Sono un imprenditore e non accetto lezioni di etica

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19 dicembre 2014

Sono un imprenditore e non accetto lezioni di etica. Capisco il punto di vista di Michele Fusco in un pezzo pubblicato su Gli Stati Generali: finché  critica Confindustria per una “apparente” contraddizione tra il predicare sul suo giornale e il fare all’interno con i propri associati posso comprenderlo, dopotutto di codici etici in quella associazione ne sono passati e rendo omaggio al lavoro del presidente dei giovani imprenditori Aldo Fumagalli (con il quale litigai spesso) che nel ’93 sul tema lavorò non poco con risultati magri per la resistenza della sua stessa organizzazione.  Ma quando Fusco passa a ragionare sugli imprenditori no, non posso essere d’accordo.

Il primo errore di metodo, che smonta il ragionamento, è il fare riferimento agli imprenditori come se fossero una “categoria”, quindi come un soggetto sociale che, per dirla con antico linguaggio, sia dotata di una coscienza collettiva e del senso di appartenenza ad una classe sociale. Niente di più sbagliato, perché se c’è una cosa che contraddistingue un imprenditore, ad esempio, da un artigiano è proprio la totale mancanza di un qualsiasi senso di appartenenza: un imprenditore va giudicato  individualmente per i suoi comportamenti perché egli è “solo” sia di fronte all’agire collettivo del sindacato che rispetto, soprattutto, al rischio di impresa. E’ questo individualismo che caratterizza il suo lavoro che sconfina in un progetto di vita, il suo rispondere ad obbiettivi individuali che vengono perseguiti attraverso tecniche, tattiche, scelte e comportamenti che hanno a che fare con se stesso, con la propria cultura, in una parola con la propria etica. A maggior ragione questo accade nel momento in cui le lontane origini contadine ricche di solidarietà parentali della gran parte delle famiglie di un tempo degli imprenditori sono completamente dimenticate: guardate, non è un caso assistere in questi anni ai suicidi perché non vi è la paura di un cattivo raccolto, della fame e della povertà alle spalle di un fallimento imprenditoriale, tutte cose alle quali si era collettivamente abituati, ma nel suicidio vi è la spaventosa solitudine di fronte al fallimento del proprio progetto di vita, al vuoto e alla disperazione incolmabili persino dagli affetti della famiglia e per se stessi.

Ogni imprenditore ha una propria personale idea del successo, che non è il finire sul giornale alle assemblee associative. E in base a questa idea, ai costi per perseguirla e alla sua determinazione, si crea l’etica individuale che mi rifiuto di confrontare anche solo con quella del mio vicino di capannone: piaccia o non piaccia questa è la realtà e quando leggo nelle cronache la parola ”imprenditore”  normalmente declinata al negativo, perché il pregiudizio sul profitto resiste eccome in questo paese, io mi sento a disagio, mi dà fastidio pensare di esserne associato e che i miei amici possano pensare che io sono di tal fatta. Ma ho la coscienza di fare un lavoro straordinario, pazzesco, rischiosissimo che in nessuna business school possono insegnare.

La percezione, l’accettazione delle regole è una sensibilità che è molto cambiata e in meglio in questi anni. Banalmente un tempo quando il commercialista arrivava in azienda la prima battuta dell’imprenditore era “Fam mia pagà le tasse”, quel non farmi pagare le tasse dove l’unico termine non dialettale, quindi estraneo, era “tasse”.  Oggi si va da Corporate Social Responsability fino al limite del codice, salvo le eccezioni: e le eccezioni non sono il guercio di Roma o il corruttore di Milano ma quella miriade di imprenditori non in regola perché in Italia è assolutamente impossibile essere in regola con la legge, con tutte le leggi, e di conseguenza è dato solo all’etica individuale il dare una declinazione della legalità possibile all’interno dell’azienda. Si badi, so benissimo cosa sto dicendo ma escludo da questi ragionamenti chi viola il presupposto della vita imprenditoriale e cioè il mercato come  luogo delle regole e della concorrenza leale: questo è il mio personale discrimine etico, io non accetto chi molla la stecca per uccidere il merito di un altro, non accetto quell’imprenditore che non controlla che i propri subordinati non si procaccino prebende per favorire fornitori, magari pensando che questo sia uno strumento per garantire un “premio” al dipendente senza farlo pagare alla azienda. In questi comportamenti i medi e grandi (e qui mi metto a ridere) imprenditori italiani hanno avuto nel loro familismo amorale una rilevante responsabilità perché mentre Fusco addita il rapporto pubblico privato io accuso il rapporto privato/privato come ancora più grave (e anche in questo so bene cosa sto dicendo).

Io so bene che la mia azienda, io, i miei dipendenti abbiamo pagato un prezzo per la applicazione di questa etica individuale. So bene, avendo frequentato la politica per qualche anno, e le associazioni per qualcosa di più, che sarebbe bastato entrare nella logica dei rapporti amicali e nemmeno in quella della corruzione per trovarmi oggi con tutti i miei collaboratori in una situazione privilegiata. Ma dipende appunto dalle scelte personali e dalla volontà di essere “uguale” agli altri miei colleghi: loro non lo sanno ma io sì, e questo basta a loro quanto a me.

Accettato che gli imprenditori non sono una classe collettiva ma l’impresa è uno strumento e non un club è bene rimodulare anche il ruolo delle associazioni: Confindustria non può porre asticelle etiche, non è un ordine professionale. Le colpe di Confindustria e delle altre associazioni sono l’aver accettato per anni la dinamica del debito, la sua manutenzione e non il suo abbattimento, il non aver giocato tutto il proprio peso per far comprendere che gli imprenditori non possono essere “contro” lo stato ma che delle regole hanno bisogno. Hanno bisogno di sentire di fianco la pubblica amministrazione, dalla giustizia all’ultimo dei comuni, e non trovarne le regole come un sistematico ostacolo. Oggi ogni consumatore che compra italiano paga nel prezzo una spaventosa diseconomia del sistema pubblico che è l’autentico problema del crollo delle marginalità. E soprattutto deve passare il concetto che non esiste una superiorità morale altrui rispetto alla classe imprenditoriale, esistono responsabilità individuali nelle quali la denuncia alla magistratura da parte di imprenditori danneggiati non è il metro di giudizio etico ma dovrebbe essere un incidente di percorso.

Su tutto il resto siamo d’accordo.

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CAT: Grandi imprese

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