Il crepuscolo in fondo al tunnel

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16 maggio 2020

Ce la facciamo? Ho passato qualche decennio a spiegare alle Cassandre del piccolo è brutto che la capacità di reazione del sistema manufatturiero (e poi anche dei servizi avanzati) italiano è semplicemente pazzesca, imprevedibile, folle: una risata regalata ai nostri amici tedeschi felici qualche vota un po’ esterrefatti, quelli intelligenti, raramente seccati gli altri nel comprare la elasticità italiana per sostenere il loro welfare. Discussioni infinite con chi “s’è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere” e che, menagramo, snocciolava il rosario dei punti deboli del nostro sistema industriale nonché i suoi innumerevoli difetti per non parlare della sua pericolosità sociale e della genetica propensione a delinquere. Ma nonostante i limiti, veri, e le innumerevoli nefandezze, largamente aneddottiche, il “nostro” sistema con le sue pazzesche virtù ha permesso ai suoi detrattori di vivere piuttosto bene godendo dei dividendi materiali e immateriali prodotti, distribuiti e prelevati.
Però…
Però ora bisogna fare i conti con la realtà e quelle discussioni ieri fuori luogo oggi fanno corrucciare fronte e stringere labbra nella smorfia del dubbio.
L’economia è, a casa mia ma non ditelo, soprattutto aspettative. Possiamo pensare che non in fase 2 ma un po’ più avanti la joie de vivre , produrre e consumare si affievolisca ? No, quindi coeteris paribus dovremmo immaginare che “si torni alla normalità”, cioè ad uno ieri che non era esattamente l’età dell’oro ma funzionava. Purtroppo la smorfia sul viso ci dice che non ci crede nessuno per due solidi motivi: uno, perché nei primi giorni di pandemia l’Italia ha riscoperto un sentiment maggioritario certamente anti-impresa che trova la sua plastica, inefficacie celebrazione nel penale dell’Inail per l’imprenditore nel caso un dipendente prenda il Covid (se lo prende lui invece si arrangi e ben gli sta). Due, più grave, perché il decreto del rilancio farà esplodere il debito pubblico senza dare benzina al sistema. E lo farà esplodere a cifre pari al 150%-170% del Pil con natura strutturale per una infinità di motivi che non sto a elencare ma che ognuno di noi conosce. A cosa serva un contributo per il monopattino se lo chiedono gli Dei dell’Olimpo, ma se fosse l’unico… Invece sappiamo che nel decreto ce ne sono, di monopattini e simili. E non è ancora passato in Parlamento che sarà peggio del bancomat di Cirino Pomicino.
Come si traduce questo nelle nostre aspettative? Nell’immaginare un ventennio di pressione fiscale senza fine, uscendo da un ventennio quasi analogo ma che manteneva sempre la speranza che prima o poi qualcuno ci mettesse mano. La speranza è svanita, la certezza è che il fisco sarà una presenza pazzesca nei prossimi anni perché un debito pubblico al 100%-120% forse lo manutieni come hanno spiegato, sbagliando sapendo di sbagliare, i governi della Seconda Repubblica; ma al 150% ti strangola e lo devi pagare.
Ora, dato che tra tutte le previsioni le tasse come la morte sono tra le più certe, ogni imprenditore comincerà a ragionare e gli esiti saranno grossolanamente due. Chi ha capitale investito in Italia sa che esso si trasforma in una palla al piede dalla quale l’evasione è impossibile pure per Clint Eastwood e che, qualora sia possibile, la uscita si trasforma in una perdita che porta a un ragionamento banale: quanto capitale mi resta se chiudo, quanto riesco a limare per un guadagno se rimango aperto. Fatta la tara del rischio si prende la decisione e temo, fortemente temo che le chiusure ci saranno come ci saranno, per i più fortunati, cessioni magari a concorrenti esteri che salvano un po’ di patrimonio ma come spesso accade portano ugualmente alla chiusura. Due, ed è il caso che più mi preoccupa seppur inizialmente, solo inizialmente più marginale: chi può pensare di aprire una nuova attività, tendenzialmente sull’onda di una intuizione innovativa, se il frutto non è adeguato al rischio elevato intrinseco in una start up?  Tutti filantropi, sognatori e aspiranti martiri del sistema? Non ci credo. Tu aprirai una attività e se pensi di farlo in Italia il tuo occhio non sarà semplicemente aperto ai mercati mondiali in una logica di internazionalizzazione “come prima” ma la aprirai se il tuo business model magari una volta lanciato può essere facilmente rilocato altrove perché a 300km o meno la pressione fiscale sarà la metà, o forse meno. Altro che FCA e Mediaset con le Holding: qui fa le valige il manufatturiero e nemmeno per un problema di costo del lavoro ma per evidente inefficienza fiscale. E se questo processo all’inizio sarà marginale capiterà però che il “nuovo” crescerà di numero emigrando e a noi rimarranno le ciofeche, le aziende con una curva del business model già in calo. Ora, noi possiamo anche essere un paese di vecchi ma se siamo vecchi che fanno innovazione funziona. Ma vecchi noi con sistemi produttivi e prodotti pure vecchi ecco che in fondo al tunnel la luce si fa crepuscolare perchè senza innovazione un paese non crolla nelle tenebre ma giorno dopo giorno regredisce e i denominatori si impoveriscono. Avete votato per la decrescita? Avrete il declino. Fino dove spero di non vederlo. Avete votato di pancia perché l’Europa è brutta e cattiva? Manterrete il passaporto con le stelle ma le vedrete in casa e a ogni fine mese.
Complimentiamoci in attesa della prossima conferenza a reti unificate, che prima o poi ne rimarrà una.

TAG: economia
CAT: Imprenditori, Innovazione

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