Chiusi in casa alla ricerca di balconi e connessioni

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16 marzo 2020

Ilaria Caelli, psicologa di approccio Gestaltico che si occupa di comunicazione e Luca Rossetti politologo con il pallino per il lavoro di rete e di comunità, entrambi soci della Cooperativa B-CAM ragioniamo (a distanza) su questi “strani giorni”.

Luca: le 24 ore a cui se ne affastellano altre del #iorestoacasa, implicano uno sforzo fuori dall’ordinario, anzitutto da parte di chi è in campo nella filiera dell’aiuto e dell’assistenza sanitaria. Diverso è per chi è colpito direttamente dal virus, mentre tutti ci sentiamo ancora più vulnerabili del solito.
Queste sono giornate inconsuete, con una ricaduta di massa che potremmo collocare lungo un continuum psicologico che ha ai suoi estremi la claustrofobia e il caldo vecchio focolare.
Le recenti misure dei dpcm comportano infatti un drastico ripensamento della nostra vita di tutti i giorni come singoli (anche tra sè stessi), coppie e famiglie. Un ripensamento non così facile in cui siamo costretti quasi agli arresti domiciliari modificando le coordinate spazio temporali del nostro vivere.
Da un lato c’è la polemica serpeggiante nelle bolle social tra “rigorosi” ed “elastici” interpreti delle nuove norme che si definiscono reciprocamente “irresponsabili” e “ossessivi”.
A noi però interessa qui fornire degli spunti e degli sguardi intorno a come le persone continuano a tenere e a sviluppare la relazione con gli altri; lavoro, amicizie, vicini di casa e di quartiere. Come tengono le relazioni e come e quanto cambieranno i rapporti ed i legami.
Luca: Partiamo proprio da qui e mettiamo attenzione alla questione delle relazioni. Che ne dici?
Ilaria:  Contatto, restare in contatto con sé stessi, con gli altri, con il mondo, all’interno dei confini che questo periodo ci richiede. In questa settimana l’espandersi di un virus, sconosciuto fino ad ora, ci ha chiamati a ridurre o comunque modificare, il contatto fisico, le nostre relazioni con gli altri e con l’ambiente. Siamo sommersi da informazioni, sia in tv che nelle chat, si alternano fakes news, spesso allarmiste, dati, numeri e  informazioni sulla situazione del contagio in tempo reale, meme e vignette che cercano di leggere con ironia alcuni dei comportamenti che stiamo vivendo e ancora proposte gratuite e open source. Poi c’è lo smart work, le riunioni e gli incontri attraverso piattaforme online e le lezioni virtuali per ragazzi e i bambini.  Molte proposte di condivisione di momenti di socialità, come aperitivi e cene virtuali con amici e gruppi, pagine dedicate all’argomento, meditazioni e tutorial per intrattenere grandi e piccoli ed evitare la noia. Siamo “chiusi in casa” ma aperti alla ricerca di connessioni che troviamo anche con i numerosi flash mob che stanno girando in rete e grazie alle svariate risorse online. Connessioni  rapide che passano dallo smartphone al balcone e viceversa.
In che modo tutto questo ci parla di comunità?
Luca: stiamo vivendo un esperimento sociale che costituisce un laboratorio di micro comunità, nei fatti, sulle relazioni interpersonali, costrette dentro pochi metri quadrati.
E’ in corso un’accelerazione con diverse modalità e tempistiche impresse al lavoro e allo studio online con strumenti più o meno adeguati e persone più o meno resistenti a questi cambiamenti. Si sperimentano nuovi modi di sentirsi comunità.
C’è più malessere o benessere legato a questo mutamenti?
Ilaria: stiamo vivendo un tempo in cui siamo chiamati a cambiare la nostra routine, le nostre abitudini, il nostro rapporto con lo spazio e il tempo. Il vissuto di ansia, stress e paura oppure di benessere dipende da come stiamo vivendo questa situazione, dalla lettura che facciamo della realtà e quindi da che tipo di emozioni emergono. Questi giorni ci chiamano anche a rallentare, a togliere, a lasciare spazio, a ripartire da ciò che conta e a vivere in modo diverso l’interconnessione come esseri umani.
Cosa è cambiato secondo te rispetto a come vivevamo prima?
Luca: cambia per chi è abituato molto a muoversi in città il rapporto dentro casa, nel condominio e negli spazi di prossimità al luogo in cui si abita come cortili, via, marciapiedi, negozi (serrande abbassate e non), piccole o grandi aree verdi. Le persone forse si accorgono di cose che non avevano mai notato e visto prima. Sarebbe interessante costruire qualche strumento di ricerca azione coinvolgendo persone nei caseggiati per comprendere cosa e come sarà cambiata la nostra percezione tra il prima e il dopo. Sarà interessante capire se la propensione a fare le cose da soli o insieme agli altri si sarà un pò più sviluppata nella seconda direzione. Siamo pessimisti o ottimisti? Cosa se ne trae e trarrà da questa esperienza a livello di rapporti tra singoli, famiglie, gruppi e comunità? Come evolveranno le relazioni sociali? Dentro e dopo un’esperienza così c’è da scommettere sull’egoismo o sull’empatia?
llaria: mi viene alla mente la parola interconnessione o ancora meglio interdipendenza e mi piacerebbe scommettessimo su questo. Ogni volta che ho assistito durante questa settimana a flash mob dai balconi e ho osservato azioni di sostegno verso chi è in difficoltà mi sono augurata che questo cambio di paradigma possa proseguire e coinvolgere un maggior numero di persone. Come recita una preghiera del popolo Lakota, gruppo tribale di nativi americani appartenenti alla famiglia Sioux: “Mytakuye Oyasin”, ovvero  siamo tutti connessi. Si tratta di un’affermazione che anticipa il fenomeno dell’entanglement, postulato e dimostrato dalla moderna fisica quantistica che ci dimostra che tutte le cose nell’Universo sono fortemente connesse, che si tratti di elettroni, cellule, galassie. Spesso non siamo consapevoli di questo, viviamo separazioni, conflitti e non ci sentiamo appartenenti alla stessa famiglia e non ci prendiamo cura della Terra e dell’ecosistema. La situazione che stiamo vivendo potrebbe contribuire a farci prendere coscienza di questo legame di interdipendenza ovvero la percezione di essere collegati e di essere parti di un campo, in senso gestaltico, più ampio, rispetto a quello che di solito tendiamo a considerare
Tu come stai vivendo il rimanere “chiuso in casa”?
Luca: quello ce dici richiama la necessità di pensarsi come su una stessa barca; una “comunità di destino” nel senso in cui Edgar Morin parlava di “Terra-Patria”.
Rimanere a vivere dentro casa mi porta a ragionare su tutte quelle cose che ancora ci sono a cui siamo abituati e che diamo per scontate (acqua corrente, frigorifero, lavatrice, tv, pay tv, pc, wifi, libri, riviste, telefono…) al cospetto di quelle che temporaneamente non ci sono più (mezzi pubblici, incontri, riunioni, chiacchierate, negozi, bar, ristoranti, pizzerie, corse all’aria aperta, palestra, stadio, cinema, teatro, libreria, parchi e giardini, corsi d’acqua, cascine, nuvole, alberi fioriti, cavalli…).
Da qui l’importanza di mantenere una finestra; apertura verso il mondo esterno. Uno spazio e un tempo che si apre con le chat (Skype e simili) i telefoni, i balconi e le finestre delle nostre case.
Un’apertura, quella permessa dai mezzi tecnologici, che qualcuno giudica in modo manicheo come una dipendenza continuando con la tiritera del reale contrapposto al virtuale.
Non sarebbe ora di guardare la realtà con occhi nuovi?
Ilaria: l’esperienza del virtuale ci riguarda tutti i giorni, la tecnologia è centrale nella nostra vita che ci vede alternare, e spesso sovrapporre, contatti cosiddetti reali e contatti virtuali. Osserviamo soprattutto tra i più giovani e in particolare gli adolescenti come “surfino” tra questi due piani che appartengono alla stessa realtà. La tecnologia è diventata centrale nelle nostre vita e spesso ci si domanda se contribuisca o meno al nostro benessere e alla felicità. Può essere fonte di stress, di dipendenza, di isolamento, di alessitimia, cyberbullismo e violazione della privacy. Può anche aprire mondi, finestre e balconi, permetterci di fruire di un database infinito di informazioni open source, di mantenere e nutrire relazioni a distanza e non, di comunicare, condividere, sviluppare le proprie passioni e talenti.
La psicologia positiva negli ultimi anni si è posta l’obiettivo di indagare le potenzialità che le tecnologie offrono per promuovere il benessere degli individui e ha identificato tre principali caratteristiche dell’esperienza personale in grado di promuovere il benessere: 1. la qualità affettiva (o edonica); 2. il coinvolgimento e la realizzazione delle proprie potenzialità; 3. la connessione sociale. A partire da queste dimensioni è possibile classificare le tecnologie positive in relazione alla loro capacità di intervenire su queste tre caratteristiche dell’esperienza personale.
Questa immersione nel virtuale che ci ha permesso di rimanere in contatto con i nostri affetti, con colleghi con proposte di intrattenimento e culturali e magari ci ha fatto conoscere persone nuove che potenzialità può avere? Che qualità affettiva (per riprendere gli elementi individuati dalla  psicologia positiva)?
Luca: mai come in questa occasione ci siamo però accorti di quanto i balconi e le finestre, i telefoni, Skype e tutto il www siano una “dipendenza” incancellabile della nostra vita perchè sono, ad usarle con equilibrio, curiosità, creatività e apertura al prossimo l’essenza stessa delle relazioni e dei legami che fanno di noi quello che siamo perchè, davvero, come declamava John Donne, “nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto”.
Ilaria: Se il contatto con gli altri è una dipendenza vorrei averne cura e saper alternare momenti di pieno e di vuoto, di contatto e di ritiro. Il vuoto fertile che nel ciclo di contatto gestaltico permette di poter soddisfare un bisogno e lasciare emergere nuove figure dallo sfondo e, perchè no in giorni come questi, nuove connessioni e visioni dai balconi.

TAG: abitare, collaborare, comunicazione, comunità, corona virus, lavoro di rete, psicologia
CAT: Milano

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