Il giornalismo dei fatti suscita rabbia, violenza e invidia

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25 Febbraio 2018

Ogni giorno gli  italiani leggono  articoli che si rincorrono,  agenzie che arrivano comodamente alle  redazioni, veline che aleggiano senza intralci. Sono poche le notizie scomode e  le  inchieste perché mal pagate, rischiose, difficili e soggette a querele milionarie, violenza e feroce invidia dei colleghi.   La gran parte dei temi trattati in politica arrivano dai palazzi del  potere e non rappresentano il mestiere del giornalista nella sua accezione più alta: raccontare dei fatti per un interesse comune, svelarli prima che possano accadere,  intercettarli mentre sono in essere pronti a danneggiare la collettività.

Le notizie di ogni giorno arrivano al cronista che ha conquistato una scrivania nel grande quotidiano, come  una prioritaria, lo sforzo è minimo: l’incidente, l’incendio, la rissa che uccide. Giungono con una modalità che polverizza   la sua facoltà di cercare, di  scavare, di svelare ciò che si vuole nascondere,  di porsi delle domande,  di aggredire il potere e ricordarsi che quest’ultimo non è  il santo  protettore della sua sacra poltrona, ma un temibile avversario da tenere sotto tiro.

Questa professione è diventata un continuo esercizio di tenuta del privilegio e della sicurezza ottenuti, mantenuti con la tenacia di esperti arrampicatori arrivati su piccole vette che non vogliono abbandonare.  La redazione degli articoli  è un esercizio di  stile, leggiamo pezzi  infarciti di citazioni colte, parole straniere, motti latini, si fa capire che si ha una cultura e la si propina al lettore che legge sempre meno appassionato.

Poi ci sono anche loro per fortuna,  spesso i più sfigati i giornalisti che la poltrona non ce l’hanno, che non hanno postazioni da mantenere, oppure quelli che sono abituati a ritmi aggressivi della TV spettacolo, che devono fare audience e non scaldare una sedia in attesa di agenzie,  abituati a sporcarsi le mani a mettere il naso  in faccende sporche e dense di risvolti: appalti truccati, corruzione, infiltrazioni mafiose, ingerenza della politica, violenze su minori ad opera di insospettabili, insomma di scrivere quei pezzi dove le citazioni sarebbero fuori luogo e i latinismi ridicoli e spesso riescono persino a produrre delle conseguenze: l’intervento delle procure,  le dimissioni di coloro che contano, il reale interesse dell’opinione pubblica. Una sorta di miracolo in questa categoria genuflessa e intimidita.

Lo fanno come riescono certo, in una giungla non entri chiedendo permesso, vi si  penetra diventando tigri  con l’eventualità di avere il naso spaccato da una testata o veder arrivare una fucilata sulla propria auto , servono mezzi pesanti come la collaborazione di un  ex camorrista snobbato dalle procure , occorre giocare sporco in un mondo non esattamente pulito per far rotolare teste che non è bene rimangano là dove stanno.   Eppure questi giornalisti vengono accusati di essere scarsi, scorretti, provocatori privi di deontologia professionale dai tuttologi e dagli stessi colleghi titolati e dopo il linciaggio mediatico arriva puntuale e inesorabile la ritorsione della malavita.  Con i loro familiari sono minacciati, e spesso sottoposti a violenze e intimidazioni.  In poche parole la dura vita di chi a contatto con il potere non si fa intimidire e resiste alle sue provocazioni, perché provocare significa disturbare chi cammina per la retta via, non certo portare alla luce un reato.

Un attestato di grande stima allora a chi rischia, a chi non si nasconde dietro l’imparzialità deontologica per celare la riverenza nei confronti di chi tira i fili , a chi non si inchina ai faccendieri che tengono a guinzaglio gli editori, a chi non si ferma davanti agli assessori corrotti, ai giochi di partito, ai misteri che si vogliono tenere irrisolti. A chi ci mette la faccia in modo non convenzionale a chi suscita il risentimento dei pavidi.

Il giornalismo non sono parole, sono fatti , fatti narrati, intercettati impediti. Chi  grida allo scandalo si faccia qualche domanda, si  ricordi  sempre che un giornalista del  bel paese deve avere tanto coraggio, zero  autocompiacimento letterario, molta  verità  e principalmente stima dei colleghi che rischiano quel che lui non vuole rischiare.

 

TAG: deontologia, giornalismo, inchiesta, scoop
CAT: Media

Un commento

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  1. vincesko 3 anni fa

    Gli Italiani, in stragrande maggioranza, odiano i numeri e i fatti.

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