Fumi nocivi e scarichi illegali. L’impatto ambientale nella Valle della gomma

8 Giugno 2020

[inchiesta di Antonello Mangano e Stefania Prandi]. La plastica cade dai sacchi colmi di residui di guarnizioni. Con la pioggia si ricopre di fango e diventa parte del terreno. I mucchi sono sparsi lungo il breve pendio dietro al piccolo parco pubblico, in via don Maraschi, a Castel di Calepio, in provincia di Bergamo. I sei attivisti di Legambiente e Progetto Ecosebino recuperano i rifiuti, attaccandosi ai tronchi degli alberi per non scivolare sulle foglie bagnate. Non si sa chi li abbia buttati, se le aziende terziste che ritirano gli scarti, oppure le lavoratrici a cottimo. Sono stati trovati per una segnalazione anonima di un cittadino della zona. Dopo l’operazione di raccolta, gli ambientalisti fanno l’esposto ai Carabinieri di Grumello del Monte: 30 chili, il totale del materiale scoperto. Le forze dell’ordine, successivamente, recuperano nell’area circostante altri due altri sacchi di residui industriali e alcuni documenti di trasporto.

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Scarti della produzione della gomma gettati illegalmente e segnalati con una telefonata anonima agli ambientalisti della zona. © Stefania Prandi

Scarti della produzione della gomma gettati illegalmente e segnalati con una telefonata anonima agli ambientalisti della zona. © Stefania Prandi

Mucchi di scarti della gomma sul pendio dietro al piccolo parco pubblico, in via don Maraschi, a Castel di Calepio, in provincia di Bergamo. © Stefania Prandi

Mucchi di scarti della gomma sul pendio dietro al piccolo parco pubblico, in via don Maraschi, a Castel di Calepio, in provincia di Bergamo. © Stefania Prandi

Dettagli dei rifiuti raccolti dagli ambientalisti. © Stefania Prandi

Dettagli dei rifiuti raccolti dagli ambientalisti. © Stefania Prandi

Siamo nel distretto della gomma, una trentina di chilometri quadrati per una decina di Comuni, da Grumello del Monte a Sarnico, tra la Bergamasca e la Franciacorta, una delle zone industriali più produttive dell’Italia. Ufficialmente, nella “Rubber valley”, come viene chiamata, ci sono oltre 200 aziende, un indotto di 4500 lavoratori in regola e un fatturato fino a 2 miliardi all’anno. L’export vale 430 milioni ed è diretto prevalentemente in Germania, ma tra le destinazioni c’è anche la Francia. Il distretto è nato negli anni Cinquanta, quando nelle stalle si sono cominciate a produrre le prime guarnizioni con macchinari arrangiati. Negli anni le aziende si sono moltiplicate, ingrandite e la produzione si è raffinata, entrando nel novero delle eccellenze italiane.

Secondo gli ambientalisti di Legambiente circolo Val Cavallina e Val Calepio e Progetto Ecosebino, la Germania iniziò a esportare la produzione della plastica a causa delle implicazioni a livello ambientale. «Questa lavorazione è stata delocalizzata da noi con la stessa logica coloniale con cui si subappalta ai paesi del terzo mondo. Il problema è che la produzione avrebbe bisogno del principio di precauzione. Come trent’anni fa si lavorava l’amianto, non sapendo come sarebbe andata a finire, oggi ci ritroviamo a produrre gomma e a vederla buttata ovunque, senza sapere le implicazioni sulla salute. Non ci sono studi ufficiali, ma da noi qualcuno la chiama “valle della morte” perché vediamo la gente ammalarsi di determinati tumori e morire più che in altre zone».

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L’impatto della produzione di gomma include anche le emissioni delle industrie.  Arpa Bergamo, in collaborazione con i carabinieri Forestali di Villongo, nel 2017 ha fatto una serie di controlli a campione su 13 aziende della zona, le più grandi, direttamente nei capannoni. «Abbiamo fatto dei prelievi e abbiamo rilevato delle inottemperanze sulle emissioni e sugli scarichi idrici da parte di 4 aziende. Avevano filtri oppure una captazione di fumi non adeguata che finiva negli ambienti di lavoro».  In quell’occasione sono stati contati 1700 siti produttivi tra Adrara San Martino, Adrara San Rocco, Credaro, Castelli Calepio, Grumello, Gandosso, Villongo, Telgate, Viadanica, Foresto Sparso.

Con la bella stagione, quando le persone aprono le finestre per avere un po’ di fresco, montano le proteste sui social network, «a causa dell’aria irrespirabile, dell’odore continuo e delle richieste di controlli». Nel 2013 il comune di Adrara San Martino ha siglato il protocollo Artea, per l’impiego di filtri più potenti, in collaborazione con gli imprenditori del settore e i cittadini. L’obiettivo era contenere i problemi derivanti dalle emissioni di fumi e odori delle 21 aziende della gomma del suo paese. “Il protocollo inserisce delle regole. A noi però non risulta che sia stata monitorata la zona nello specifico. Sicuramente, anche a detta degli abitanti che conosciamo, la situazione è migliorata rispetto al passato ma il problema resta”, dicono gli attivisti. Il Comune di Adrara San Martino, interpellato più volte per un commento, non ha risposto alla nostra richiesta di replica.

Passando tra i paesi capita di sentire ancora un odore chimico fastidioso. I capannoni sono ovunque e formano un contrasto quasi surreale con il panorama montano. A luglio 2018, si legge in un articolo pubblicato sul giornale locale Araberara, un residente di Adrara San Martino «ha deciso di dire basta alle puzze e si è presentato in Comune per protocollare una lettera al sindaco che per chiedere all’amministrazione comunale nuove verifiche».

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Dettaglio della Rubber valley nella zona di Adrara San Martino, in provincia di Bergamo . © Stefania Prandi

Dettaglio della Rubber valley nella zona di Adrara San Martino, in provincia di Bergamo . © Stefania Prandi

Veduta della Rubber Valley. © Stefania Prandi

Veduta della Rubber Valley. © Stefania Prandi

 I capannoni formano un contrasto quasi surreale con il panorama montano. © Stefania Prandi

I capannoni formano un contrasto quasi surreale con il panorama montano. © Stefania Prandi

L’altro problema ambientale è rappresentato dagli scarti della lavorazione che non sempre vengono smaltiti in maniera regolare. Una parte della filiera della gomma sfugge alle verifiche. È quella che riguarda il lavoro a cottimo, della “sbavatura”, come viene chiamata, cioè il processo con cui a mano si stacca la guarnizione dallo stampo. Una parte delle aziende ha macchine apposite oppure operai assunti per questo tipo di mansione, mentre altre affidano il lavoro a terzisti che a loro volta portano le guarnizioni da sbavare a casa delle lavoratrici e dei lavoratori della zona, in maggioranza immigrate. «Qui si è passati velocemente dalla società contadina, in cui era pratica diffusa sgranare il mais in casa, a quella industriale, a sgranare le guarnizioni. Lo facevano le nostre anziane, all’inizio, quando è nato il distretto: prendevano in appalto la sbavatura, per una paga irrisoria», raccontano gli attivisti di Legambiente e Progetto Ecosebino. Adesso a farla sono i nuovi sfruttati, gli immigrati, le donne in particolare. Aiutate dai figli e dai mariti, sgranano ininterrottamente le guarnizioni per poche centinaia di euro al mese e si trovano spesso a dover smaltire direttamente gli scarti, che di fatto sono speciali perché non si possono portare in discarica, lì dicono che non possono prenderli.

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Il 20 dicembre 2018 Confindustria Bergamo, su mandato dell’Associazione produttori di guarnizioni del Sebino, e i sindacati Cgil, Cisl e Uil hanno firmato un accordo. Il documento, tra le altre cose, prevede l’impegno delle aziende sul “recupero integrale del materiale di lavorazione per il relativo smaltimento”, anche quelle che optano per il subappalto e la delocalizzazione casalinga. Evidentemente qualcosa in quell’accordo non funziona dal momento che i fenomeni di abbandono illecito di rifiuti, di sfruttamento della manodopera e di caporalato continuano ad essere presenti”. Una modalità che infrange la Direttiva europea C.E. 17.6.2008 e il decreto legislativo. n. 152/2006, che impongono “il recupero e il riciclaggio e, in subordine, lo smaltimento finale dei rifiuti. L’Associazione produttori di guarnizioni del Sebino, sollecitata per dei commenti, non ha risposto.

«D’estate quando fa caldo e si passa fuori dalle case popolari oppure dalle villette di periferia si trovano famiglie intere che sgranano la gomma e le guarnizioni, che fanno il lavoro a cottimo, e ci si rende conto del fenomeno, per quanto oggi poco analizzato, ancora presente. Le guarnizioni ormai sono dappertutto, la bonifica è veramente difficile da effettuare. Se le troveranno tra qualche secolo in forma fossile”. Secondo gli ambientalisti, da certe aziende grandi “formalmente il sistema è gestito a regola d’arte. Ma le cose sembrano non funzionare e si assiste spesso ad un rimpallo di responsabilità».

 

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Il torrente Uria. © Stefania Prandi

Il torrente Uria. © Stefania Prandi

Scarti di plastica sul'argine del torrente Uria © Stefania Prandi

Scarti di plastica sul'argine del torrente Uria © Stefania Prandi

Un ambientalista recupera rifiuti sulle sponde del torrente Uria. © Stefania Prandi

Un ambientalista recupera rifiuti sulle sponde del torrente Uria. © Stefania Prandi

Nei mesi scorsi Legambiente, Progetto Ecosebino, Comitato salute e territorio di Grumello del Monte, in collaborazione con gli abitanti del posto, hanno pulito gli argini del torrente Uria. Hanno raccolto diversi scarti di gomma, facendo un esposto all’Arpa e alla Forestale. In una breve nota pubblicata su Facebook hanno scritto: «L’Arpa ci ha risposto in modo desolante. L’Ente pubblico ha scaricato la responsabilità ai Comuni limitrofi consigliando loro di pulire e di vigilare sulla situazione, precisando che il suo intervento non è fondamentale». E hanno aggiunto: «Il nostro territorio vive una situazione di grave rischio oncogeno, come dimostrato dall’ultimo documento sul suo stato di salute redatto nel 2007, che conferma l’area del Sebino e del Basso Bronzone come quella con tassi tumorali tra i più alti in Lombardia insieme al territorio Bresciano».
Durante un altro sopralluogo, il primo dicembre del 2019, gli attivisti hanno trovato residui di guarnizioni lungo il torrente Uria. «Sulle sponde si cammina in sentiero suggestivo, immerso nella natura, dove fanno il nido anche i merli acquaioli e il martin pescatore», dicono. «Ci sono sacchi interrati che è difficile rimuovere. Durante le piene i rifiuti industriali, in genere scarti della gomma, sono trascinati in basso dal torrente fino a fondersi con il terreno e gli alberi».

All’inizio dello scorso anno sono stati segnalati scarti di gomma sulle sponde del fiume Oglio. Arpa Lombardia ha fatto sopralluoghi mirati, secondo quanto ha dichiarato dopo che l’abbiamo interpellata, “appurando che i rifiuti sono stati trascinati con le correnti dal territorio di Bergamo”. Il Comune di Paratico ha provveduto alla pulizia degli argini. Secondo Arpa Brescia, «si trattava perlopiù di residui di guarnizioni. Non è stato possibile determinarne la provenienza, ma è ipotizzabile che i rifiuti siano stati scaricati da varie persone, forse terzisti che hanno preso in appalto la sbavatura delle guarnizioni, cosa che in questo ambito accade di frequente. Noi monitoriamo con regolarità le grosse aziende dell’area e non abbiamo mai riscontrato smaltimenti illeciti di questo tipo. La gestione dei rifiuti è soggetta a procedimenti estremamente rigidi e le aziende sono tenute a rispettare una serie di passaggi obbligati. Tuttavia, esiste sempre la possibilità di eludere gli obblighi, specie per quantitativi modesto». Va ricordato che si tratta di attività illecite: la legge, inasprita nel 2016, prevede pene che vanno dall’ammenda, alla reclusione, alla sospensione temporanea o definitiva dell’attività.

 

Il torrente Uria entra nel fiume Oglio. © Stefania Prandi

Sempre nei mesi scorsi si è scoperto che ingenti quantità di gomma sono finite anche nel Lago d’Iseo. Il 2 ottobre 2019 i carabinieri sub hanno trovato una “montagna” di rifiuti di guarnizioni alta 40 metri per una larghezza di 2 sul fondo del lago. Il cumulo non è ancora stato recuperato, anzi c’è un grosso dibattito sul territorio. Secondo Loris Pezzotti, sindaco di Tavernola, la questione non è semplice: «Stiamo aspettando i risultati delle analisi, poi vedremo il da farsi, al Ministero mi hanno detto che loro hanno solo i fondi per le emergenze. Se questa non verrà dichiarata come un’emergenza i fondi del Ministero non si possono usare».

Si sospetta anche la presenza di amianto, dato che le guarnizioni risalgono agli scorsi decenni, quando si usava il materiale per “rafforzarle”. Il paradosso è che questo territorio è frequentato soprattutto da turisti stranieri, anche tedeschi, che fanno il bagno nel lago pieno di gomma destinata alle “loro” automobili. Secondo i dati del 2019, Lago d’Iseo e Franciacorta hanno segnato un milione di presenze, di cui il 56% straniere. Sul Lago d’Iseo tedeschi, olandesi e francesi si sono fermati fino a due settimane.

II lago d’Iseo vicino al ritrovamento della “montagna” di rifiuti di guarnizioni alta 40 metri per una larghezza di 2 sul fondo. © Stefania Prandi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nota degli autori. La ricerca è stata completata a febbraio 2020

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CAT: Inquinamento

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