Anni ottanta e Live Aid (1985): fu il mondo a cambiare la musica o viceversa?

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28 luglio 2018

Gli anni ottanta qualcuno li rimpiange, qualcuno li ha esaltati, qualcun altro pensa che siano stati l’inizio della
fine. L’etichetta designa un decennio ma in realtà il tutto è durato molto di meno, già nel 92 con l’arresto di Mario Chiesa tutto si era sgonfiato.
I primi anni ottanta sono ancora su una coda dei settanta; per citare alcuni fatti, si parte dal mega concerto di Marley a san Siro nel giugno 1980; mentre nell’aprile del 1981 le Brigate Rosse rapirono l’esponente democristiano Ciro Cirillo; nell’agosto 1981 sempre le BR uccisero Roberto Peci (fratello del pentito Patrizio “l’infame”). Nel 1982, l’anno dell’anfetamina collettiva del Mundial spagnolo, la mafia uccise il 30 aprile Pio La Torre e il 3 settembre Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie e la scorta: era stato nominato prefetto di Palermo da pochi mesi. Si può dire che erano ancora anni piombati, o no?
In Irlanda del Nord ci furono gli hunger strickers, dal primo marzo 1981 Bobby Sands, nel carcere di Long Kesh cominciò a rifiutare il cibo per protestare contro la durezza del regime carcerario imposto dal Governo britannico (guidato da Margareth Thatcher) ai militanti dell’IRA, dopo di lui, altri si lasciarono morire nello stesso modo, fu un periodo terribile per chi lo ricorda. Il clima era movimentato, il resto, il glamour, sono arrivati dopo.
Questi sono solo alcuni esempi per descrivere cosa accadeva in Italia e in Gran Bretagna, nel frattempo alle prese con la guerra nelle Falkland.
Ma ci sono anche i prodromi di quella che sarà la Milano da bere, le cui, chiamiamole, contraddizioni esplosero la sera del 25 giugno 1984 quando la modella Terry Broome uccise a revolverate il suo “stalker” Francesco D’Alessio, una dolce vita artificiale, sollevando il vestito sotto cui non c’era niente.

Nel 1983 uscì Sunday bloody sunday degli U2, il cui testo racconta della strage compiuta dall’esercito britannico, a Derry, nel 1972, sparò contro la folla inerme di un corteo pacifico a favore dell’indipendenza.
Canzone che fu eseguita anche nel corso del Live Aid il 13 luglio 1985.
Quel giorno, a quel concerto cui parteciparono tutti (quasi tutti) i protagonisti della musica di quegli anni e di quelli precedenti e qualcosa cambiò nella vita di tutti coloro che appartengono alla mia generazione (avevo diciannove anni ed era l’anno della maturità, il concerto fu subito dopo gli orali). Quell’evento fu uno degli spartiacque del decennio, sia in campo sociale sia, naturalmente, in campo musicale.
Il tema della fame del mondo si innervava nella scia dei temi sociali:il pacifismo di Lennon e la lotta per i diritti di Bob Marley erano ancora molto vivi.
Gli artisti risposero velocemente al visionario irlandese Bob Geldof che, pur non amando i lunedì, decise che era arrivato il momento di fare qualcosa per la fame in Africa. Prima la canzone per Natale DO they know it’s christmas e poi il juke boxe globale come fu definito quell’evento.

Qualcuno mancava, ma erano sicuramente di più quelli che c’erano rispetto agli assenti, tutti gli artisti si schierarono per uno scopo preciso.
L’impatto dell’evento fu incredibile, gli anni ottanta erano solo a metà strada ma i settanta, a quel punto sembravano già lontanissimi, così come il punk.
Era il momento della British Invasion, con un sacco di gruppi emergenti o già emersi che suonarono in America, non accadde invece il contrario e cioè che artisti di oltreoceano suonassero a Wembley. Il concerto si svolse in due città Londra e Philadelphia e grazie al fuso orario tutto durò quasi 24 ore.
In Ingilterra aprirono gli Status quo, via via si esibirono in tanti, tra cui gli U2 (con una versione infinita di Bad che intramezzarono con Exodus di Bob Marley, Satellite of Love e Walk on the wild side di Lou Reed), Spandau Ballet, Howard Jones, gli Wham, Elton e Kiki Dee, Sting che duettò sia con i Dire Straits in Money for Nothing sia con Phil Collins in Every breath you take poi gli Who etc.. La sera arrivò il momento dei big, due esibizioni furono straordinarie: i Queen in forma pazzesca, con Freddie più istrione degli istrioni che portò lo stadio al delirio nel momento di Radio Gagà; l’altro immensissimo fu il duca. David Bowie fece una esibizione memorabile, cantò una versione di Heroes irripetibile, dedicata a “mio figlio, a tutti nostri bambini e a tutti i bambini del mondo”, arrivò a Wembley sulla scia di Let’s dance (il suo album più venduto) e infatti cantò Modern Love. Tutto sembrava nuovo, quel giorno. Anche il già visto. Il mondo, per un giorno pareva più buono, più ricco di buone notizie tanto per citare il Banco del mutuo soccorso.
I Simple Minds suonarono da Philadelphia come i Duran Duran, Keith Richards, Ron Wood e Dylan che erano fuorissimo; Mick Jagger e Tina Turner, Clapton e i Led Zeppelin, riunitisi per l’occasione, con Phil collins alla batteria che arrivò negli Stati Uniti con il Concorde e suonò così in entrambi i concerti.
A Wembley il concerto si chiuse con Paul McCartney al pianoforte a suonare Let it be insieme a tutti quelli che lo avevano preceduto sul palco.
Inoltre, sottotraccia, non si poteva non percepire la presenza di John Lennon almeno in spirito, All You need is love (interpretata da Elvis Costello), Jealous guy da Brian Ferry, I Thompson twins che insieme a Nile Rodgers e a Madonna eseguirono un’ottima versione di Revolution a cui cambiarono il primo verso “we all wanna feed the world”. Il rock scorreva potente in noi.
Live Aid è stato anche il concerto della modernità, il satellite, i palchi girevoli, la velocità (Phil Collins e il Concorde), il messaggio di una società ricca che voleva dimostrarsi buona, in parte ci riuscì, e la sensibilizzazione fu veramente forte. I cantanti si erano schierati, come fecero anni dopo per Nelson Mandela; oggi questo impegno e la voglia di prendere una posizione netta a favore dei più deboli è considerata archeologia sociologica.
L’ascendenza del rock è scomparsa, si corre dietro ai brand, ai calciatori, ai manager, agli imprenditori, agli influencer in un corto circuito mediatico che si autoalimenta in nome del denaro e del profitto (Zuckerberg, Page – non Jimmy – e Berzin, Steve Jobs, Bill Gates, Jeff Bezos), non ho mai sentito nessuno di loro dire:
“Get up, stand up for you rights,
get up stand up don’t give up the fight”

Oggi l’emergenza che arriva dall’Africa è quella dei migranti che fuggono dalle guerre e dalla fame, come accaddeva trentatré anni fa, solo che non si vede nessuno che riesca a coagulare, dietro un progetto tipo Live Aid, personalità della musica, della cultura, del benessere che abbiano voglia di prendere una posizione forte e decisa, in grado di influenzare i governi.
Non è trendy.
We all want to change the world cantavno i Beatles.
Evidentemente adesso il mondo va bene a tutti così come è.

TAG: anni ottanta, Bob Geldof, Bobby Sands, Brigate Rosse, david bowie, Live Aid
CAT: Musica

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