Portare la formazione all’apprendimento nelle carceri

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7 gennaio 2020

Stare fermo non è capace, Massimo De Donno. Imprenditore impegnato nella formazione all’apprendimento. Vuole investire sul futuro. La sua ultima idea, cioè portare corsi di formazione per i detenuti e per la polizia penitenziaria del carcere di San Vittore di Milano, è parsa un’ottima idea anche a un’altra (grande) persona: Giacinto Siciliano. Il quale di lavoro fa il Direttore del carcere milanese e alle spalle ha la gestione di un altro carcere, quello di Opera, dove i detenuti sono, in buona parte, al 41-bis.

Una diade così, è difficile immaginarla. Giacinto Siciliano è una foresta rigogliosa che cresce in silenzio. Massimo De Donno un vulcano in perenne eruzione, con bradisismo continuo. Siciliano parla pochissimo ma le sue parole hanno un peso enorme, spesso in grado di mettere in soggezione chi gli si rivolge per fargli da interlocutore o da contraltare. Massimo De Donno ha una parola per ogni cosa e riuscirebbe ad entusiasmare anche un sasso depositato su di una spiaggia. Due così diversi, praticamente opposti, era difficile immaginarli insieme.

Il destino però, ci vede lungo. Gli antichi greci la chiamavano la tuche, la sorte, che quasi mai colpisce a caso. Anzi: al contrario ci vede benissimo e colpisce sapendo di lasciare il segno. L’incontro tra un uomo che sogna di trasformare i luoghi di detenzione in spazi realmente riabilitativi della dignità umana, ed un altro (uomo) che immagina un futuro in cui l’amore per lo studio diventi contagioso per le masse e qualifichi il maggior numero di persone possibili, per spingere ciascuna a coltivare le proprie passioni, rimettendo al centro di tutto l’identità culturale di un Paese, costituisce un’alchimia difficilmente ripetibile. Una pietra filosofale raggiunta trasformando le materie “vili” in oro, inseguendo tenacemente dei Valori e la certezza che la condizione umana, possa. Possa cambiare.

Infatti il primo coltiva l’utopia di riabilitare anime inquiete macchiatesi di orrendi delitti in una tardiva resipiscenza attraverso un processo di coscienza, che passa dalla maturazione di sé come persona. Il secondo coltiva il bello, la cultura, lo studio, come valore: e il riconoscimento della diversità come leva per costruire. Andando controcorrente in una società costruita su un egualitarismo integralista e fittizio, che nega la meritocrazia per affermare un’eguaglianza utopica ovattata dalla licenza del libero pensiero. Due cosi non potevano non incontrarsi e generare una neghentropia inattesa e forse inauspicata. Una forclusione ingiusta riammessa dal respiro vitale di due ottimisti.

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CAT: Milano

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