Oltre il Renzismo: la chance di Civati

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19 Dicembre 2016

Si sono appena spenti i riflettori sull’assemblea nazionale del PD e il senso di vuoto lasciato a sinistra dalla batosta referendaria non ha trovato risposte.  Matteo Renzi ha detto tutto e il contrario di tutto in una relazione che è stata approvata ad amplissima maggioranza e pertanto rimane come unica traccia di quella che doveva essere la sede eletta per effettuare una  discussione aperta e costruttiva nel più importante partito politico italiano.

Una assemblea che doveva in teoria discutere ed elaborare una linea diversa, forse avrebbe dovuto licenziare e approvare un documento finale che facesse sintesi dei diversi contributi portati alla discussione e invece si è limitata a riconoscersi pienamente nella relazione/visione del leader, nella sua faticosa quanto poco credibile autocritica, nella sua stanca retorica così lontana dal paese reale che stavolta, a dispetto delle previsioni, ha abbandonato le tastiere dei tablet per incanalare nel voto il suo disagio.
Per una nota legge della fisica se si lascia per troppo tempo un vuoto, quel vuoto viene colmato da qualcuno/qualcosa d’altro, magari qualcuno/qualcosa che non ti aspetti, e che neppure vorresti.
Il trasversalismo a Cinque Stelle che parte dall’assioma che sinistra e destra sono divenute oramai vetuste categorie dello spirito ma non certo della realtà, si candida a coprire quel vuoto, risultando attraente innanzitutto per il multiforme universo giovanile che in questo movimento pare trovare una risposta, anche se del tutto a-progettuale, coerente con la propria genetica avversione a tutto quanto odora di politico prima ancora che ideologico.
In questi giorni mi sono chiesto a più riprese se Pippo Civati, avesse in definitiva fatto bene ad andarsene, seppur non senza travaglio dal partito democratico. Nell’ultima sfida per la leadership all’interno del partito si era comportato egregiamente, partendo da una posizione di puro outsider. Giovane e preparato, aveva saputo riempire di militanti  le sue iniziative pubbliche e fra quei militanti si intravvedeva un alta rappresentanza di “meglio gioventù”. Forse un po’ troppo incline al vezzo della gigioneria espressiva tipico delle persone colte, era stato comunque in grado di contrapporsi sul piano comunicativo alla corazzata Renzi togliendosi anche qualche soddisfazione come durante il confronto a tre (assieme a Gianni Cuperlo) su Sky alla vigilia delle primarie che incoronarono l’attuale segretario.
La questione che si pose al momento del suo strappo è rimasta  la stessa ed è tornata prepotentemente di attualità proprio dopo la assemblea nazionale di domenica 18 dicembre: optare per una versione dem del “remain” provando a contrastare e svuotare il renzismo dall’interno, dando per scontare che il partito sia ancora scalabile, o abbracciare la “renxit ” ubbidendo a valori molto vintage come la coerenza e il “fu programma elettorale”, operando così un salto nel vuoto col rischio serio di condannarsi ad uno stato di minorità permanente?
Di fronte ad un congresso congelato, con le anime della minoranza che prima di parlare di quale piattaforma alternativa esprimere, si sono già dilettate ad individuare almeno tre candidati alternativi cadendo  nella trappola di contrapporre ad un leader ancora pienamente in sella, un altro leader prima di una visione o un sistema di idee (e ideali) altri, la risposta all’annoso quesito è affermativa: Civati fece bene a suo tempo ad abbandonare la nave.
Affinché però questa scelta che sa ancora molto di personale, cioè di unica risposta plausibile ad un dissidio interiore sintetizzabile nell’interrogativo: ” cosa ci sto a fare qua?”, divenga una scelta per il paese, altruistica e di prospettiva, è tempo per lui di compiere un salto di qualità.
Occorre cioè che il Nostro si candidi, anzi corra, a colmare quel vuoto che Renzi ha creato inseguendo la narrazione che lui stesso aveva confezionato, arrivando ad innamorarsene a tal punto da crederci lui per primo a dispetto di quanto stava accadendo sul suolo patrio.
Possibile è ancora per molti un oggetto misterioso; poco partito, molto movimento, con poche figure di spicco aldilà del suo ideatore, questa novella formazione politica necessita al più presto di una identità che non può non venire da un programma semplice declinato non per punti ma per “azioni”.
Il lavoro prima di tutto. Quel lavoro che da principio fondante di eguaglianza è diventato motore instancabile di disuguaglianza, deve divenire il perno su cui incardinare una idea diversa di cittadinanza e di società.
Si sente un gran bisogno di messaggi chiari su partite come i voucher, gli ammortizzatori sociali, il ruolo sociale delle imprese di questo paese, il mai risolto rapporto fra scuola e occupazione, per non dire della necessità di mettere in campo strategie  nuove per settori strategici del nostro paese come cultura e turismo che possono segnare davvero un punto di svolta per la nostra economia.
Renzi ha affermato nella sua relazione che il PD ha perso fra i giovani. Si tratta una affermazione forte per il più giovane presidente del consiglio che la storia repubblicana annoveri. Basterebbe questa ammissione a dare la cifra del fallimento di due sue leggi emblema: la Buona Scuola e il JobsAct.

Possibile deve rivolgersi in primo luogo proprio ai giovani  parlando alla loro sfera valoriale e non solo alla loro comprensibilissima rabbia, ma soprattutto deve consegnare loro la responsabilità attiva del cambiamento e non solamente giocare, come fanno altri, ad indicare i responsabili (la casta, il sistema, il passato) della loro mancata realizzazione sociale.
Mentre Nichi Vendola chiude e non brillantemente l’esperienza di SEL, che per un certo periodo costituì il “nuovo a sinistra” potenzialmente capace di trovare un equilibrio fra radicalismo e modernità, mentre Sinistra Italiana pare incapace di nascere come soggetto realmente attrattivo ma rischia di esser vissuta da subito come la classica gauche  dello” zero e virgola”, Possibile qualche chance in più per provare a rappresentare un convincente elemento di rottura  pare  averla, almeno sulla carta.
Il tempo però stringe. I ritmi della politica si sono fatti brevissimi e quel vuoto oggettivo che  si percepisce rischia di essere fagocitato da forze politiche che di sinistra hanno ben poco, ma che hanno compreso cinicamente che il malessere fine a se stesso può essere una miniera di voti e consenso, che arrivano in questa fase a prescindere dalla qualità di vie d’uscita che si è capaci di indicare.
Se lasciare (questo partito) democratico fu scelta  non solo necessaria per l’uomo, ma anche  propedeutica alla nascita di  una alternativa innovativa sul piano politico, Pippo Civati ha la possibilità di dimostrarlo adesso. Già domani potrebbe essere tardi.

TAG: Matteo Renzi, partito democratico, pippo civati, Possibile
CAT: Partiti e politici

4 Commenti

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  1. silvia-bianchi 4 anni fa

    L’ultimo treno per il Partito Democratico è stato il verdetto nettissimo del referendum costituzionale: era l’occasione estrema per svegliarsi dal sogno del “vincismo” e riprendere contatto con la realtà di un Paese che si sente ignorato, defraudato e ingannato dalla politica, che in gran parte non si fida più di nessuno.
    Questa occasione il Pd l’ha persa: arroccandosi sul 40% del sì, isolandosi nella narrazione onirica delle meraviglie incomprese dei “mille giorni”, lanciandosi a testa bassa verso la prossima campagna elettorale il Partito democratico ha deciso di coltivare il proprio personale sogno di riscatto, invece che quello di tantissimi italiani.
    Se c’è una cosa di destra al mondo, è proprio questa centralità assoluta del destino individuale, che traspare da ogni mossa tattica del Pd e da ogni parola del suo Segretario, anche quando sfodera la (vuota) retorica della “comunità” (che per lui coincide in sostanza con l’idea di community virtuale): e se c’è una cosa di cui c’è bisogno oggi, è una forza politica che sappia farsi carico del destino collettivo degli “outsiders”, dei non rappresentati, di coloro che hanno trovato la voglia di fare la coda per andare al seggio (molti per la prima volta dopo tanto tempo) a deporre nelle urne il loro no

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  2. luciano 4 anni fa

    Francamente non capisco perché Possibile e Sinistra Italiana, che dicono esattamente le stesse cose, debbano rimanere separati. Sarebbe ora di superare i personalismi e di privilegiare l’obiettivo di offrire ai tanti che si collocano a sinistra del Pd (e ci vuole proprio poco) un soggetto politico di una certa solidità. Per la verità, contrariamente a quello che lascia intendere Sesena, Sinistra Italiana non può essere considerata “la classica gauche dello zero e virgola”, visto che tutti i sondaggi la stimano tra il 3 e il 4 per cento. Non è molto, ma è una base da non buttare via. E chissà che un giorno anche una parte di quelli che ancora si ostinano nell’accanimento terapeutico col Pd non si decidano a fare i conti con la realtà. Di quali altre prove hanno bisogno per capire che è un partito irriformabile ? Aspettano che si offra di mantenere le olgettine al posto del cavaliere ? o non lo considerano perduto finché non propone la reintroduzione della schiavitù ?

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  3. luca-sassone 4 anni fa

    E’ vero forse “Possibile” ha qualche potenzialità in più nel panorama della sinistra nel tantativo di uscire della penombra in cui questa sembra versare da un po’ di anni in Italia a causa del suo vecchiume e della sua autoreferenzialità vuota e improduttiva. Non concordo sul fatto che Possibile e Sinistra Italiana dicano le stesse cose come invece si diceva in un altro commento a questo articolo e un sintomo del fatto che non sia così è per esempio rappresentato dalle diverse posizioni assunte dai due partiti in merito alla legge elettorale, tema di grande attualità postreferendaria. Ciò che fa del movimento di Civati una proposta potenzialmente più moderna credo sia, a differenza di Sinistra Italiana, una maggiore apertura ad altre forze di ispirazione più liberale, se pur sempre mosse da ideali egualitari, come quella dei radicali, con le quali sarebbe auspicabile rafforzare un dialogo che già esiste e, perché no, magari promuovere anche alleanze politiche su progetti comuni.

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  4. vincesko 4 anni fa

    Ed invece io penso che il fattore critico di un qualunque partito di sinistra che aspiri a rappresentare una quota significativa di elettorato sia la leadership. Infatti, il rapporto psicologico con la leadership è il vero punto debole di qualunque partito di sinistra italiano e la cartina di tornasole per prevederne l’esito. Primo, perché qualunque organizzazione – e il partito è un’organizzazione di uomini accomunati da ideali ed obiettivi concreti – per il suo successo ha bisogno di un leader. Secondo, perché non esiste – come anche Syriza e Podemos (e M5S e PD) dimostrano plasticamente – un grande partito di sinistra senza un leader forte, ben visibile, concreto, empatico, capace di comunicare. Anche il sorriso fa parte di una buona comunicazione, per questo un Landini è escluso. A scanso di equivoci, io ritengo inadeguati anche il molle Civati o il pretesco Cuperlo. Terzo, perché la scelta politica è anch’essa frutto della struttura psicologica, e l’elettore di sinistra (in misura crescente man mano che si procede verso il limite estremo) ha “strutturalmente” un rapporto conflittuale con l’autorità paterna. E quindi con la leadership. AlexīsTsipras ePablo Iglesias sono tosti, ma sanno anche sorridere, per dire che hanno capacità comunicativa. O si pensa, non dico di vincere, ma di guadagnare una fetta significativa di consensi per incidere sul processo legislativo (che è quello in definitiva che conta) in senso progressista prendendo solo i voti degli intelligentoni di estrema sinistra? Ma, si sa, a tanti non interessa vincere, ma “ammazzare” tutti i giorni il loro padre (o madre). Per me, sulla base delle qualità indicate sopra, la persona più adatta per ricoprire il ruolo di leader del costituendo partito progressista è Alfredo D’Attorre. Civati farebbe bene a smettere la sua un po’ pavloviana, legittima ma illusoria ambizione personale alla leadership del futuro partito di sinistra e proporre e confluire su di lui.

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