Come si diventa leghisti

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9 agosto 2019

 David Allegranti – Come si diventa,  leghisti. Viaggio in un paese che si credeva rosso – UTET, Torino 2019

Ogni fenomeno storico, sia la fine dell’impero romano che la crisi delle discoteche nella riviera romagnola, annovera delle ragioni, usualmente dette cause anche in storiografia. Le cause determinano degli effetti, e questi operano le trasformazioni più o meno  epocali. Si tratta di individuare quindi questi nessi causali e di esporli in forma saggistica con linguaggio logico-discorsivo al fine di spiegare l’insorgere o il declino di un dato fenomeno storico umano. Io che pure ho visto da presso l’incredibile fatto politico di  Sesto San Giovanni, la «Stalingrado» d’Italia, eleggere un sindaco leghista, ho abbordato  questo libro di David Allegranti per soddisfare una curiosità sull’impatto del leghismo in altre zone d’Italia, sperando in un saggio o in qualcosa di simile. Si tratta invece di un reportage giornalistico, con molti colloqui con persone del territorio toscano (Pisa prevalentemente), raccolti e disposti in seguenza allo scopo di dare una risposta all’arcano: com’è stato possibile che il «rosso» si sia trasformato in «verde» e che i comunisti di un tempo hanno cominciato a votare Lega in massa?

Il taglio colloquiale e ricognitivo tende ad alleggerire l’elemento saggistico e analitico, tale che, dopo giri e rigiri con questo e con quello, sembra suggerire l’intenzione tacita del volume: ciascuno tragga le proprie conclusioni per «fatti concludenti», e così il lettore dovrebbe avere davanti la spiegazione del perché una «cultura politica» s’è frantumata nel volger di qualche decennio, e il vecchio PCI, un tempo popolare e rionale, s’è trasformato nell’attuale PD, partito  ZTL, formula che mi pare lo stesso Allegranti ha destinato al successo.

Si ama ripetere, sulla scia del valore esemplare di  certo giornalismo alla Truman Capote, per esempio, che un’inchiesta fatta sul campo valga un corposo saggio specialistico. Nel saggio si argomenta, nel romanzo si racconta. In un libro come questo il cui titolo ricalca per esplicita menzione dell’autore il saggio di William Sheridan Allen «Come si diventa nazisti» (che però occorre dire è un titolo redazionale italiano essendo l’originale «The nazi seizure of power. Experience of a single German town 1930-1935»), si tenta la strada intermedia «saggio-narrativa» di argomentare rappresentando, portando politici, osservatori,intellettuali e operatori sociali in scena.

La forma prescelta, poi, impone  di pagare qualche fastidioso tributo alla funzione narrativa ed è proprio all’«effetto di realtà» imposto dagli stilemi della  narrazione stessa che Allegranti piega la sua scelta di fondo. Che chiede fatalmente un certo istradamento  del lettore attraverso la tecnica detta dei “particolari superflui”;  e allora avremo «la camicia slacciata al colletto e giacca leggera, capelli rasati e barba un po’ incolta» con la quale viene presentato un intervistato, o una descrizione di ambiente «nella bella sede in via San Martino, subito dietro la chiesa di San Sepolcro che si staglia un po’ timida sul lungarno nella sua sobrietà medievale». Mentre, ancora, un tizio portatore di opinioni «si staglia di fronte a me nel sole freddo di Piazza del campo, alto e come sempre elegante, con il tocco leggermente dandy degli occhiali ambrati e la stramberia della cravatta floreale». Oppure con incipit di capitolo come «Mezzogiorno e mezzo, l’anonima porta marrone della mensa si è da poco spalancata» che sembra un po’ il vecchio «la Marchesa uscì alle cinque» per il quale Paul Valéry diceva di detestare i romanzi proprio per non imbattersi in frasi come questa. Oppure: «Arriva la frittura. Patate fritte tagliate a sfoglia in un piatto, calamari e gamberi nell’altro», che sembra di essere al pranzo di Babette. O infine annotazioni personali tipo «Allaccio fino al colletto la giacca che ho scelto troppo leggera, quest’oggi»… Pedaggi da pagare al voltaggio stilistico iniziale prescelto, si dirà,  ma «che pizza» viene da dire ogni tanto a noi che il saggismo lo vorremmo hard, e che decidiamo di saltare questi siparietti messi in strategia di allegerimento.

Ma poi vengono le testimonianze, a raffica, e le singole tessere, in forma di micronarrazioni, vengono disposte  a comporre il mosaico. E c’è il gestore dell’hotel che deve assistere al degrado davanti all’uscio dell’esercizio (piscio, spaccio, bivacco) e la polizia  impotente negli arresti che gira in tondo persa nella redazione di verbali burocratici, col nero e il tunisino rimessi in libertà dalla magistratura in attesa di eventuali processi che scarcerati se la ridono e gli fanno marameo, e allora vota Lega per disperazione o perché s’è «rotto i coglioni»

Questo del degrado urbano sembra aprire il fuoco di fila alle argomentazioni sull’exploit leghista. Che come direbbe don Ciccio Ingravallo è costituito da uno gliuommero di cause e  concause, alcune vicine altre remote, quasi tutte, abbastanza note e presenti nella pubblicistica corrente, e repertate nei colloqui di Allegranti, fra un drink e una pastarella.  Un groviglio di spiegazioni che non è difficile allineare in una sequenza esplicativa:  l’inerzia, l’arrendevolezza, il poco chiaro mandato, e gli spazi di manovra ristretti delle forze dell’ordine: « perché se io vado in Inghilterra e piscio in un parco pubblico non viene l’anticrimine ma un poliziotto che ti riempie di legnate senza che t’ammazzi e te non ci pisci più in quel posto»; il sempiterno tema della sicurezza agitato abilmente prima dalla destra adesso dalla Lega sempre più movimento di destra (altro che costola della sinistra, come ebbe a dire sventatamente D’Alema); il problema del degrado e del decoro urbano; quello degli ambulanti senegalesi: c’è, sarà relativo, ma sa essere sfruttato dai leghisti; i soliti rom, e l’unica integrazione possibile, come ha detto più volte un leghista locale, che è la #ruspa; la scarsità delle case popolari e le poche che si costruiscono  assegnate con criteri che premiano gli stranieri e puniscono gli italiani; l’evergreen: il tema del partito ZTL, ed ecco la frase-chiave: «L’amministrazione  comunale precedente non ha pensato in modo dovuto ai quartieri periferici»; il disastro delle liste d’attesa delle visite mediche e l’incubo dei Centri unici di prenotazione i cui tempi assurdi spingono verso la sanità privata a pagamento. Infine il lamento: la Caritas? « aiuta solo gli stranieri». E il sospetto, rintuzzato dalle organizzazioni caritatevoli,  che si privilegi il povero straniero invece che l’italiano.

Vengono elencati anche i punti di forza dei leghisti. Sono più radicati nel territorio, ventre a terra praticamente.  Sanno  selezionare la classe dirigente anche sulla base della reputazione che ha a livello territoriale. E ultimo ma non per ultimo, l’attuale Lega, in Toscana,  appare agli occhi dell’elettorato nuova di zecca, una vera “tabula rasa”. Gente nuova, fuori da consorterie, cordate di cacicchi e capataz locali.

Non potevano mancare nell’elenco  gli errori della sinistra, oltre alle intuizioni vincenti dei leghisti. L’opinione di Marco Tarchi, studioso storico di destra che sottolinea più che i meriti della Lega il caso dell’immigrazione: «malgrado le tensioni e i problemi di ordine pubblico e sicurezza che provoca, politici e intellettuali di sinistra insistono a minimizzare la questione e a parlare di “quattro immigrati finiti da queste parti”. Significa regalare un bel po’ di voti su un piatto d’argento a chi sa comprendere le preoccupazioni che molti cittadini hanno di fronte a questo fenomeno.» Insomma questo è l’orizzonte della nuova Lega, in grado di appropriarsi del disagio sociale.

Ma  si avanzano anche altri fattori: il ruolo dei Media in generale che hanno dipinto a fosche tinte l’azione politica della sinistra. Santoro e compagnia bella rei di aver condotto la narrazione del “sono tutti ladri, sono tutti delinquenti”, che è quella che ha portato all’antipolitica totale.

Infine c’è anche una ragione demopsicologica, di psicologia della folla  ossia. La Lega ha sdoganato il ringhio di massa. Dice l’amico Gipi, un pisano che si muove nel milieu artistico romano: «Mi sembra che sia stata data l’autorizzazione a essere bestia.[…] Come quando c’era Berlusconi andare a puttane non era più un grosso problema, ora secondo me essere cattivi non è vista come una cosa riprovevole. Sei pieno di giustificazioni».

Non si può trascurare poi la spregiudicata abilità politica della Lega nel cambiare repentinamente il nemico politico, indirizzando gli odi popolari da Roma verso l’Europa e dai meridionali contro gli immigrati.

Tante spiegazioni dunque, tanti “nessi causali”, parrebbe, cui si affianca anche il dubbio finale che il successo della Lega non sia di forte presa e di profondo radicamento, ma più che altro un manrovescio al PD. E cápita di leggere pertanto: «Leghisti noi? Ma no! Volevamo solo punire la vecchia amministrazione». Parole che, per chi cerca il “propter hoc” dopo il “post hoc”, sembrano piuttosto suggerire una sorta di virata inaspettata nell’anarchia epistemologica  del libro:  non un preciso nesso causale dunque, ma uno sgarbo strapaesano, uno scazzo collettivo. Ma è l’impressione di un momento, che registro perché c’è.

Giunti in fondo al libro ci si avvede che molti fattori, quello dei Santoro e del ruolo dei Media, quello degli immigrati e del “rompete le righe” con l’autorizzazione a “essere bestia” verso di loro, è comune a tutto il territorio nazionale, sia alle zone bianche  che a quelle azzurre o a quelle grigie del particolarismo del Sud. Ma l’indagine del libro è svolta perlopiù in Toscana, in una zona “rossa” ossia (anche se il successo arride allo “spadùn” particolarmente nelle zone più smarginate rispetto al radicamento del vecchio PCI). Siamo in quelle che una volta venivano considerate vere e proprie “fortezze territoriali”. Per esse non può valere la spiegazione che vale per il Sud come per il Nord. Qui c’era un’altra “cultura politica”, ed era forte, radicatissima, egemone. [ Per il termine e concetto di “cultura politica” vedi la definizione che ne dà il sociologo Roberto Cartocci: un «repertorio relativamente coerente di modelli  valutativi e cognitivi che permettono ai membri di una comunità politica di dare un senso al proprio ruolo come attori politici»].

Ora, questa “cultura politica” non è una quantità trascurabile, è il cuore del problema. Essa è il risultato di  un mix di antropologia, storia, tradizione politica che affonda le radici in territorio nella “lunga durata” storica, e sotto forma di “capitale sociale” determina le risposte, anche politiche, che una collettività dà alle sollecitazioni del reale determinando oltre che un particolare tessuto sociale, forme di orientamento collettivo omogeneo. Un idem sentire.  Sulla scia di Robert Putnam gli studiosi di settore hanno indagato le mappe di questo capitale sociale, ovvero gli insediamenti di quelle particolari inclinazioni mentali-culturali che vanno sotto il nome di “tradizione civica” o, di contro, di “particolarismo” o “familismo amorale”, che invariabilmente, in segmenti temporali estesi, hanno riflessi anche sul voto, ecc. Non si è insomma “rossi” o “bianchi” per caso o per sbaglio.

Se si ha avuto l’avventura di leggere il libro di  Lynda Dematteo “L’idiotie en politique” (Paris, CNRS, Editions de la MSH, 2007, trad.  in italiano “L’idiota in politica. Antropologia della lega Nord”, Feltrinelli, 2011) che secondo me non  è uno studio né importante né penetrante sul fenomeno Lega (c’è anche qui una indagine sul campo) ci si troverà difronte  a un’osservazione acuta e calzante tuttavia. Questa: che la Lombardia di queste Province “bianche” prevalentemente  rurale inizialmente ma che ebbe successivamente un forte slancio agro-industriale e manifatturiero  (ad eccezione di Sondrio)  si formò a cavallo della Rivoluzione francese, mantenendo inalterati  fino ai giorni nostri i caratteri costitutivi installatisi nel tessuto sociale, economico e antropologico di quei territori  in quell’epoca. Che sono:  i valori della “rusticitas”  opposti alla  “urbanitas”, l’iniziale e radicatissima scelta anti-giacobina, e quindi il dominio clericale sulle coscienze e le forme di mentalità che trascina questa opzione di fondo: un certo conservatorismo, un certo misoneismo, una maggiore chiusura alle tentazioni ma anche alle opportunità  della modernità. Qui, il passaggio dal “bianco”al “verde” fu condotto sotto il segno di un “comunitarismo conservatore” prevalente sul cattolicesimo solidaristico, che pure in queste zone – le valli bresciane, bergamasche, sondriesi-, è radicatissimo. Talché il passaggio di “colore” politico è stato solo di facciata. In fondo Giancarlo Giorgetti, sotto questo riguardo, è un democristiano pittato di verde.

Ma nella “rossa” Toscana? Ebbene, fra gli intervistati c’è Mario Caciagli nel cui libro   “Addio alla provincia rossa: origini, apogeo e declino di una cultura politica” (un’indagine saggistica sullo stesso tema condotta anch’essa in una subregione toscana) si possono leggere queste parole opportunamente riportate da Allegranti: «Le istituzioni della cultura regionale, dalle case del popolo alle Feste dell’Unità, persero lentamente la loro funzione di trasmissione della comunicazione politica. La subcultura rossa era un edificio in disordine, quando vi si abbatterono il crollo del sistema sovietico e il dissolvimento del Pci. L’agonia è durata a lungo, mascherata dai vari nomi dati ai partiti che sono successi al Pci e da alcune abili scelte di alleanze, in specie a livello locale. Ma il consenso elettorale copriva un involucro dentro al quale la cultura delle regioni rosse stava scomparendo».

Eccolo il punto di snodo. In una popolazione educata all’internazionalismo terzomondista dei padiglioni delle Feste dell’Unità, al mondialismo delle educatrici dei mitici asili nido di Reggio Emilia, evidentemente un manipolo di africani neri non doveva destare particolari problemi.  Ma non è stato così. Qui forse occorreva scavare di più. Emerge qualcosa: anche alla festa dell’Unità di Livorno, c’era un vecchio militante che si lamentava dei “troppi neri”, si legge. Affiora, su questo tema,  tutto il discorso degli “italiani brava gente” come annota il sapido amico Gipi.  Erano bravi fino al momento in cui sono stati messi alla prova. Al primo test sono andati a puttane subito. Spiegazione brillante, ma in fondo superficiale. Ora, o quella cultura politica con le sue impostazioni universalistiche e solidaristiche non era né profonda né radicata, o il fenomeno immigratorio è stato travolgente e incontrollato. Ciò andava chiarito, perché l’equiparazione tra leghismo e nazismo, posta dal paragone ellittico del titolo, sposta il peso dell’ignominia solo sugli elettori, mentre forse ci troviamo davanti a un fatto epocale, in seguito al quale sono saltate pour cause tutte le precedenti, consolidate, basi morali di una popolazione, di un elettorato.

Allegranti, bravo giornalista, mi sembra  pertanto alternare il metodo  di «Piazzapulita» –  un cafarnao di voci contrapposte e sovrapposte dove tutti recano un pezzetto dello specchio, rotto, della verità -, agli “affondi” saggistici, inframezzati da lacerti narrativi. Comprese le annotazioni climatiche: «L’aria si è fatta ancora più fredda, il sole ormai è calato quasi del tutto»… Massì…

TAG: david allegranti, Leghismo, Toscana
CAT: Partiti e politici

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