Charlie, i cattolici e la scienza

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1 Luglio 2017

E’ interessante provare a indagare le ragioni che hanno portato il caso di Charlie, sostanzialmente ignorato dai media inglesi (se si eccettua qualche tabloid che lo affianca alle fotografie di attrici in bikini, in stile «Libero»), sulle prime pagine dei giornali italiani. E qui entra forse in gioco la specificità dell’opinione pubblica cattolica italiana. Non mi riferisco tanto alla strumentalizzazione del caso per raccattare un presunto «elettorato cattolico» da parte di politici spregiudicati (come Beppe Grillo e Matteo Salvini) del tutto disinteressati alla sorte dei bambini se questi ultimi hanno la pelle ambrata e rischiano di morire di fame, bombardati da aerei russi o annegati nel Mediterraneo, o di altri pronti a sposare qualsiasi causa sembri vagamente nazionalpopolare (Matteo Renzi). Quanto piuttosto alle argomentazioni di una mentalità antiscientifica che tenta di prendere il sopravvento su un complesso ma tutto sommato fruttuoso rapporto tra scienza e fede che nel corso degli ultimi decenni la Chiesa (e gli scienziati cattolici) hanno saputo costruire.

Non è difficile vedere in questo atteggiamento una più generale opposizione al Concilio, a quell’aggiornamento che ha messo in dialogo la Chiesa con il mondo moderno, rendendo il Vangelo lievito di una società aperta e in fermento e non norma prescrittiva di una società autoritaria. Non è un caso che i due ambienti sostanzialmente coincidano, anche se il caso di Charlie ha suscitato emozioni che sono andate oltre i tradizionali confini dell’intransigentismo anticonciliare.

Non ci si fida dell’ospedale inglese, che a quanto pare rappresenta un’eccellenza, ma che i critici ritengono sia popolato da medici senza scrupoli assetati del sangue di un bambino; non ci si fida del comitato etico dell’ospedale stesso; nemmeno i consulenti scientifici di entrambe le parti, ascoltati dai giudici britannici nei vari gradi di giudizio, sono ritenuti affidabili agli occhi dei malfidenti. In Italia numerose istituzioni hanno approvato l’approccio dell’ospedale inglese (si veda per esempio l’opinione del genetista Giuseppe Novelli). Ma, anche ammesso che tutti i sopracitati siano persone senza fede religiosa, privi di misericordia e senza pietas, si assiste ad attacchi anche a scienziati cattolici e ad autorità religiose accusati di non essere autenticamente cattolici, qualunque cosa voglia dire essere autenticamente cattolici per i giornalisti e opinionisti più esagitati, da Antonio Socci a Costanza Miriano, tutta gente di cui non si conosce un solo contributo alla medicina e tanto meno alla Chiesa.

La Chiesa, che nella sua storia ha fondato ospedali e ha anche contribuito a formare la coscienza comune sulla dignità della persona alla fine della vita, secondo alcuni dovrebbe rinnegare se stessa e la sua storia, trasformandosi in una specie di comitato oscurantista in lotta con le forze della modernità. Non a caso la massima autorità che questi ambienti intransigenti sono riusciti a trovare è il card. Carlo Caffarra, paladino dell’anticoncilio.

Ma il mondo cattolico, sia la gerarchia sia il laicato, su questi temi ha posizioni più articolate e nel caso di Charlie può vantare ben altri contributi. A partire dalla Pontificia Accademia per la Vita, il cui presidente mons. Vincenzo Paglia ha espresso rispetto per le scelte dei medici che hanno in cura in bambino; la Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, secondo cui a ogni sforzo per difendere la vita va accompagnata la consapevolezza dei limiti della medicina. E poi alcuni autorevoli scienziati cattolici italiani: come Enrico Bertini, responsabile del servizio di Malattie muscolari e neurodegenerative dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, struttura controllata dalla Santa Sede («Corriere della Sera», 11 aprile); il genetista Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dello stesso ospedale («La Stampa» 1° luglio); ma anche l’accorata riflessione di Alessandra RigoliVita», 1° luglio).

Tutti ciarlatani? E che competenze ha Marina Corradi per parlare di «selezione dei sani basata sulle leggi dell’economia» («Avvenire», 1° luglio)? Forse che al Bambino Gesù, dove sostengono che si sarebbero comportati nello stesso modo, si praticano questi crimini?

Ancora più speciose sono alcune argomentazioni utilizzate da questi sedicenti autentici cattolici. Un intervento ancora di Marina Corradi le riassume in poche righe («Avvenire», 29 giugno): si sostiene che il bambino non soffra e che siano arbitrarie le affermazioni di medici e giudici secondo cui, in questo stato, starebbe soffrendo. Ma quali elementi ha una giornalista italiana per esprimersi sulla cartella clinica che non ha mai letto di un paziente ricoverato a Londra, ritenendo menzogneri i medici che l’hanno in cura? Si sostiene che manchi la volontà del paziente. Ma poi quando si parla di testamento biologico la volontà di un paziente adulto è considerata del tutto secondaria. Si chiede di lasciare che la malattia del bambino segua il suo corso naturale. Ma è proprio l’innaturalezza del decorso della malattia, con la respirazione artificiale e il prolungamento delle sofferenze, che vogliono i sedicenti paladini della vita a tutti i costi.

Non sembra che siamo di fronte a quella deriva mortifera descritta dai profeti di sventura: qui anzi assistiamo a una presa in carico delle angosce dei genitori, con l’intervento di organi terzi (magistratura) necessario a causa dell’interruzione della «alleanza terapeutica tra paziente (in questo caso i suoi genitori) e medici» (mons. Paglia).

Forse è giunto il momento di dare alla famiglia quel silenzio e quella riservatezza che sono necessari per affrontare un distacco a detta di tutti i medici inevitabile. Per chi crede, nella preghiera e nella consapevolezza che c’è Chi saprà donare al piccolo quella beatitudine che lo ricompenserà del dolore patito in questi mesi di breve vita terrena.

TAG: Charlie, Chiesa, medicina, neuroscienze
CAT: Medicina, Religione

2 Commenti

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  1. alding 3 anni fa

    Enrico, nel leggere il tuo testo mi disturba l’utilizzo acido di una tua incapacità di sopportare un giudizio diverso dal tuo. Non è così che si fa un dibattito! Non mi illudo che tu mi ascolti ed è per questo che, per te ma soprattutto per gli altri che leggeranno il tuo testo, mi limito ad aggiungere un sereno parere che mi sento di condividere: si tratta di quanto scrive Adriano Pessina, ordinario di Filosofia Morale e Direttore del Centro di Ateneo di Bioetica della Cattolica di Milano e membro ordinario della Pontificia Accademia per la vita.
    «Charlie non è un caso giuridico su cui sperimentare nuove interpretazioni delle carte dei diritti e la tenuta delle competenze scientifiche: è un bambino che prima di tutto deve essere custodito nella sua fragilità e in ogni caso, fosse davvero bene sospendere i trattamenti, ha diritto a un accompagnamento alla morte che coinvolga anche i suoi genitori».

    In poche righe – come scrive Lorenzo Maria Alvaro – sono riassunti i tre punti sostanziali che definiscono la vicenda.
    Il primo è l’impossibilità di demandare alla giurisprudenza questo tipo di decisioni. L’onere della decisione e della responsabilità devono essere a carico dei clinici. Non può essere la legge a decidere se Charlie, o chiunque altro, debba vivere o morire.
    Il secondo è il rapporto medico-paziente. È del tutto evidente come in questo caso sia totalmente saltato e, anzi, sia arrivato ad un vero e proprio conflitto.
    Il terzo, e ultimo, che è bene distinguere tra incurabile e inguaribile. Charlie è inguaribile, ma questo non significa che sia incurabile. Le cure palliative e l’accompagnamento alla morte fanno parte integrante di ciò che intendiamo con cura.

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  2. enrico.palumbo 3 anni fa

    Ho letto l’intervista a Pessina e mi pare interessante. A me sembra però che l’intervento della magistratura sia stato reso necessario proprio dall’interruzione del rapporto medico-paziente. Non so perché ciò sia accaduto: probabilmente per incapacità dei medici di intercettare una difficoltà nel dialogo con i genitori, o forse per altri motivi e credo che a tutti sia capitato di incontrare medici di grande umanità, ma anche medici piuttosto insensibili alle domande dei pazienti e dei parenti. Il principio secondo cui la magistratura non dovrebbe intervenire mi sembra difficile da applicare al caso specifico. La magistratura, in questo caso, ha svolto il ruolo di giudice tra due istanze opposte e inconciliabili e probabilmente sarebbe dovuta intervenire lo stesso se i medici avessero interrotto le cure senza l’approvazione dei genitori, che avrebbero sporto denuncia, o se avessero assecondato i genitori, dato che qualche collega non si sarebbe rassegnato a far soffrire il bimbo. Se non c’è quell’accordo che c’è in innumerevoli casi ogni giorno, qualcuno deve pur decidere in un senso o nell’altro. Da quel che si è potuto leggere, i magistrati non hanno deciso ex cathedra, ma hanno ascoltato i pareri dei medici (compresi terzi) e del comitato etico, quindi loro stessi si sono affidati a chi è competente.
    Detto questo, è evidente che il mio testo non critica chi ha opinioni contrarie, anche perché sono convinto che il confronto per trovare un punto di caduta accettabile e condiviso deve per forza esserci tra posizioni diverse. Io ho parlato piuttosto di opinionisti e giornalisti vari che, per finalità tutte interne al mondo cattolico (riassumibili nella “lunga guerra a Francesco”), si sono fatti promotori di campagne piuttosto violente (contro quello che è stato definito “omicidio”, “assassinio di stato”, perfino “crimine dell’Europa”, come sostiene chi è convinto che la Corte europea dei diritti dell’uomo sia emanazione dell’UE). A un articolo che critica le posizioni di Socci e Miriano, non risponderei mettendo sul loro stesso piano Pessina. Quest’ultimo potrebbe risentirsene.

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