Piattaforme, la dignità del lavoro ai tempi di internet

3 dicembre 2019

Pensi alle piattaforme digitali e l’immagine si focalizza sugli autisti di Uber nelle vie delle principali città europee in attesa di un cliente che si materializzi sullo smartphone, o i rider, i ciclofattorini in fila sotto la pioggia davanti al ristorante fusion di tendenza. La mente non va al correttore di bozze o al grafico della casa editrice, né tanto meno all’architetto impegnato a redigere un progetto di arredo urbano o all’avvocato che per arrivare a fine mese arrotonda traducendo atti e contratti. In realtà, negli ultimi anni il numero di lavoratori che trovano online una fonte di reddito è in forte aumento in tutto il continente e abbraccia dal 9 per cento della forza lavoro olandese al 44,1 per cento di quella ceca. Gli studi e le ricerche più recenti rivelano come l’avvento delle piattaforme abbia modificato il mercato del lavoro in Europa e la necessità di nuovi set normativi per regolare un fenomeno che sta creando distorsioni di mercato e un indebolimento senza precedenti della classe media.

In questa breve indagine sull’Europa sociale ci siamo occupati nelle scorse settimane delle politiche sociali dell’Unione europea come risposta alla crescente domanda di protezione dei cittadini, e degli ostacoli che impediscono azioni incisive in particolare quelli posti dalle politiche tributarie e dalla ritrosia degli Stati membri a cedere sovranità in ambito fiscale. Ora cerchiamo di affrontare l’argomento osservando gli effetti di due fenomeni correlati, globalizzazione dell’economia e applicazione tecnologica, sui soggetti più deboli: i lavoratori.

Molto si è discusso e scritto in passato sulla possibile ‘fine del lavoro’ causata dall’avvento delle nuove tecnologie. In realtà l’economia delle piattaforme opera su due fronti: annulla le frontiere geografiche e si pone come infrastruttura di mediazione o di incontro tra domanda e offerta in molti casi condizionando entrambe. In questo modello di business, gli umani stanno diventando un servizio, quello che sta scomparendo non è il lavoro in sé, ma il rapporto di lavoro.

Come sottolinea un paper redatto da Isabelle Daugareilh, Christophe Degryse e Philippe Pochet per ETUI, l’Istituto europeo delle organizzazioni sindacali, “l’economia della piattaforma attrae sempre più aziende, anche tradizionali, per quasi ogni tipo di attività, dai servizi alla vendita al dettaglio, dal tempo libero alla produzione”: eBay e Alibaba sono diventati i nuovi bazar globali; Upwork è la nuova piazza frequentata da persone in cerca di lavoro; Amazon il nuovo supermercato; Netflix il nuovo cinema globale, e così via. Esistono tanti esempi di economie e servizi tradizionali pronti a sfruttare gli algoritmi. Le poste Belghe hanno lanciato un’applicazione (parcify.com) che consente a chiunque viaggi in auto in Belgio di guadagnare un po’ di soldi consegnando pacchi lungo il tragitto. Nei Paesi Bassi, l’agenzia temporanea Abeos ha istituito la piattaforma matchAB per riunire acquirenti e venditori di lavoro temporaneo tramite un’app mobile.

Quanti sono i lavoratori della Gig economy

Non ci sono dati precisi sulla quantità di lavoratori impiegati direttamente e indirettamente dalle piattaforme. Eurostat, l’istituto di statistica europeo non riceve i dati dai singoli paesi membri. Esistono delle stime, frutto di studi condotti da diversi soggetti, tra cui il JRC, il servizio scientifico interno della Commissione europea e quella che è probabilmente l’indagine più estesa in questo campo, portata avanti tra il 2016 e il 2019 da un gruppo di ricercatori dell’Università dell’Hertofordshire guidati da Ursula Huws in collaborazione con la Feps e con Uni, l’associazione sindacale europea.

Secondo questi studi, in cui quasi 30 mila lavoratori europei sono stati intervistati, si stima che la percentuale della popolazione in età lavorativa che ha fornito servizi a pagamento tramite piattaforme, sia come attività principale che secondaria sia del 9 per cento per Paesi Bassi, 10 per cento per la Svezia, 12 per cento per la Germania, 15 per cento per Regno Unito, Francia e Finlandia, 18 per cento per la Svizzera, 19 per cento per Austria, 22 per cento per Italia, 27,5 per cento per la Spagna, 36 per cento in Slovenia e oltre il 44 per cento in Repubblica Ceca. Tuttavia, solo circa la metà di essi fornisce frequentemente servizi tramite piattaforme ovvero almeno settimanalmente. La ricerca di Huws mostra anche che, nella maggior parte dei casi, le entrate derivanti dal lavoro sulle piattaforme rappresentano meno del 10 per cento di tutte le entrate personali. Tuttavia, per alcuni è l’unica fonte di reddito dal 3 per cento nei Paesi Bassi al 12 per cento in Svizzera. Nella maggior parte dei casi si tratta di un supplemento molto occasionale ad altri guadagni. In termini quantitativi assoluti, le stime indicano che milioni di lavoratori guadagnano la metà del loro reddito attraverso le piattaforme. Fenomeno che riguarda oltre un milione di persone nel Regno Unito (1,33 milioni) e in Germania (1,45 milioni) e oltre due milioni di persone in Italia (2,14 milioni).

Rispetto al profilo, va notato che il lavoratori online sono in prevalenza persone con un titolo di studio superiore o universitario, uomini (ma non in Italia e nel Regno Unito dove le donne rappresentano il 52 per cento contro una media europea del 44) e toccano tutte le fasce di età. In Italia i gruppi più consistenti sono quelli tra 35-44 anni (23 per cento), 25-34 anni (22 per cento) e 45-54 anni (21 per cento) mentre ai due estremi, i giovani fino a 24 anni e gli over 55 rappresentano il 17 per cento rispettivamente.

La povertà spinge i lavoratori verso le piattaforme

Infine, da sottolineare che una parte consistente, quasi la metà degli intervistati, dichiari come il reddito ricavato online derivi da attività di vendita o rivendita di beni mobili (attraverso eBay o piattaforme assimilabili) o di ospitalità, come per esempio Airbnb. Mentre solo una percentuale ridotta opera in modalità di telelavoro o sfruttando applicazioni e algoritmi.

Dopo 3 anni di sondaggi condotti in 13 paesi europei, affermano i ricercatori, è chiaro che il lavoro attraverso le piattaforme informatiche non è un fenomeno passeggero e, anzi, è destinato a crescere a ritmo rapido. “È diventato un modo per ottenere entrate supplementari per molte persone in tutta Europa, con livelli particolarmente elevati nei paesi europei in cui i salari sono bassi”. La spiegazione più probabile “per questo modello di variazione nazionale sembra essere la povertà, definita in termini assoluti piuttosto che relativa alle medie nazionali”.

Analisi che sembra confermata, almeno per quel che attiene a Spagna e Italia, dando un’occhiata ai livelli di disoccupazione. Se a livello europeo il tasso medio di inoccupati è tornato ai livelli pre crisi, a fine 2018 era del 6,8 per cento e a settembre 2019 era ulteriormente sceso al 6,3 per cento (nel 2007 toccava quota 7,2 per cento), in alcuni Paesi è sensibilmente aumentato come in Francia, Danimarca e Italia o addirittura raddoppiato come in Spagna, Cipro e Grecia.

Ti licenzio con un clic

Il problema principale sul fronte del lavoro è che la maggior parte delle piattaforme si presenta come intermediario o più semplicemente come ‘marketplace’ invece che come datore di lavoro. Come azienda, Uber è diventato di fatto la più grande compagnia di taxi al mondo, il cui valore superava i 120 miliardi di dollari all’inizio del 2019, ma senza nemmeno possedere un solo taxi, senza spendere un centesimo per l’assicurazione, la manutenzione e la riparazione dei veicoli, senza impiegare un solo autista, né prendendosi alcuna responsabilità per eventuali incidenti.

Gli autisti che svolgono il servizio per Uber, così come i fattorini di Deliveroo e di altre decine di piattaforme di consegna pasti, sono considerati liberi professionisti, lavoratori autonomi. Possono decidere se, quando e quanto lavorare, ma in realtà si assumono la maggior parte dei rischi e la vera flessibilità è quella del datore di lavoro, non del lavoratore. Un ambiente che è stato ben descritto da Jaron Lanier, filosofo e informatico statunitense, autore nel 2011 di un saggio – ‘La dignità ai tempi di Internet’ – in cui descrive gli effetti distorsivi dell’economia digitale dove pochissimi soggetti mantengono il controllo del mercato scaricando a valle, cioè sul pubblico e sui lavoratori, ogni rischio, innanzi tutto quelli legati al welfare.

Il contesto che le nuove aziende digitali stanno creando prevede l’esternalizzazione progressiva di tutte le operazioni non strettamente legate al proprio core business. Non è un caso che Uber o Deliveroo restino ben distanti dalla definizione di compagnia di trasporto o azienda ci consegna pasti a domicilio, preferendo distinguersi come compagnie Tech: quindi assumono informatici, analisti marketing e persino policy makers, ma si guardano bene dall’assumere gli autisti o i fattorini, acquistano computer e software, non automobili o biciclette.

Come conseguenza, scrivono gli autori del paper ‘L’economia delle piattaforme e la normativa sociale’, “stanno ridisegnando la divisione del lavoro” secondo una atomizzazione delle funzioni lavorative per cui si sta passando da un modello aziendale che prevedeva centinaia di migliaia di dipendenti a uno dove l’impresa diventa un centro di coordinamento in grado di utilizzare le risorse, quasi tutte esterne – catene di subappaltatori, franchisee, liberi professionisti, crowdworker e aziende subordinate in tutti e quattro gli angoli del mondo per produrre beni e servizi tramite contratti di servizio – in modo estremamente flessibile. È la suddivisione del lavoro di Adam Smith su scala globale, ha sentenziato l’accademico francese Pierre Veltz.

Da questo punto di vista, i lavoratori non sono più tecnici interni, autisti o operatori ma fornitori di servizi esterni che svolgono il proprio lavoro per l’azienda senza farne parte, senza conoscere i loro colleghi, senza avere voce in capitolo nell’organizzazione del lavoro, senza neppure conoscere chi sia il responsabile delle risorse umane o il capo del dipartimento in cui sono inseriti. Lo sforzo principale di piattaforme come Uber e Deliveroo e dei loro eserciti di avvocati è di impedire al diritto sociale di penetrare nel loro modello di business. In buona sostanza, la tecnologia viene utilizzata dall’azienda per abbandonare le relazioni sociali. Ciò che viene eroso non è tanto il lavoro umano in quanto tale, ma il rapporto di lavoro. Un rapporto che è stato alla base di secoli di relazioni industriali e legislazione sociale, oggi può essere risolto con l’asetticità consentita dallo schiacciare il pulsante “Fine del Contratto” sulla piattaforma Upwork, magari a distanza di migliaia di chilometri e senza la sgradevole necessità di dare spiegazioni o subire le lagne del licenziato.

Quali tutele?

Il fenomeno non riguarda solo ‘i lavoretti’, la consegna di pacchi e cibo, il trasporto di persone, i servizi di pulizia domiciliari. Quella è la parte finora visibile, ma ci sono decine di migliaia di posti di lavoro stabili che ogni anno vengono tagliati in favore di freelance. Come testimoniano in Italia le campagne di Acta in Rete, l’associazione dei freelance che ha recentemente raccolto un sondaggio tra gli operatori dell’editoria la maggior parte dei quali sottopagata e sfruttata oltre ogni limite, anche nella civilissima ed europea Milano.

O come racconta Donato Nubile, presidente di SMart Italia, una cooperativa presente in molti paesi europei che offre contratti standard per coprire i lavori saltuari, assicurando pagamenti certi e coperture previdenziali e assicurative agli aderenti. «Quasi l’80 per cento dei nostri soci fa 2-3 lavori e del resto basta entrare in un qualsiasi bar di Milano con il wifi per rendersi conto del fenomeno. Tutti quelli che hanno un computer aperto sono grafici, architetti, traduttori. Persone che non hanno un ufficio e magari non riescono nemmeno a permettersi il wifi a casa, ma lavorano come dannati».

In assenza di una legislazione comunitaria univoca ogni Paese si barcamena secondo gli umori dell’opinione pubblica e dei governi del momento. Si passa dalla totale assenza di normative (Italia) alla liberalizzazione (Belgio), alla ricerca di vie di mezzo tra la deregolamentazione assoluta e l’inquadramento come dipendente di chi lavora, magari per scelta, saltuariamente qualche giorno al mese o poche ore la settimana (Austria).

Se la politica fatica persino a riconoscere le nuove difficoltà a cui vanno in contro i lavoratori, tocca spesso ai privati organizzarsi. SMart, in Belgio, fino a due anni fa era riuscita a includere i ciclofattorini. La cooperativa nata negli anni Novanta su iniziativa dei lavoratori dello spettacolo, ha cominciato a lavorare con i ciclofattorini alla fine del 2015, quando alcune centinaia di riders hanno chiesto di poter entrare in cooperativa. Poiché le condizioni proposte dalle piattaforme non erano tutelanti, SMart ha allora avviato una trattativa con i due committenti presenti in Belgio, Deliveroo e Take Eat Easy, che ha portato nell’aprile 2016 a un accordo per garantire tutele previdenziali, assicurative e salariali. Così, quando nel 2016 Take Eat Easy è fallita i ciclofattorini hanno potuto beneficiare del fondo di garanzia di SMart, che ha versato a proprie spese compensi per un totale di 360 mila euro. La deregulation varata dal governo belga a ottobre 2017 ha consentito a Deliveroo di sottrarsi agli impegni presi lasciando senza alcuna tutela i propri riders.

Il punto vero, sottolinea Nubile, «è la necessità di superare la dicotomia tra lavoro autonomo e lavoro dipendente. C’è la necessità di stabilire nuove regole per garantire tutele a chi lavora, punto».

Da questo punto di vista la novità principale arriva dalla Silicon Valley. Il luogo dove sono nate le piattaforme e molti dei problemi che i lavoratori di tutto il mondo stanno affrontando, potrebbe essere anche la fonte della soluzione. Lo scorso 11 settembre l’assemblea dello Stato della California ha approvato in via definitiva una legge che impone ad aziende come Uber di trattare i propri lavoratori a contratto come dipendenti, riconoscendo loro il diritto al salario minino, all’assicurazione sanitaria e all’assenza per malattia. Il provvedimento che solo in California riguarda circa un milione di lavoratori ha avuto eco in tutto il Paese dove altri stati hanno annunciato di voler seguire l’esempio. Potrebbe essere la fine della Gig economy, oppure un nuovo inizio.

Foto in copertina: raduno di ciclofattorini di Deliveroo a Londra (foto di Steve Eason)

TAG: deliveroo, economia, gig economy, Lavoro, piattaforme, smart, uber
CAT: Precari

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