Ecco “Milano IN”, spazio per la città che innova e include

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1 luglio 2015

Alcune settimane fa Gli Stati Generali ha ospitato una mia riflessione sulla città che sale. Prendendo in prestito il titolo dell’opera di Boccioni intendevo puntare l’attenzione non tanto sui simboli più evidenti del rinnovamento milanese – Expo, le nuove piazze, la Darsena, i grattacieli – ma sugli smottamenti e la riorganizzazione, materiale e simbolica, che inevitabilmente la crisi e la reazione ad essa hanno prodotto dentro i corpi sociali della città, in termini di politiche pubbliche o di reazioni spontanee.

Trovo infatti curioso che la lettura materiale di Milano, che pure nei suoi aspetti ambivalenti rischia di essere decisiva per la politica, sia trascurata dal dibattito di avvicinamento alle elezioni amministrative 2016. Accanto alla contabilità del “cosa si è fatto, cosa non si è fatto, cosa si potrebbe ancora fare” una riflessione più originale e utile riguarderebbe proprio l’analisi della composizione sociale: “con chi e per chi” ha lavorato la Milano che, nelle sue reazioni migliori alla crisi, ha saputo far coesistere le vocazioni storiche: innovazione e inclusione.

Si tratta di un lavoro di scavo – un tempo si sarebbe detta “inchiesta” – che per essere efficace non può essere solitario. Per questo ho trovato stimolante la proposta di Jacopo Tondelli: dedicare uno spazio su Gli Stati Generali – un “giornale nel giornale” – a rendere aperto e pubblico questo esercizio.

Dal mio punto di vista si tratta di verificare (o confutare) un’ipotesi che ha guidato l’azione dell’amministrazione negli ultimi anni: laddove l’innovazione, come risposta ad un mutato status quo, ha trovato spazio per svilupparsi, laddove ha incontrato adeguate politiche pubbliche di accompagnamento, essa è stata in grado di produrre meccanismi di nuova organizzazione sociale, solidarietà ed inclusione.

Questa ipotesi ha a che fare con un tema tradizionale per le culture progressiste: la domanda su cosa significhi generare benessere e valore. Ne parleremo il  2 luglio con Mariana Mazzucato la quale, pochi giorni fa sul Guardian, muovendo una critica ai laburisti inglesi, insisteva sulla necessità di una nuova agenda e di un nuovo racconto sull’innovazione, su chi produce valore, sul rapporto tra pubblico e privato e sul concetto stesso di welfare se non vogliamo correre il rischio di riprodurre una visione annacquata di ricette dimostratesi fallaci.

A livello globale questi discorsi possono suonare astratti, ma su scala metropolitana si traducono in esperienze meno evanescenti. È più facile individuare quelle realtà (pubbliche o private che siano) che sono in grado di generare lavoro, competenze e opportunità; è più facile accendere il riflettore su chi, attraverso i suoi sforzi, produce valore per la collettività e riesce ad includere nuovi soggetti in dinamiche di sviluppo.

Le indagini sui redditi dei milanesi dal 2008 al 2013 indicano con chiarezza come la consistenza delle due classi estreme sia aumentata durante gli anni di crisi: gli incapienti sono passati da circa 3.000 individui a circa 4.000,  mentre i percettori di redditi superiori ai 120mila euro sono passati da oltre 26.000 a oltre 27.000 individui.  Si sono assottigliate quindi le classi centrali – tra i 10.000 e i 26.000 euro – e sono aumentati quanti possono contare su 26.000 euro e oltre.

Dentro questo quadro di generale frammentazione della classe media, i soggetti o i gruppi sociali che si sono dimostrati più dinamici non sono necessariamente i meglio posizionati nelle gerarchie tradizionali. È un blocco composito quanto rilevante, spesso preso nella “trappola” di detenere un alto capitale umano e percepire un basso reddito, un limitato potere d’acquisto ma un crescente capitale relazionale e culturale. Persone che vivono di lavoro e non di rendita,  motori della città che compete con altre grandi piattaforme urbane internazionali. Come scrive Carolina Pacchi su Che Fare, sono i giovani e “i nuovi”, non solo anagraficamente ma come provenienza geografica e culturale, per i quali si è aperto spazio a Milano.

Questi ceti quantitativamente crescenti, dislocati nei mondi della nuova impresa e delle nuove manifatture, del lavoro autonomo, della ricerca scientifica,  pongono un tema che dovrebbe interessare alla politica: quello delle alleanze.

Nei cicli conclusisi con la vittoria di Giuliano Pisapia del 2011, siamo stati abituati ad alleanze sociali innaturali dal punto di vista degli interessi materiali, che hanno favorito espressioni politiche di destra: i ceti popolari alleati con le rendite immobiliari e finanziarie.

Di fronte ad una composizione sociale ancora più articolata che in passato, ogni progetto politico-amministrativo non può prescindere dall’indicare quali alleanze sociali siano progressive e mutuamente vantaggiose. Ma per farlo è necessario dotarsi di una lettura delle trasformazioni economiche e sociali della città che coinvolga maggiormente i protagonisti. Mi piacerebbe che questo blog ci aiutasse a farlo.

 

Per partecipare allo spazio MilanoIN su Gli Stati Generali potete inviare il testo a:

innovarexincludere@gmail.com

 

TAG: diritti, economia, Lavoro, milano, smart city
CAT: Innovazione, Milano

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