La musica bisestile. Giorno 73. Stevie Wonder

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11 ottobre 2018

SONGS IN THE KEY OF LIFE

 

Spero siate d’accordo nel definire Stevie Wonder il Mozart del 20° secolo. Nonostante fosse già cieco (o forse proprio per questo) a 11 anni suonava già tutto (tastiere, fiati, violini, chitarre, batteria) a livello professionale, e componeva ad un livello talmente alto che la Motown lo mise sotto contratto. A soli 11 anni. E lui ha ricambiato scrivendo centinaia di canzoni di grande successo e, negli anni 70, registrando una serie di album a metà strada tra il soul, il jazz ed il rock, in cui lui suonava, per l’appunto, tutto, ed aveva creato melodie complesse, armonie desuete e mai scontate, ritmi cangianti e sorprendenti. Insieme alla sua moglie di allora, Syreeta Wright, a poco più ddi 20 anni Stevie scriveva brani indimenticabili.

“Songs in the key of life”, 1976

Il suo album del 1973, “Innervisions”, è considerato uno dei migliori della musica moderna, ma io preferisco il successivo, perché tra i due dischi accadono cose fondamentali. Prima cosa: Stevie entra in politica, si batte per trasformare in festa nazionale il giorno della nascita di Martin Luther King, suona un concerto folle a Kingston per finanziare la ricerca e la cura dei ciechi in Centroamerica. Poi viene coinvolto in un incidente tremendo tra l’auto in cui viaggiava ed un camion, rimanendo per diversi giorni tra la vita e la morte, dopodiché dovette fare più di un anno di riabilitazione prima di tornare alla piena funzionalità del corpo e della mente.

Sicché tra i due album ci sono tre anni. Tre anni in cui Stevie, nella sua mente, ha collezionato melodie e rabbia, saggezza ed esperienza, senza perdere nulla in freschezza e creatività. Voleva andare a vivere in Ghana per combattere da lì l’influenza nefasta delle multinazionali americane. Per farlo aveva bisogno di soldi, e questo avrebbe dovuto essere il suo album di addio. Sicché tutti i musicisti più famosi del mondo sgomitarono per poterne far parte, ed alla fine ci sono oltre 130 partecipazioni speciali alle canzoni: Michael Sembello, George Benson, Herbie Hancock, Jim Horn, Minnie Riperton, e poi la crema della musica nera americana degli anni 70.

Stevie Wonder e Bob marley nel backstage del grande concerto Jamaica Aid a Kingston nel 1975

Per giunta, queste canzoni erano così tante da non entrare in un disco doppio, per cui aggiunsero un terzo disco con quattro brani. Stevie non volle riunciare a nulla, nessuna canzone è rimasta fuori dalla selezione, perché anche lui sentiva che fosse un disco finale. Da qui, anche, il mio amore per questo album, che è un’esplosione di vita, di rabbia, di gioia, di creatività – ed è effettivamente l’ultimo. Da lì in poi, purtroppo, Stevie Wonder registrerà successi mondiali con musica sempre più commerciale e dimenticabile. Ma questa pietra miliare, da sola, giustifica tantissime vite di artista, quindi…

 

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CAT: Musica

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