Altro che Moncler, Report ha “spiumato” definitivamente i giornali

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6 novembre 2014

Che percezione hanno i lettori dei giornali del grado di autonomia dei loro quotidiani preferiti? Sino a che la “carta” non si spegnerà definitivamente per consunzione o inutilità, è utile ragionarne in profondità, dal momento che per una certa fetta di società (piccola, media o larga?) l’informazione cartacea riveste ancora un carattere di presidio democratico rispetto alle pressioni esterne, ai tentativi di manipolarla, di incidere negativamente su quel principio ispiratore che fu la libertà di stampa. Farlo dal web non appaia come il rintocco di campane che suonano a morto, la Rete non è (ancora) nemica della carta ma, rispetto a qualche anno fa, ha cominciato ad affezionarsi all’idea di potersene staccare senza drammi. E di fare la sua parte in assoluta autonomia esattamente come un tempo avrebbe potuto fare un giornale di carta. Forse anche di più, dal momento che il giudizio dei lettori su tutto ciò che appare in Rete è assolutamente immediato, anche con i limiti che che un rapporto così diretto (e non mediato) può produrre.

La questione Report-Moncler è lo spartiacque. Poteva essere una qualunque altra inchiesta, ma è stata questa. E un motivo ci sarà. Se è possibile ragionare per paradossi, Report indirettamente ha fatto la più bella inchiesta sui giornali da molti anni a questa parte, spiumandoli ben di più di quanto sia capitato alla stessa Moncler. Sia in fase di annuncio della puntata, sia in fase di (non) commento, i quotidiani hanno mostrato il lato meno affascinante di sè, il lato oscuro si sarebbe detto un tempo, se non fosse ormai nota, stranota, la dipendenza assoluta delle realtà editoriali dai propri investitori pubblicitari. Ma con queste proporzioni vergognose, non era mai accaduto che i giornali si assentassero dal core business primario e istituzionale, che poi sarebbe quello di fare informazione, tanto che il silenzio steso sulla vicenda, ma sopratutto gli imbarazzi dell’online, nella versione terribile di pura e semplice appendice del cartaceo, costituiscono una sorta di giorno zero. (Qui si potrebbe aprire  una riflessione anche sull’online, sul suo teorico valore aggiunto, su come i grandi gruppi editoriali lo intendano e se soprattutto se intendano rispettarne gli elementi primari, che sono da una parte l’immediatezza e dall’altra un certo senso di liberazione, ovviamente controllato nelle versione più serie, che nel caso dell’inchiesta della Gabanelli avrebbe offerto al lettore un contributo ulteriore.

E qui si deve convenire con ciò che scrive Filippo Facci, che rimette al centro della questione ciò che dev’essere al centro: il lettore e i suoi interessi. «Se le inchieste sulla qualità della pizza o sui piumini Moncler – scrive su Libero – fossero solo il millesimo effetto dell’antipolitica (qualcuno lo sostiene) allora andrebbe concluso che negli Usa l’antipolitica impera da mezzo secolo: il giornalismo d’oltreoceano, da sempre, è meno orientato sui politici e molto più sulle lobby e sulle multinazionali… La morale è che scrivere contro Renzi o Berlusconi oggi è facilissimo, il problema è farlo contro un’industria di moda,  di automobili, di acque minerali, o un gruppo farmaceutico o telefonico, colossi che governano le nostre vite mentre noi giornalisti ci accapigliamo attorno al patto del Nazareno. Se è vero che siamo sempre meno cittadini e sempre più consumatori, ergo, il giornalismo non farà che adeguarsi: il punto è se siamo pronti a farlo».

In fondo non è l’era mesozoica quella in cui noi giovani di un tempo forse più felice pensavamo ai giornali come a prodotti editoriali in grado di interagire con la società circostante, esserne di stimolo, cercare le pieghe più inquiete e farne esattamente racconto giornalistico. E già allora non eravamo anime belle in cerca di fiorellini nei prati, già allora ci era sufficientemente chiaro – ad esempio – che sarebbe stati non da ingenuti nè da sprovveduti, ma semplicemente da babbei, pensare di fare inchieste sui propri padroni, tipo l’Eni per il Giorno, la Fiat per la Stampa e vià così. Eppure c’era l’idea, a parte le questioni da prima elementare da risolvere con le teste dure travestiti da giornalisti d’inchiesta con un sorriso e zero parole, che su tutto il resto si potesse dire qualcosa, giornalisticamente parlando. Altrimenti, giusto per fare un esempio virtuoso, il Giorno degli anni ’50, che si può considerare come lo zio di Repubblica, non sarebbe nato.

E giusto per non divagare. Si credeva in quel tempo e poi per diversi anni ancora che l’investitore pubblicitario dovesse sottostare a regole, diciamo così, piuttosto limpide. E non dettare lui i tempi e la scansione del giornale. E che le eventuali minacce di ritirare il budget pubblicitario avessero come logica destinazione il cestino del direttore. Qual era il senso di quell’equilibrio virtuoso? Il sentimento pieno,  orgoglioso e condiviso di un’autorevolezza complessiva del prodotto, al punto tale da inorgoglire persino l’investitore pubblicitario, così da metterlo in fila per depositare i suoi soldini dentro le pagine di quel giornale. E lo stesso investitore era consapevole, e se non era qualcuno glielo faceva capire, che quel giornale poteva “inciampare” anche in lui, nella sua azienda, e non avrebbe fatto sconti di sorta.

A voi pare una favola quella che stiamo raccontando, ma sappiate che non lo è. I giornali sono stati questo e molto altro. Con tante magagne per carità e zone d’ombra, ci mancherebbe, ma con la consapevolezza di fondo che questioni delicate e importanti non sarebbero rimaste fuori da quelle pagine. Oggi il rapporto si è oscenamente ribaltato e per una cotoletta riuscita male Dolce e Gabbana sono in grado di minacciare il Sole 24Ore di ritirare tutta la pubblicità (se volete divertirvi mettete su google “cotoletta, baresani, D&G, sole24ore). Così l’ultimo pirla che passa e che non gradisce un trafilettino ti chiama e ti minaccia. Voi direte che i giornali di carta hanno perso peso e questo è di tutta evidenza. Ma sappiate che esistono ancora le persone, con la loro umanità, con la loro professionalità, con i principi, con il loro carattere. Sono (anche) le persone a “fare” dei giornali dei corpi autorevoli, molto più dei ridicoli salotti più o meno buoni della finanza. Quelli che in presenza di una “letteraccia”, guardano il cestino e fanno canestro da tre.

TAG: editoria, giornali, giornalismo, Moncler, pubblicità
CAT: Grandi imprese, Società

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