Antonella Di Pietrantonio – L’età fragile – Finalisti Strega 2024

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3 Giugno 2024

Donatella  Di Pietrantonio- L’età fragile,  Einaudi 2023 –

La vicenda all’apertura si svolge negli spazi stretti di un interno familiare. La madre voce narrante, a nome  Lucia si scoprirà molto più avanti, il marito con cui è in rotta, il padre di lei, di cui si fa  fatica a ricordare il nome, mentre la  madre  è morta, e sembra  incentrata sulle difficoltà della figlia Amanda chiusasi in sé stessa dopo un tentativo di insediamento a Milano per seguirvi l’università, subito fallito a causa di  un’aggressione che l’ha fatta entrare in crisi e chiudere in sè stessa. La ragazza sarà diventata forse una Hikikomiri? Cosa le è accaduto? Si saprà dopo. Per adesso mistero. Suspense. Sembra questo il romanzo che abbiamo tra le mani .

Tutt’altro. La voce narrante ben presto deliberatamente si disunisce, direbbe quello, lascia Amanda al suo destino per poi riprenderlo più avanti  e ripiega su un memoir contraffatto o dissimulato, e dunque il focus si sposta sulla famiglia dell’amico del padre, Osvaldo.
Salto temporale all’indietro di un trentennio circa – e sono tanti i salti  che intervengono nel corso della narrazione in una sorta di costruzione a puzzle tra andirivieni negli anni e cambio di tematica-, da un lato il rapporto con la figlia e quello,  fallito col coniuge, dall’altro le vicende del padre e del suo amico Osvaldo, sua moglie la Sceriffa e la figlia Doralice, e gli investimenti e i debiti sul campeggio Dente del Lupo in cui la voce narrante indugia con minuzie pletoriche e pochissima resa in termini di attrazione e restituzione di mitopoiesi, tra storie di paese e rievocazione della propria memoria personale e familiare. Con la storia parallela del fatto di cronaca che riguarda lo smarrimento e la ricerca di tre ragazze, tra cui Doralice e due  campeggiatrici di Modena su cui si innesta una flebile indagine commissariale senza alcuna presa in capo al lettore. Il tono redazionale si incanala nelle forme del trattamento cinematografico o sceneggiatura televisiva da fiction Rai 1, con la freddezza che rimane tale salvo qualche accensione quando probabilmente si vuole dare il sugo della storia, che sarà tragico per le due ragazze modenesi.

Detto così sembra che stiamo, come si dice con quella brutta parola importata,  spoilerando biecamente. Ma è la stramba regia della voce narrante che costruisce gli eventi a puzzle, si diceva, in un cui l’adesso narrativo è spostato avanti e indietro a capriccio. A titolo di esempio sappiamo già che a Doralice non potrà  accadere nulla di grave perché in precedenza siamo stati inopportunamente informati che si trasferirà in Canada.  La narrazione non  è lineare e consecutiva e le indicazioni di  regia sono avare nel momento dei cambi di scena,  e la lettura chiede un’attenzione suppletiva assorbente su ciò che accade, visto che altro non c’è. Anche la storia delle ragazze modenesi è ripresa qualche capitolo dopo. Davvero una bizzarra forma di assemblaggio di segmenti di plot. Più che altro una alzata di ingegno  che nessuna utilità offre al testo né in termini di logica compositiva o di maggiore attrazione in direzione  del lettore che resta più che perplesso in verità.

La storia parallela di Ciarango, pastore forastico e qui un po’ monumentalizzato a mo’ di “genius loci“, ha un che di imbarazzante e non certo per la povera figura del pastore ma per la funzione iconica che gli viene assegnata dalla voce narrante in vena di un recupero idealtipico di un’anima abruzzese verace in istantanee come questa «Ciarango scendeva dallo stazzo piú di rado. Mangiava solo formaggio e frutti selvatici, beveva alle fonti». Gli toccherà una brutta fine, accennata ma anticipata nel vortice sbrindellato dell’analessi e della prolessi. Ma anche  Ciarango è resuscitato. Morto nel capitolo precedente ritorna vivo e vegeto platealmente nel successivo. Procedura che supponiamo si azioni grazie o per colpa dell’uso del PC che consente impunemente lo spostamento di interi blocchi di testo narrativo.

La costruzione del plot è proprio saltellante, a vorticoso e confuso andirivieni, senza un nucleo tematico prevalente, ondivaga tra storia familiare e abbozzo di storia corale di gente di montagna. “La montagna lo fa” direbbe il tormentone del film abruzzese “Un mondo a parte”, la commediolina con Virginia Raffaele e Antonio Albanese, piccolo campione d’incassi del “momento Abruzzi” di questa stagione narrativo-filmica.

Lo redazione del testo è  a frasi  brevi,  senza subordinate  e secco  stile nominale, al limite della paratassi  più scabra che non ti incendia né ti acquieta. Forse l’intento è di raggiungere una freddezza calcolata mirante a portare a temperatura il dramma con un minimo di spesa di scrittura, con effetto cric, minimo sforzo massimo rendimento. Forse.

Piccole azioni, pensieri,  parole, gesti, sono allineati ma come staccati l’uno dall’altro, fissati in una sorta di scrittura sospesa che dovrebbe ingaggiare il lettore nel patto narrativo, ma che finisce con l’allontanarlo per l’eccessiva asciuttezza o spigolosità o mancanza di espressività. Pochi sono i passi sottolineati dai lettori che ci hanno preceduti nella lettura dell’ebook, segno che non hanno gradito la tenuità del tutto offerta come levità espressiva, suggestione lieve, stile pointiliste. Sono perlopiù le osservazioni extranarrative  sulla vita, sui figli che non si conoscono a fondo o che scappano alla nostra tutela («A un certo punto perdiamo la presa sulla vita dei figli. Vanno da soli e ci guardano spietati», leggiamo. Oppure «La vita segreta dei figli. Sappiamo che esiste, ma non siamo mai pronti a toccarla. Restano per sempre angeli senza sesso nel chiuso delle nostre teste. Indifferenziati, mai del tutto partoriti»).

Asciuttezza stilistica programmatica, si dirà. Ma non è detto che non sia anche questa una forma di barocco. Il critico americano Dwight Macdonald  scriveva in “Controamerica”, a proposito dello  stile di Hemingway, che era diretto e semplice in superficie ma in effetti complesso e manieristico. C’è un barocco con i riccioletti e un barocco con linee rette. Barocco con ornamenti e barocco con spazi vuoti, barocco del diciassettesimo secolo e barocco del secolo ventesimo. E anche del ventunesimo aggiungiamo noi leggendo questa evanescente e manierista  Di Pietrantonio: barocco con frasette brevi e smozzicate. Questa prosa spezzata, sincopata, ha lo svantaggio di far perdere fluidità al fraseggio affabulatorio, e l’anarchico andirivieni dell’adesso narrativo disorienta non poco perché il compito di ricomporre le tessere del mosaico resta tutto a carico del povero lettore. I piccoli frame narrativi e l’adozione della tecnica pointiliste possono restituire grandi emozioni oppure niente. Ma talvolta è proprio niente, come qui. Salvo la morale della favola esplicitata apertamente. «La bellezza intorno a noi non ci riguardava. Non ammiravamo la natura, dovevamo combatterla. Bastava un temporale sul grano maturo a impoverirci un po’ di piú. Lottavamo contro il vento, le malattie degli animali e i parassiti delle piante. La natura che ci nutriva era la stessa che ci affamava». «La natura è bella per i ricchi, non se devi lavorare come uno schiavo». La chiusa è lirico-melica: «Cade nel cielo sopra il Dente del Lupo l’ultima stella dell’estate». Ma no, dai. L’ha scritto, parola non torna indietro.

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Finalisti Premio Strega 2024

– Tommaso Giartosio – Autobiogrammatica
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– Antonella Lattanzi – Cose che non si raccontano urly.it/3_y7d

Antonella Di Pietrantonio – L’età fragile urly.it/3abqq-

– Dario Voltolini – Invernaleurly.it/3agyq

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TAG: Abruzzo, Donatella Di Pietrantonio, L'età fragile
CAT: Letteratura

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