Merito e capitalismo con capitale, gli anticorpi al declino

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28 gennaio 2019

Il 2019 è cominciato con magrissime prospettive di crescita del PIL italiano – chi dice lo 0.6% per il 2019 e lo 0.9% per il 2020 chi suggerisce che anche tali stime potrebbero rivelarsi ottimistiche. I social network, oggi sempre più considerati dalle masse i veri depositari della verità (anche se, purtroppo, si sta dimostrando sempre più l’opposto) e il Governo dicono al contrario: che non c’è da avere paura e che tutto andrà per il meglio grazie al reddito di cittadinanza, agli altri sussidi più o meno nascosti ed al taglio generalmente espansivo dato all’ultima legge finanziaria.Davvero non dovremmo preoccuparci?

Personalmente sono invece convinto del contrario in quanto alcuni elementi fondamentali per una vera crescita sostenibile sono stati da tempo dimenticati in questo paese, indipendentemente dal colore politico del governo in carica. Guardiamo ai dati invece che concentrarci sulle stime visto che, come diceva un mio vecchio capo,“La carta (ed oggi excel) accetta tutto”. Il lavoro pubblicato da Vitale & Co Spa sull’economia Italiana del professore Beniamino A.Piccone illustra nello studio dal titolo: L’Italia: molti capitali, pochi capitalisti,  un quadro disarmante .“Numero di imprese non-finanziarie per classe dimensionale e percentuale”: in Italia solo lo 0.09% del totale delle 3.683.127 imprese supera i 250 dipendenti. Gli stessi valori per la Germania si attestano allo 0.47% (su un totale di 2.408.352 imprese), allo 0.33% per il Regno Unito (su un totale di 1.940.947), e lo 0.14% della Francia (su un totale di 2.908.814). Tutti i dati sono relativi al 2015. Se guardiamo la Governance non stiamo messi molto meglio. Sempre nello stesso libro si evidenzia: “quote di imprese a proprietà e gestione familiare: Italia 85.5% con l’83.9% che hanno in CEO di famiglia ed il 66.3% il management di famiglia.” Le stesse cifre per gli altri paesi indicano: Regno Unito: 80.5% per la proprietà, 70.8% per il CEO ed il 10.4% per il management; la Germania ha l’89.8% di imprese a proprietà familiare, l’84.5% il CEO di famiglia ma solo il 28% di management familiare. Anche se i valori sembrano non troppo distanti per proprietà e CEO, non dimentichiamo però che le percentuali si riferiscono a campioni dimensionalmente diverse (3.6 milioni di imprese in Italia nonostante un PIL decisamente più basso contro 2.4 milioni per la Germania). In sintesi negli altri paesi la proprietà può anche essere familiare ma per favorire la crescita l’intervento di management esterno e professionale è considerata fondamentale.

Mettiamo poi in relazione questo quadro, con i dati sull’istruzione in Italia. Qualche giorno fa Milena Gabanelli e Orsola Riva li riportavano sul Corriere della Sera. (Laureati, i paradossi del numero chiuso Corriere della sera del 23 gennaio 2019):“In Italia abbiamo il più basso numero di laureati d’Europa”…..”dal 2008 ad oggi [i docenti universitari] sono scesi da 63.228 a 53.801. Il continuo taglio dei finanziamenti all’università non consente di rimpiazzare i professori che vanno in pensione”… “in rapporto al PIL spendiamo [per la scuola] lo 0.9% contro l’1.2% della Germania, l’1.3% della Spagna, l’1.5% della Francia per non parlare degli inglesi che sfiorano il 2%”. Proprio lo stesso giornale in data 28 gennaio, indica come, in barba alle ipotesi di “navigators e centri per l’impiego” oggi i lavori ci sono ma non c’è l’offerta di lavoratori con preparazione adeguata (circa un quarto delle offerte di lavoro restano senza riscontro).

.Già la competizione: quella cosa che i nostri attuali governanti vorrebbero cancellare insieme alla competenza per decreto! Dall’evasione fiscale, ai tempi della giustizia, al diffuso scarso rispetto delle regole, alla burocrazia, solo per citare alcune delle variabili che rendono un paese in grado di competere o meno, emerge che nel nostro, se non poniamo rapidamente rimedio a queste debolezze di fondo, la nostra arretratezza economica e sociale non potrà che aumentare.

L’Italia non è attrezzata per competere in un mercato globale

Come fa infatti un’azienda con dimensioni minime rispetto ai suoi concorrenti ad investire non solo nella ricerca e sviluppo ma anche solo nella rincorsa all’evoluzione dei mercati, o nella formazione del proprio personale? Come fa quella stessa azienda ad attrarre i talenti necessari a sviluppare ed a far crescere il business (sempre che il “padrone di turno tali talenti li voglia effettivamente attrarre)?  Pensiamo ad esempio alla crisi del settore delle costruzioni – un settore che conosco un po’ ed i in cui l’Italia ha sempre vantato eccellenze internazionali (solo per citare alcuni esempifamosi, le costruzioni di dighe quali quella di Assuan in Egitto o di Yaciretà in Argentina); ebbene guardando ai bilanci pubblici, emerge che il nostro campione nazionale, la Salini Impregilo, che, seppur quotata ha comunque una forte impronta familiare,  ha un fatturato di circa 6 miliardi di Euro. Le principali concorrenti francesi, tedesche o scandinave, superano abbondantemente i 30 miliardi (anche perché hanno un settore di attività volutamente più ampio di quello di Salini) con punte superiori ai 50 miliardi. Crescita dimensionale, competenza e merito vanno considerati elementi fondamentali al progresso sociale oltre che economico. Come è possibile promuoverli? La crescita dimensionale e professionale delle nostre imprese va favorita con incentivi fiscali alle aggregazioni e alle fusioni per la creazione di campioni nazionali di dimensioni minime e paragonabili a quelle dei principali competitors internazionali – idea questa che era stata perseguita da qualche governo precedente, che finalmente aveva messo da parte il vecchio ed obsoleto principio italico del “piccolo è bello” – ma che poi è stata lasciata cadere. Iniziative di questo tipo sono sicuro non piaceranno per nulla ai sindacati ed alle diverse lobby che osteggiano, spesso per puro interesse di cortile, ragionamenti di efficienza e competitività. Oppure, ma qui siamo davvero alla provocazione pura, stabiliamo nel codice civile che nessuna persona che controlli, direttamente o indirettamente, più di una percentuale rilevante di un’azienda, abbia la possibilità di essere un manager apicale della stessa (il che non significa vietarne la proprietà). In fin dei conti, se una persona dimostra di essere un manager capace, non dovrebbe avere difficoltà ad eccellere in realtà diverse dalla sua. Già, merito e competenza:  che gli piaccia o meno, i nostri giovani oggi devono confrontarsi con laconcorrenza non solo dei coetanei che vengono dai paesi limitrofi come è accaduto alla nostra generazione, ma anche dei cinesi, indiani, africani, etc. magari formati in alcune delle nostre scuole ed università, con buona pace delle politiche di chiusura delle frontiere tanto care al nostro vice-premier Salvini. La buona notizia è che però tutt’oggi,  i nostri giovani bravi, quando vanno all’estero, riescono a competere con grandi risultati raggiungendo posizioni di enorme prestigio. Ma una volta andati ben difficilmente tornano anche perché altrove hanno opportunità di sviluppo che in Italia non si possono nemmeno sognare! Allora ecco allora una proposta un po’ meno provocatoria delle precedenti – che comunque considero utili quanto meno per generare un vero dibattito su cosa serva a questo paese per la crescita. Cosi come abbiamo inserito nella costituzione alcune regole di vincolo di bilancio (anche se ad alcuni politici non piacciono e amerebbero tornare indietro), perché non inserire l’obbligo di un investimento minimo in percentuale del PIL dedicato alla scuola? La disponibilità di risorse per l’istruzione, a cominciare da quella inferiore per finire poi alle università, dettata però in funzione della loro produzione di talenti – e quindi basata sulla effettiva meritocrazia e produttività – potrebbe finalmente riaccendere una sana competizione per l’eccellenza scolastica mediata peraltro dalla disponibilità di adeguate borse di studio affinché l’accesso alle scuole migliori sia davvero garantito a chi se lo merita e non solo a chi se lo può pagare. Perché non permettere alle imprese che finanziano iniziative congiunte di ricerca di base ed applicata con le università,  la piena deducibilità fiscale di tali contributi, fino ad arrivare ad un obbligo – evidentemente detraibile fiscalmente – di contribuire ad un fondo nazionale di ricerca con una quota dell’attuale carico fiscale (tipo 5 per mille)?

Poiché nessuna di queste idee porta voti o consensi nell’immediato, capisco perché il governo preferisca non preoccuparsi delle stime pessimistiche sulla crescita del Paese e sperare che il popolo dei social che lo segue, continui a credere alla favole.

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CAT: macroeconomia

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