Licenziata per un monopattino, Elisa chiede aiuto

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20 Marzo 2018

Gli occhi lucidi, una timidezza che fa breccia dentro un corpo contratto, accompagnato da un sorriso lieve. Elisa Ounnadi è una donna balzata alle cronache in quel di Torino. Vive a pochi passi dall’Allianz Stadium dei milionari giocatori della Juve. Periferia piemontese, casermoni, bar e negozi; già così tristi ma incipriati della dolcezza dei propri abitanti che al forestiero sopraggiunto da poco, sorridono. Qui la diversità è un valore che ti fa compagnia.

Elisa ha perso il lavoro. Anzi, no. È stata licenziata, più esattamente, perché alla Cidiu Servizi Spa, società che si occupa di raccolta di rifiuti, ha sottratto un monopattino, nel Maggio dello scorso anno. Lo voleva regalare al proprio figlio. Anzi, per la verità questo monopattino le è stato offerto da una collega nello spogliatoio dell’azienda. “Prendilo, piacerà a tuo figlio”.

Il monopattino era stato trovato a ridosso di un capannone e poi appeso sulla bacheca sindacale dell’azienda. Qualcuno, ragionevolmente uno dei responsabili dell’azienda, aveva appiccicato un foglio di carta sul monopattino. Sopra stava scritto: “Non si fa, la prossima volta potresti essere beccato”. Elisa vede il foglio, in parte lacerato, non ci fa molto caso. Prende il monopattino e lo mette in macchina. Ha tre figli. Due adulti e uno di otto anni. Sa che quest’ultimo sarà felice di poterci giocare. Non vede il foglio: vede il figlio felice.

All’azienda però questo comportamento induce l’esercizio di drastiche misure. Ci sono dei precedenti e alcune sanzioni irrorate contro la signora, in passato. L’accusa è, in questo caso, di appropriazione indebita malgrado il giudice stesso nella sentenza scriva che si deve ritenere il reato attenuato dal fatto che Elisa non è andata a staccare il monopattino appeso alla bacheca ma lo ha accettato dalle mani di una collega.

Tuttavia la legge è legge. C’è un’accusa che il giudice accoglie anche se la definisce “eccessiva”. Così da una parte conferma il licenziamento, dall’altra condanna l’azienda al pagamento di 18 mensilità nei confronti di Elisa. Insomma non può ritenersi attenuato – dice il giudice – il rapporto fiduciario tra le parti sulla base di queste azioni.

Eppure Elisa adesso ha perso il lavoro. E non avendo più il suo salario ma un semplice sussidio di 900 euro al mese, non riesce a pagare più l’affitto. Aveva già della pregressa morosità che ha estinto nel frattempo: perché lavorare per una ditta di smaltimento non significa navigare nell’oro. Ora, con la decurtazione inevitabile e il pagamento di parte delle spese processuali è costretta a far fronte a un possibile sfratto. Il prossimo 4 Aprile è stata convocata dall’azienda di edilizia  residenziale pubblica (le case popolari) di Torino. Che della sua vicenda nulla vuole sapere e non si commuove per il fatto che ha tre figli.

Nella società del capitale contano i soldi. L’azienda vuole ciò che Elisa fin qui non potuto rendere nei termini previsti: all’incirca duemila euro. Così lei e i suoi figli rischiano di finire per strada. Elisa è italiana, ma di origine marocchina da parte di padre. Lei chiede solo di poter tornare ad avere il lavoro che le restituisca la dignità violata dalla violenza della legge (Fornero). Dura con i poveri, morbida con i ricchi.

Nel campo di pallone di fronte casa sua, a proposito di ricchi, gioca Benatia. È un difensore marocchino della Juventus. Guadagna milioni di euro. Poche centinaia di metri, separano la disperazione dalla ricchezza più assoluta. Benatia guadagna 2000 euro all’ora, per la stessa cifra una madre di famiglia e tre figli rischiano di finire per strada. Tu chiamala se vuoi, demagogia.

 

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CAT: Milano

Un commento

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  1. re-manfredi 3 anni fa

    Sono un quasi ottantenne pensionato e, ancor oggi, l’aridità sempre più crescente di questa società mi impressiona sempre di più, mi spaventa. Senza retorica ed eccessi verbali gradirei sapere in quale maniera posso contribuire per tentare di ridurre i rischi incombenti che affliggono questa famiglia

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