Boris Johnson può davvero rinegoziare Brexit?

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24 luglio 2019

Da oggi, Boris Johnson è il primo ministro del Regno Unito. Ha vinto da favorito la corsa alla leadership del Partito Conservatore apertasi con le dimissioni di Theresa May del 7 giugno, e in base al sistema inglese, che vede come premier il leader del partito di maggioranza, è ora capo del governo.

Noto come uno dei personaggi più eccentrici della politica britannica (ed europea), Boris Johnson è nato nel 1964 ed è figlio di un funzionario della Commissione Europea ed eurodeputato, Stanley Johnson, e ha studiato a Eton e Oxford. Ha lavorato a Bruxelles come giornalista, e proprio in quegli anni ha iniziato a sviluppare posizioni sempre più critiche verso l’UE.

Nel partito conservatore si è distinto per le sue posizioni molto radicali nei confronti di Brexit, al punto da essersi dimesso dal governo May giudicando la linea dell’ex premier troppo morbida verso l’UE nelle negoziazioni.

In effetti, Johnson non ha mai fatto mistero di preferire il No Deal, ovvero l’uscita senza accordo, a un’eventuale revoca dell’uscita dall’Unione. Anche oggi, durante il suo discorso d’insediamento, ha ribadito che la Brexit sarà il 31 ottobre (la data cui si è arrivati dopo una serie di proroghe), se necessario senza accordo. Al tempo stesso, però, ha più volte affermato che intende rinegoziare l’accordo, e che giudica quello raggiunto da Theresa May come troppo favorevole per l’Unione Europea.

Allo stato attuale, è incerto che Johnson riesca davvero a riaprire le negoziazioni. Già durante il congresso dei Tories, quando ha affermato le sue intenzioni, è stato freddato da Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, che ha affermato che non ci sono alternative all’accordo raggiunto. In effetti, non esiste attualmente nessun modo valido per cui l’Europa debba riaprire i negoziati: dalla sua prospettiva, che l’accordo raggiunto sia stato rifiutato più volte dal parlamento inglese è più un problema interno dello UK che un problema dell’UE. Tuttavia, Ursula von Der Leyen, che succederà a Juncker a ottobre, ha dichiarato di fronte al Parlamento Europeo di essere disposta a prorogare ulteriormente Brexit se ci saranno motivi validi. Un’uscita senza accordo, del resto, non sarebbe lo scenario ideale nemmeno per l’Europa. Proprio da questa consapevolezza nascono le proroghe precedenti. E tuttavia, questa implicita ammissione della von der Leyen potrebbe creare uno spazio interessante per Johnson. Si tratta, ovviamente, di uno spazio strettissimo, forse così stretto che non sarà nemmeno possibile aprirlo, ma che tuttavia potrebbe essere l’unica speranza per Johnson di tenere fede ai suoi impegni.

Non aiuta che Jeremy Corbyn abbia recentemente sostenuto la necessità di porre l’opinione pubblica di fronte alla scelta se accettare la Brexit con il No Deal (o con l’accordo raggiunto) o revocare l’uscita dall’UE, aggiungendo che in entrambi i casi il Labour farà campagna per il Remain. In questo modo, se Johnson non dovesse riuscire a rinegoziare un accordo, si troverà a doversi assumere da solo la responsabilità politica di Brexit, con tutto ciò che comporterà.

I metodi negoziali di Boris Johnson si sono dimostrati spesso più aggressivi e meno rispettosi delle prassi istituzionali di quanto una situazione così delicata consentirebbe. Ma Johnson è anche una delle figure più imprevedibili nel Regno Unito (qualche anno fa, nessuno lo avrebbe immaginato leader dei Tories e primo ministro). Lo spazio aperto dalla von der Leyen può essere irrilevante, ma potrebbe anche rivelarsi una crepa che fa crollare un muro. Riaprire le negoziazioni su Brexit è altamente improbabile, ma se c’è una cosa che Brexit ci ha insegnato, fin dai tempi dell’elezione di David Cameron, è che l’improbabile può succedere davvero.

 

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CAT: Istituzioni UE

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