Bignardi, la Rai che impone stile e vestiti sta tra il moralistico e il surreale

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28 Maggio 2016

Avendone potuto apprezzare il grigiore estetico negli anni di comune lavoro alla Camera dei Deputati, non sorprende che Gianni Scipione Rossi, direttore di Rai Parlamento, abbia servito in un’unica soluzione la sua fashion-vendetta, vergando straordinarie linee guida: d’ora in avanti chi vorrà mettere il faccione in video dovrà sottostare a un rigidissimo decalogo.

Per gli uomini, abitualmente tristi senza necessità di ulteriori sollecitazioni, la tristezza si farà definitiva dovendo inguainarsi – “di rigore” – in «giacca tinta unita o gessato sobrio, di colore blu o grigio. Per la cravatte evitare fantasie o colori sgargianti. (Assolutamente vietati il marrone e i suoi derivati e le giacche a quadri)». L’ordine di servizio Rai, raccontato da Annalisa Cuzzocrea su Repubblica, è innanzitutto un benevolo viatico per la chiusura immediata di Finollo e Marinella, che alla cravatta fantasia si ostinano ad assegnare margini di credito, e porteranno presto alla riesumazione “per colpa grave” di Edoardo VIII, il duca di Windsor, l’uomo più elegante della storia, che sulla giacca a quadri impiantò una vera filosofia. (Peraltro anche l’Avvocato avrebbe due cose da dire).

Se la tristezza maschile viene temperata dal burocrate Rai in fondo con uno sforzo relativo, qualche impegno in più è stato necessario per mettere a tacere qualsivoglia pretesa femminile, dove la sensibilità estetica ha certamente qualcosa in più da raccontare. Qui la scure si abbatte senza pietà sui feticisti del disegno floreale, che è “vietato”, mentre sono autorizzate le righe, la tinta unita, e la fantasia sobria. Una fantasia sobria, ossimoro o nuova frontiera della psicanalisi estetica? Restano al palo il solito marrone, su cui il Rossi deve avere un fatto personale, a cui si associa il viola che notoriamente porta sfiga. (Mi sono appena fatto una giacca color melanzana, ci dovrò riflettere). «Per la stagione estiva consentite le camicie» – beh, ci mancherebbe – ma «con lo stesso criterio delle giacche per quanto riguarda le fantasie». Resterebbe il gioiellame (“orecchini, collane, spille, etc.”) su cui la benevolenza Rai chiede di «attenersi alla massima sobrietà». Evviva. Resta l’incubo delle “braccia scoperte”, ultimo retaggio da acquasantiera, che ovviamente sono “vietate”.

L’accademia militare di viale Mazzini è in pienissimo fermento per formare disciplina e decoro, come se quella discoletta di Vivienne Westwood avesse regnato sino ad oggi su trucco e parrucco di stato. In realtà, al di là di alcune felici eccezioni che ci riportano a un passato piuttosto lontano, l’estetica Rai è sempre stata quella cosa lì, più grigia del grigio. E ora, solerti interpreti del nuovo corso vorrebbero ridurre ulteriormente gli spazi di vivacità e fantasia dettando delle regole. Neppure Daria Bignardi, che credevamo esente per cultura e senso della vita, è riuscita a starne fuori, distribuendo il suo onesto santino. In cui indicare come prioritaria l’abolizione del tacco alto, mettendo in guardia sul trucco eccessivo e ponendo una pietra tombale sulle velleità di qualche collega che scambia il giorno per la notte.

Una delle regole fondamentali dello stile è che nessuno, purtroppo, può indicarti una via. Indicartela con intenti pedagogici, beninteso, ma neppure con l’obiettivo di “migliorarti”. Memorabile, al proposito, il racconto che Vittorio Cecchi Gori fece di sua moglie Rita (Rusic), che ogni maledetta mattina gli stendeva sul lettone, a mo’ di spaventapasseri, la giacca, i panta, la camicia, le mutande, i calzini e le scarpe che avrebbe dovuto indossare per quella giornata. Ora, se ricordate anche alla lontana come vestiva Cecchi Gori, coglierete perfettamente il senso dell’episodio. Nessuno che abbia a che fare con la televisione sfugge alla tentazione di indicare una via estetica, che poi, terra terra, significa dire ai tuoi sottoposti come dovrebbero vestirsi. Lo fece persino l’elegante Paolo Garimberti, allora direttore del Tg2, che questionò con una conduttrice per il tono della sua giacca.

Il vero padre di questa legione di interventisti fu naturalmente il migliore di tutti loro: al secolo Silvio Berlusconi. Che sul senso estetico, applicato a quella pancia del Paese che seguiva le sue televisioni, fondò autorevolmente il suo impero. Non che il nostro vestisse granché, nonostante gli slabbrati Caraceni, ma non era certo il concetto di stile ciò che a lui interessava. Era presente un’idea globale di televisione, che doveva sottostare a precise linee guida estetiche. I suoi telegiornali, formalmente impeccabili, vivevano in perfetta simbiosi con Drive in. La forza del Cav. fu eliminare da subito ogni intento moralistico applicato all’abito, come dev’essere peraltro. Questione che invece affiora, evidente, nei nuovi indirizzi Rai.

In copertina, Daria Bignardi (foto di Daniele Devoti, licenza CC, via Flickr)

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2 Commenti

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  1. beniamino-tiburzio 4 anni fa

    Non è moralismo. né roba da ridere………business.

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  2. cincinnato 4 anni fa

    Nulla di nuovo, certo, che Renzi abbia marcato il territorio in Rai per concorrere al consolidamento del consenso dovutogli. Chi non si adegua, uno di qua e l’altro di là Porro e Giannini per esempio, si cercherà altre antenne. Così la solita lottizzazione, sommandosi al maledetto canone, rende il cosiddetto servizio pubblico invasivo, fastidioso, parziale e risaputo. In considerazione di ciò e visto che frotte di velinari allineati possono entrare nelle case a tutte le ore, non potendo gli utenti pretendere un codice di comportamento intellettualmente imparziale, almeno godano di un codice (che l’essere imposto non ne diminuisce la valenza positiva) di abbigliamento blu e grigio, sobrio e ammodo, e perché no con braccia ed altro coperti per non esibire l’impari contesa colla forza di gravità.

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