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La politica, sotto Natale, si trova sempre a parlare della legge di Bilancio. Sarebbe una bella occasione per parlare davvero del futuro.

Partiti e politici

Per Natale regaliamoci il sogno di una politica che sa perché sta al mondo

di Jacopo Tondelli
23 Dicembre 2025

Il finale dell’anno politico coincide, da tradizione, con la discussione sulla legge di bilancio per l’anno che verrà. È – o almeno sarebbe – una bella occasione, fornita dal calendario, per riflettere su cosa deve essere il prossimo futuro e su quali basi deve decidere chi ha il compito di governare il Paese, in un tempo della vita delle persone dedicato agli affetti e al riposo: un tempo adatto dunque a ragionare sulle cose importanti, come è – o dovrebbe essere – il dibattito politico che riguarda questioni strategiche. In queste settimane si decide infatti da dove prendere le risorse che servono per finanziare la sanità, la scuola, lo sviluppo economico e industriale, i programmi a sostegno di infanzia, natalità, vecchiaia e ogni altra fragilità, e molte altre cose. Decidendo cosa tassare e cosa detassare, si decide cosa incentivare e cosa no, quali settori, ambiti e attività. Ogni anno, però, il dibattito sulla manovra di bilancio somiglia tristemente al dibattito politico che ci accompagna per il resto dell’anno, e attorno a qualche dettaglio scattano i soliti meccanismi di dialettica e rissa, senza però alcuna possibilità di una discussione franca, aperta e costruttiva in Parlamento, dato il sistematico ricorso al maxi emendamento e voto di fiducia. In questo modo, all’opinione pubblica arrivano questioni importanti ridotte a brandelli, e una società sempre meno attenta e tendenzialmente poco disponibile a discutere il proprio pregiudizio passa rapidamente oltre l’ultima parola chiave lanciata in pasto al titolo di giornale o alla storia dei social network.

Eppure, per stare ai temi dell’ultima finanziaria, ci sarebbe stato di che far discutere il Parlamento in modo aperto chiaro e comprensibile, in modo che la discussione arrivasse alla società, e la rendesse partecipe per davvero degli orientamenti della politica su questioni importanti, che la riguardano davvero, per oggi e per domani. Pensiamo al dibattito sulle pensioni, e sulla proposta – poi cassata in fretta e furia – di rendere meno efficaci in termini previdenziali i contributi versati per il riscatto degli anni di studio. Al di là del merito della proposta, la questione avrebbe meritato sicuramente un dibattito serio, come metafora piuttosto significativa sia dei problemi di equilibrio previdenziale del nostro Paese, da un lato, ma anche come emblema di una scricchiolante credibilità della politica, dall’altro. Infatti, ci saremmo trovati di fronte a uno Stato che prima chiede soldi subito in cambio di diritti economici futuri, e poi cambia i termini di quei diritti, mentre i soldi li ha già incassati e spesi**,** e del suo rapporto con il collocamento internazionale, la pace e la guerra. Non è una questione giuridica, ma squisitamente politica, e avrebbe meritato una discussione. Altrettanto, meriterebbe di essere spiegata la differenza tra i proclami semplicistici che ci si può permettere stando all’opposizione, e la fatica di far quadrare i cerchi del bilancio di quando si governa. Sono temi seri, non semplici argomenti di propaganda, e un dibattito serio, in Parlamento e nella società, lo meriterebbe la questione del riarmo dell’Italia e dell’Europa, in un tempo geopoliticamente del tutto nuovo e decisamente imprevedibile nella sua evoluzione. Abbiamo parlato dell’equilibrio economico, previdenziale e demografico del nostro Paese, e del suo collocamento geopolitico, internazionale e rispetto ai grandi dilemmi della pace e della guerra, e potremmo aggiungere altre questioni, in fondo non meno importanti, che entrano dalla porta principale o dalla finestra quando si tratta di scelte di bilancio. Ma in fondo, possiamo anche fermarci qui, il quadro è abbastanza chiaro.

Parliamo di un tempo, il nostro, nel quale camminando a braccetto, le classi dirigenti e il popolo, sembrano sempre di più disinteressarsi delle questioni serie e complicate, ed evitano con grande accuratezza di metterle al centro dei propri pensieri, e delle proprie azioni. Scavallata la faticosa vicenda della manovra di bilancio, la preoccupazione principale del governo sarà vincere il referendum sulla giustizia, e lo stesso varrà per l’opposizione. Diciamocelo chiaramente: è una questione principalmente simbolica, che ha una sua importanza storica, ma che davvero ha poco a che vedere col modello di sviluppo di un paese invecchiato, impoverito, incapace di fare figli, di tenerseli quando li fa, di attrarre quelli nati altrove. Eppure, vedrete, da gennaio non si parlerà d’altro, perché quel referendum è sentito e vissuto come un test generale di consenso sul governo e sui suoi avversari, e quando sarà passato si parlerà soprattutto della legge elettorale, che Giorgia Meloni vuole cambiare per essere “sicura” di vincere, e che le opposizioni avverseranno per avere qualche possibilità di non perdere.
Tutte discussioni con al centro la prospettiva del proprio potere, e poco altro. Quel che resta in noi del senso ideale della politica, ci fa sperare che a un certo punto le cose cambino, e ogni parte politica torni a raccontare la propria visione del mondo, il proprio modello di sviluppo, i propri valori, li confronti con quelli degli altri, con realismo, competenza, dialettica, anche molto accesa, per sfidare il qualunquismo imperante e l’indifferenza dilagante. Vogliamo crederci, e speriamo sia una fiducia più adulta di quella che i bimbi, beati loro, ancora ripongono nella magia munifica della Notte di Natale.
E, naturalmente, Buon Natale di cuore a chi ha letto fin qui.

 

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1 Commento
  1. Dino Villatico ha detto:
    24 Dicembre 2025 alle 20:18

    Caro Jacopo, lasciamo per un momento da parte il resto del mondo, che, lo sappiamo, sta male, sta anzi forse peggio di noi, ma guardandoci dentro “l’aiuola che ci fa tanto feroci” (Dante, Paradiso – già da allora!) il panorama è tuttavia desolante: come se guardando non vedessimo niente, non vedessimo le crepe dei muri, le erbacce che devastano il giardino. Calvino, alla fine di quello splendido autoritratto dell’Italia che è Il barone rampante, fa dire a Cosimo, il barone, che l’Italia è il paese dove si verificano sempre le cause e mai gli effetti. È ancora così. Calvino pensava alla rivoluzione francese – Cosimo sta parlando con Napoleone – e al fatto che una vera rivoluzione da noi non c’è mai stata, ma solo intese, compromessi, mescolamento di carte, e sempre da parte dei dominatori, ma dei dominati – perfino la Resistenza fu opera di una minoranza, quella che oggi non c’è, non di un intero popolo – una fatica di Sisifo, si torna sempre allo stesso punto, senza concludere niente. La novità, oggi, se mai, è che anche l’Europa sembra ridotta alle stesse condizioni, come se invece di europeizzarci noi si fosse italianizzata l’Europa. E dunque, la solita domanda: che fare? che fare, da parte di un singolo che vede, riscontra, e non sa come intervenire per cambiare la direzione – di che cosa? della storia? del paese? o più semplicemente di tutti noi, che assistiamo esterrefatti alla catastrofe?

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