Intervallo. Vogliate ora gradire un po’ di library music…

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30 novembre 2016

Quando ero ragazzino ero affascinato da alcuni lp dello zio di mia mamma, dischi di rumori e suoni vari, che – se non ricordo male – lo zio aveva comprato con l’intenzione di sonorizzare i filmini casalinghi di cui era un vero cultore.

Squilli di telefono, fischi, sibili, rombi di motori, porte sbattute, suoni acquatici… un po’ di tutto, un po’ di tutto ovviamente funzionale allo scopo, ma ancora più ipnotico e intrigante se ascoltato in sequenza, in una sorta di decontestualizzazione vagamente “duchampiana” senza nemmeno la coscienza di esserlo.

Sono passati molti anni, lo zio non c’è più, i dischi sono in una casa che non è questa in cui vivo (motivo per cui, non avendoli sottomano non posso identificarli qui con maggiore precisione), ma la library music è tornata a essere oggetto di interesse e di culto.

Ovviamente i singoli rumori/suoni contenuti nei dischi che aveva comprato mio zio sono solo il grado zero della library, il cui “repertorio” comprende anche – e soprattutto – musiche composte e suonate con l’intento di essere usate a commento di servizi radio-televisivi, documentari, filmati industriali et similia.

Un mondo, quello delle sonorizzazioni, non solo di grande fascino per la sua “alterità” rispetto alle grandi narrazioni della musica (sia pop che colta), ma anche straordinario scrigno di sperimentazioni e gemme sconosciute, nonché di oscure traiettorie (sia creative che produttive) come ricorda bene Valerio Mattioli sia nel suo bel libro Superonda (di cui vi abbiamo parlato qui) che in interventi come questo,  in cui i contorti “meccanismi” sui diritti tra Rai e Siae sono raccontati molto bene.

Capita così che, inabissandosi (è proprio il caso di dirlo) nel mare delle registrazioni di library music – e rimanendo solo all’interno della produzione italiana – ci si possa imbattere in jazzisti che arrotondano sotto pseudonimo, in compositori di area sperimentale come Egisto Macchi che affidano a questo ambito alcuni lavori di incredibile bellezza, sconosciuti anticipatori delle più ardite traiettorie dell’elettronica di 20 anni più tardi e così via.

Mondo che si muoveva, più o meno oscuramente, gomito a gomito con quello delle colonne sonore, quello delle sonorizzazioni ha trovato, come vi dicevo, in questi ultimi anni una rinnovata attenzione, grazie all’interesse di artisti che utilizzano quelle fonti sonore per la propria musica (tra tutti i Broadcast o i Demdike Stare, che recentemente hanno rielaborato anche musiche del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza) e all’attività di ristampa da parte di etichette specializzate, dalla Cinedelic alla Penny Records, passando per la Intervallo, al cui lavoro di riproposizione vale la pena di dedicare qualche riga di approfondimento.

Non sarà infatti un elemento di pura informazione dire che dietro il progetto dell’etichetta Intervallo ci sono Stefano Ghittoni, Stefano Gilardino e Fabio Carboni, vale a dire tre personalità che vengono rispettivamente dalla scena downtempo italiana (con i Dining Rooms), un giornalista e un discografico di area sperimentale (Die Schachtel). Ulteriore riprova della seducente trasversalità di queste musiche.

Sono otto a tutt’oggi le proposte ristampate dalla Intervallo, che ha pescato nei cataloghi di etichette e sottoetichette come la Flipper o la Rotary. Tutte cose interessantissime, a partire da Tecnologia, un lavoro firmato Farlocco (non male, eh, come nom de plume… dietro vi si cela il bassista Stefano Torossi) che sembra profetizzare – qui eravamo nel 1974 – le traiettorie della techno a venire.

Ma anche Angoscia, firmato da Alessandro Alessandroni (al suo fischio Morricone ha affidato alcuni memorabili momenti delle sue colonne sonore western, ma è lui stesso un notevole compositore), che dipinge alcune tipiche “emozioni negative” della moderna socialità (dall’angoscia del titolo alla frustrazione, dallo sgomento alla costernazione!) con partiture dotate di una evocativa ossessività.

E che dire della splendida inquietudine di Tensione dinamica firmato da Narassa (Sandro Brugnolini) o di La fatica, serie di quadretti “jazzistici” evocati da Remigio Ducros e Massimo Catalano (sì, proprio l’ironico Catalano di Quelli della notte di Arbore!)? O delle sonorità oceaniche di Ittiologia o Biologia Marina, tutte bollicine e suoni degli abissi?

Splendido anche Cibernetica, a firma Peymont (pseudonimo sulla cui identificazione ci si accapiglia da tempo), con i suoi suoni da astronave smarrita nello spazio più profondo, per non dire di quel vero e proprio cult che è diventato Simbolismo psichedelico del jazzista Gerardo Iacoucci, indecifrabile enigma visionario e iniziatico, di quelli in cui si deve entrare senza aspettative per rimanerne rapiti.

Stress angoscioso, nevrosi mentale, biodegenerazione, fantapolitica, fascia abissale, telescrivente… sono alcuni dei tipici titoli dei brani di questi dischi, parole che ne raccontano non solo la diretta strumentalità evocativo/descrittiva, ma anche lo zeitgeist di anni in cui la tecnologia e il progresso ispiravano fascino e minaccia al tempo stesso, in cui la frenesia urbana veniva percepita chiaramente nella sua ambivalenza di luogo di realizzazione e di stress.

Chiave di accesso uditiva privilegiata su quei tempi, sfiziosa mania collezion-hipstica, sfera di cristallo dentro cui lasciare baluginare suoni a venire, piacere dell’occhio (le copertine delle ristampe Intervallo non riprendono quella degli lp originali – spesso un po’ anonime e seriali – ma sono ideate con grande visionarietà da Bruno Stucchi) e dell’orecchio, sottofondo per serata vintage o per seduta psicoanalitica nella macchina del tempo?

La library music è un po’ tutto questo. Il consiglio è di esplorarne le infinite lande con un po’ di leggerezza e tanta curiosità. Un punto di partenza davvero privilegiato è certamente quello immaginato dalla Intervallo, al cui bandcamp vi rimandiamo. Difficile non ne restiate ammaliati… buon ascolto!

TAG: intervallo, library music, Musica, ristampe, vinile
CAT: Musica

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