La politica è morta, e anche la canzone politica non si sente tanto bene

8 Novembre 2014

Se vi dicono “musica & politica” qual è la prima cosa che vi viene in mente? State canticchiando Bandiera rossa o avete in mente qualche vecchio ministro che balbetta in playback l’Inno di Mameli? Magari non vi siete tolti dalla testa la canzoncina di Forza Italia. O Contessa di Pietrangeli, uno che ha potuto comodamente candidarsi per Rifondazione e curare la regia del Maurizio Costanzo Show. Magari eravate al Circo Massimo a cantare il nuovo pezzo di Fedez con i pentastellati. Abbiamo chiacchierato un po’ di questa “relazione pericolosa” con lo storico Lorenzo Santoro, che ha recentemente pubblicato un interessante libro: “Musica e Politica nell’Italia unita”, Marsilio, che analizza questo rapporto nell’evolversi della storia del nostro paese.

Qual è il rapporto che esiste tra musica e politica nel mondo di oggi?

Musica e politica sono arti gemelle sin dalla fine del Settecento. Entrambe si muovono verso l’opinione pubblica articolando modelli, idee, simboli in grado di soddisfare i bisogni di identità delle diverse generazioni e di trovare una risposta alle dinamiche delle sofferenze sociali della modernità.

Spesso però, e non solo a livello giovanile, la spinta identitaria che trova risposta nella musica è una spinta, diciamo così, di fuga e evasione rispetto alla realtà, mentre la politica ci dovrebbe riportare a cose molto concrete. Come si rapportano le due cose?

Ormai nessuno ci parla più di cose concrete. Comprendere una manovra finanziaria in Italia è sempre stata impresa da iniziati ai tipici machiavellismi e burocratismi italiani, ma adesso con l’Europa di mezzo è ancora più complicato afferrare la concretezza delle manovre politiche. Siamo assuefatti, i giovani più di tutti, all’idea che la politica sia una specie di cabaret dove succede di tutto: playboy settantenni con un foulard in testa, rivoluzionari con giacca a quadretti ed erre moscia che discettano nei salotti, trans che passano dal Parlamento ai reality, individui di mezza età che parlano in dialetti incomprensibili capaci di far cadere il Senato, avvenenti ragazze che dal nulla diventano Ministro per vie misteriose… Sono saltati molti schemi ideologici, ma la crisi di un intero sistema paese ha messo in discussione anche banali dinamiche sociali di appartenenza come le partite iva a destra, gli statali e la scuola a sinistra. In questo calderone non manca la necessità di empatia e di identità collettive e comprendere dove indirizzare l’engagement è sempre più difficile.

Veniamo allora a qualche caso concreto e recente. Abbiamo un rapper come Fedez che scende apertamente in campo con un brano che viene scelto come inno dal Movimento 5 Stelle, con relative polemiche. Che ruolo può avere un simile endorsement?

Fedez ha sempre avuto l’abilità di adoperare il discorso politico e sociale come sfondo delle sue canzoni. Pochi come lui hanno raccontato la crisi e le sofferenze dei giovanissimi, la sensazione di vivere in un mondo di macerie in cui vivere è angosciante, tutto è precario e i modelli di ricchezza e di iperconsumismo vengono preclusi a teenager e a ventenni. Il suo successo ha fatto scuola, persino l’ultimo Vasco Rossi è tornato su questi temi. in “Come vorrei” si canta la crisi, e l’opposizione tra un amore e la società (io resto qui/sarebbe molto più semplice per me andare via /guardandomi in faccia dovrei dirti una bugia/ come vorrei che fosse possibile cambiare il mondo che c’è/ma dimentico che dovrei vivere senza di te). Penso che Fedez e i 5 Stelle abbiano trovato una reciproca convenienza.

A parte il momento di popolarità, quanto credi convenga oggi a un artista venire associato a una o l’altra parte politica e quanto può influire (in un senso o in un altro) il suo endorsement sull’opinione degli elettori?

Fino ad adesso è stata privilegiata la fase liquida e in un movimento in evoluzione è conveniente che il proprio nome sia associato alla nascente forza politica, poi naturalmente l’artista ha il diritto di cambiare idea, reclamando la purezza del proprio impegno politico e magari di saltare su un altro cavallo. Il pubblico dimentica velocemente: chi pensa più a Gino Paoli indipendente nelle liste comuniste, a Venditti, Dalla e De Gregori nelle feste dell’Unità?

Dopo pochi giorni il Presidente del Consiglio Renzi ha dichiarato che il suo cantante preferito è Guccini, suscitando una reazione vagamente imbarazzata dello stesso interessato. La dichiarazione delle proprie passioni musicali è un momento centrale nella costruzione della personagigo

Senz’altro è molto rilevante. Nella costruzione della immagine pubblica di Renzi nulla è lasciato al caso. È sua intenzione non solo costruire un nuovo partito dalle venature moderate, ma anche considerarsi erede di una sensibilità di sinistra che vedeva in Guccini il cantore di una socialità generazionale fortemente moralistica, in grado di indignarsi per la Shoah, di celebrare il ricordo nobile e pieno di orgoglio del movimento dei lavoratori senza retorica o odii ideologici. Senz’altro merce preziosa anche di questi tempi.

Guccini giustamente è poi infastidito dall’essere citato a sproposito, ma bisogna anche puntare il dito sulla vaghezza e sulla asistematicità degli ideali generazionali, molti tentano di impossessarsene e un politico smaliziato difficilmente resiste all’appello. Chi vince in politica è sempre colui che offre una sintesi di elementi moderati e progressisti: abolizione dell’articolo 18 e ius soli. Specie in una situazione in rapido mutamento come la nostra.

La Nannini per Bersani, l’uso di Il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano, della Canzone popolare di Fossati, di La storia siamo noi di De gregori, del Jovanotti di Mi fido di te… Quanto è efficace la scelta di una canzone per un partito? quanto funziona per il partito e quanto per l’artista?

Negli ultimi anni i partiti hanno lavorato sugli inni solo in occasione delle campagne elettorali, una scelta molto discutibile. D’altro canto Bersani aveva coltivato una certa frequentazione con Vasco Rossi, Berlusconi non ha lesinato le sue abilità di chansonnier e di gaudente assieme all’Apicella degli anni d’oro, Maroni si è vantato di essere tastierista soul nelle goderecce feste della Lega. Piccoli tatticismi che hanno segnato la pochezza culturale degli ultimi anni, a testimonianza di quanto la politica sia andata a traino dei modelli consumistici mainstream, invece di segnare nuove vie.

Il tuo libro in realtà si ferma prima dei giorni nostri, ma affronta con puntualità gli anni Settanta. Erano anni in cui tra musica e politica, specialmente a sinistra, c’era un dialogo serratissimo. Cosa resta oggi di quella, anche complicata, relazione?

Sicuramente musica meravigliosa di artisti ancora in attività (Giancarlo Schiaffini, Eugenio Colombo, Franco D’Andrea, gli Area, etc.), molta tristezza e rassegnazione. Con la morte di Giorgio Gaslini abbiamo perso non solo una figura unica tra i compositori e musicisti ma anche un punto di riferimento, sia organizzativo che culturale. Credo fermamente che l’arte e i musicisti abbiano tutto da guadagnare dal lavorare assieme, reclamare il proprio ruolo insostituibile nella scena nazionale. Sono stato particolarmente affascinato dalla relazione che il jazz più avventuroso ha costruito col folk, penso ad Eugenio Colombo. E’ venuto fuori un miscuglio straordinario, realmente nazionale (free jazz italiano musica folk italiana), capace di risultare efficace sia per le masse che per l’intellettuale smaliziato.

In questa prospettiva non va dimenticata l’esperienza di Luciano Berio: sebbene di qualche anno precedente, il suo lavoro sulle “Folk Songs” è stato il tentativo di riportare la musica colta alle origini del discorso sociale, porre in evidenza quanto anche la musica colta delle elite non possa prescindere da un punto di riferimento nella tradizione orale e popolare.

Da differenti prospettive ha lavorato molto bene in questo senso Fabrizio De Rossi Re.

Non mancano poi forti individualità regionali come Antonello Salis e Paolo Fresu dalla Sardegna, in cui il folk trova nel jazz forse una sintesi diversa, più univoca e va ricordato che anche Enrico Rava fu protagonista degli anni Settanta in modo politico, nonostante oggi non ami molto parlare di quegli anni anche con chi cerca di scriverne la storia.

Mi sembra interessante anche analizzare la musica dei Movimenti. Qualche mese fa ha suscitato un certo clamore l’osservazione – difficilmente smentibile, d’altronde – fatta dal musicista Teho Teardo secondo cui i riferimenti musicali della controcultura, le canzoni e gli slogan delle manifestazioni, sarebbero ferme a vent’anni fa, parliamo di artisti come 99 Posse, Assalti Frontali, ma penso anche a Manu Chao. Come mai le generazioni più recenti fanno fatica a trovare (o non sentono la necessità di trovare) nuove canzoni, cantanti, stili, che ne rappresentino le esigenze?

Nel mondo contemporaneo manca una fase di “rottura” con la cultura delle generazioni precedenti. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta l’università era l’occasione per sperimentare socialità e culture alternative le quali reclamavano nuovi linguaggi artistici. Oggi l’incertezza, la mancanza di futuro, la precarietà si coalizza attorno a YouTube e ai rap omologati, al freestyle. Se godiamo della scomparsa di tanta retorica sul free jazz e il mito negro, al contrario stiamo sperimentando come ad una straordinaria accessibilità di archivi sonori, strumenti musicali, elettronica abbia finora corrisposto una strettissima omologazione di linguaggio.

La mancanza di una “colonna sonora” in grado di rinnovarsi e sorprendere è indicativa del fatto che i movimenti antagonisti siano ormai acquisiti e metabolizzati dal sistema, quasi che recitino sempre la stessa stanca parte?

I movimenti antagonisti offrono l’opportunità a artisti come Fedez o Caparezza di venire fuori, un canale diverso dai reality, poi di solito il passo verso il sistema è breve. Sono una nicchia significativa, spesso autoreferenziale. Si tratta in ogni caso di realtà molto variegate, lontane dal discorso istituzionale che è parte rilevante della forma politica contemporanea, quindi – in gran parte – incapaci di sviluppare momenti di contrattazione di consenso contro risorse economiche.

Anche se a un pubblico “adulto” non risultano sempre noti o graditi, gli adolescenti oggi ascoltano però molti rapper italiani nei cui testi – con tutte le ingenuità e contraddittorietà del caso – si agita una certa irrequietezza politica.

Ogni generazione, fin dal giacobinismo italiano, ha sperimentato la necessità di coltivare una sua cultura di riferimento. Se alla fine del Settecento Foscolo e Rousseau agitavano la mente dei pochi e inquieti studenti universitari, altrettanto accade oggi con Fedez. Nei suoi video e nelle sue canzoni è accuratamente assente ogni riflessione compiuta, si canta l’ingiustizia e la crisi e si indica la nuova socialità dei giovanissimi nell’archeologia industriale. Si dice no alla cultura dominante, ma anche al pugno chiuso. Questa serie un po’ inconcludente di “no” è la chiave della disillusione di oggi.

Parli con puntualità di musica della disillusione e della mancanza di una reale riflessione nelle canzoni: un quadro un po’ inquietante, no? A questo punto a che serve farsi cantare questa disillusione? Se i no che si cantano sono già prevedibilmente inutili, tanto vale l”oblio di musiche dichiaratamente di evasione o un passatismo del tutto personale.

È in ogni caso interessante individuare i contorni di forme d’arte in qualche modo dissonanti rispetto alla ideologia del consumo, di una certa gioventù anoressica, vincente e totalizzante l’immagine pubblica. Può essere conferma che qualcosa si muove. Meno rilevanti i tentativi di cantare la cultura delle generazioni passate, quello sì mi sembra sterile e triste, i “Super Santos” arancioni degli anni Ottanta o gli slanci autoerotici ispirati dalle curve di qualche attricetta ormai dimenticata ed incanutita.

Tra i generi che più hanno subito una forte de-politicizzazione rispetto agli anni Settanta, c’è certamente il jazz più avventuroso. Come è possibile, pur nel chiarissimo mutare delle condizioni sociali e politiche di questi decenni, che una musica che muoveva migliaia di ragazzi alla condivisione di luoghi e suoni, sia oggi prevalentemente appannaggio di ascolti borghesi, adulti, del tutto privati, non solo nel senso di personali, ma anche nel senso di mancanti dello slancio politico di un tempo?

Hanno giocato molti fattori in questo senso. Anche l’incapacità di svincolare certo jazz da slanci politici ed utopici inevitabilmente dal respiro corto. Dario Fo ancora imperversa sulle scene, ma non parla più di Maoismo. Raccontare la sperimentazione, la composizione, la novità è comprendere il futuro della nostra cultura, delle nostre società. Proprio il futuro è il punto cardine della debolezza retorica ed ideologica di oggi. Di fronte a tanti cambiamenti, la multiculturalità, la tecnologia, i nostri gusti artistici, la nostra capacità di immaginare il nuovo si è arrestata. Ma non ho dubbi che tutto questo sia destinato a cambiare al traino dell’aggravarsi della crisi, di una nuova consapevolezza dei musicisti, di nuove forme di performatività e di sperimentazione. Staremo a vedere.

berlusconi_chansonnier

(Silvio Berlusconi, ai tempi del lavoro come cantante sulle navi da crociera)

equipe84 psi

veltroni_jovanotti

TAG: Musica, politica, potere
CAT: Musica, Partiti e politici, Uncategorized

Un commento

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  1. Gioia Guerzoni 6 anni fa

    Mitico Bet. ;)

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