Foto solo maschi: non rinunciamo al gusto della provocazione e dell’ironia

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15 ottobre 2019

Sono molto grata a Chiara Alessi che ha voluto riprendere e problematizzare un mio tweet, evidentemente provocatorio, di qualche giorno fa, in occasione della pubblicazione su molti siti e social network dell’ennesima foto “soli uomini” della conferenza stampa di presentazione di un evento bellissimo e importante per Milano quale è Bookcity.

La proposta era quella di astenersi dal pubblicare fotografie di eventi ufficiali dove compaiono gruppi di soli uomini. Ovviamente l’intento non era quello di suggerire censure, tanto meno inserire comparse compiacenti, ma invitare a riflettere, a chiedersi: “come mai?”, insomma a “parlarne ancora”, come Chiara Alessi ci chiede.

Nel caso di Bookcity, così come era stato per la foto tutta al maschile del Salone del Mobile, la rappresentazione fotografica suonava tanto più stridente quanto più nella stessa conferenza stampa si raccontava di come le lettrici donne superino di gran lunga il numero dei lettori uomini. Nel caso del Salone, quella rappresentazione fotografica così omogenea strideva con il proverbiale pluralismo e l’apertura alle diversità del design italiano.

In entrambi i casi, le rappresentazioni “ufficiali”, sono apparse assai distanti dalla realtà dei settori rappresentati. Questo perché i cerimoniali, i protocolli, le consuetudini, le abitudini mettono in posa a fine evento i “capi”. Ed i capi ancora oggi si scoprono essere tutti maschi! In più le donne in posizione tale da poter aspirare a comparire nello scatto, non sgomitano per farsi avanti.

Recentemente il MIUR ha pubblicato un impressionante grafico che mostra le carriere di uomini e donne nel mondo accademico. Le donne laureate che conseguono un dottorato di ricerca e intraprendono i primi passi della carriera universitaria sono maggioritarie rispetto ai colleghi uomini. Ma tra i professori ordinari le donne sono solo il 20 percento. Per non parlare dei Rettori.

 

Dati simili sono riscontrabili in tanti altri campi, sebbene ormai, e per fortuna, la presenza delle donne sia ampiamente diffusa in tutti i campi e sia decisamente aumentata ai vertici delle società quotate e delle aziende pubbliche grazie alla legge Golfo-Mosca, la cui proroga dovremmo chiedere tutte a gran voce.

La provocazione sulle foto aveva quindi l’obiettivo di suscitare una domanda.

Nella mente di chi scatta, di chi compone la scena, di chi impagina l’immagine, di chi la pubblica può insinuarsi il dubbio. Cosa rappresenta un’immagine in cui c’è spazio per un solo genere? Non spererei in nulla di più. Potrebbe equivalere a un campanello d’allarme. Che ognuno, in piena libertà, può decidere se ascoltare o meno, ma che è giusto risuoni.

Come spesso succede per le iniziative volte a sensibilizzare sui temi della disuguaglianza di genere, l’argomento del “ci vuole ben altro” è spesso utilizzato per ridicolizzare ogni iniziativa.

Dal mio campo d’azione ho promosso e diffuso ricerche sulla presenza delle donne nel lavoro e nelle professioni, ho inserito premialità per l’impresa al femminile nei bandi del Comune, ho agito sulla conciliazione dei tempi per uomini e donne, anche tra i dipendenti del Comune, ho insistito per una formazione rispettosa delle differenze e contraria agli stereotipi, ho promosso, insieme al collega Lorenzo Lipparini e su spinta del Consiglio comunale, una delibera per innescare un processo (in nessun modo coercitivo) di ragionamento sull’uso sessista del linguaggio nella pubblica amministrazione. Non considero nessuna di queste azioni la migliore possibile, o quella risolutiva, ma penso che tra “fare” e “non fare”, “dire” o “tacere” sia sempre meglio la prima opzione, specie se agita collettivamente.

Per questo se noto che una immagine non corrisponde a ciò che conosco, sento di poterlo sottolineare, chiamando a raccolta chi vive la stessa contraddizione. Quella “contro foto” del Salone del Mobile non voleva essere una “convocazione”, e non era necessario né esserci né condividere quel momento.

Ognuno agisce col proprio portato e nel proprio ambiente, nel modo in cui gli è più congeniale. E credo che, in fondo, con Chiara Alessi e tante altre stiamo dicendo la stessa cosa.

E se l’invito è quello a “parlarne ancora”, alimentare il dibattito, farci venire idee migliori, la risposta da parte mia non può che essere positiva. Senza rinunciare al gusto della provocazione o dell’ironia.

TAG: bookcity, Chiara Alessi
CAT: Milano, Questioni di genere

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