ricevano il mio studente per il visto. L’anno scorso è toccato a Baku, Azerbaigian, e la cosa mi ha irritato al punto di farmi considerare le vie legali. Mi scrive uno studente, e mi manda una dichiarazione della sua banca e il rifiuto del visto da parte dell’Ambasciata italiana a Baku. La motivazione del rifiuto del visto era “che non c’era adeguata garanzia del reale fine del viaggio”. Poche righe dopo seguiva una frase che preferivo ignorare per il suo carattere grottesco. Scrivo all’Ambasciata in forma istituzionale confermando che lo studente era stato ammesso, e che non è facile essere ammessi da noi, sottintendendo che il fine del viaggio era quanto mai chiaro. Il funzionario incaricato risponde alla mia coordinatrice amministrativa, declinando ogni spiegazione, e ribadendo ancora la frase grottesca che avrei voluto ignorare.  “Questa Ambasciata ha ritenuto di non dovere concedere il visto per motivi di studio al sig. X indicandone le ragioni nello stesso provvedimento di diniego, dove è stato anche indicata l’autorità presso cui presentare ricorso entro il termine di 60 gg.”  Ed ecco il TAR del Lazio. Sostieni che non è chiaro il motivo del viaggio in Italia di uno studente, offendi il professore che ti invia una conferma istituzionale del motivo del viaggio dello studenti, e offendi l’intelligenza di tutti, compresa la tua, tranquillizzandoci perché comunque questo studente da Baku può sempre fare ricorso al TAR del Lazio.

Comunque sia, o per problemi di capacità organizzativa, o per la presenza di qualche Astolfo che nella PA non manca mai, i casi di Teheran e Baku che ho menzionato portano a una conclusione comune. A uno studente cui noi abbiamo garantito un diritto, questo diritto è stato negato, ed è stato tolto in maniera casuale e arbitraria. E a noi viene negata la possibilità di costruire il capitale umano che avevamo pianificato. In più, mi si lasci dire che in questi studenti ho visto me stesso quando senza altri soldi che la borsa di studio sono partito per gli Stati Uniti. Anche in quel caso non ci fu tempo per il visto, ma nessuno mi impedì di partire, lasciando il perfezionamento del visto negli Stati Uniti. Questi studenti hanno quella stessa fame e io sarei stato sicuro di loro come di me stesso a proposito della loro “performance” durante il corso e dopo. Che senso ha eliminarli con un’estrazione a sorte, o perché un funzionario ha la luna storta? E che immagine dell’Italia diamo a cervelli che vorremmo attrarre e formare?

Infine, e soprattutto, queste storie di fallimenti di casi di “immigrazione di alto bordo” ci impartiscono una triste lezione su quella soluzione del problema migratorio generale che comincia a farsi strada tra quelli che sono ancora immuni dal terribile virus di Salvini. Si tratta dell’idea di instradare l’immigrazione per canali ufficiali, cioè attraverso la concessione dei visti. Più facile a dirsi che a farsi. Se per carenze di strutture non riusciamo neppure a fare arrivare questo rivolo di studenti, senza che qualcuno di loro si perda, cosa succederà quando per quel canale dovremo far passare il mare degli immigrati economici? Wishful thinking. Siamo un paese in cui mentre lo spauracchio dei TAR di tutta Italia frena l’attività economica, il conforto del TAR del Lazio fa sì che a cuor leggero di impedica a uno studente di Baku di fare una laurea magistrale a Bologna.

TAG: ambasciate, immigrazione, pubblica amministrazione, Università
CAT: immigrazione, università

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