La favoletta dei 300 giovani che ogni giorno aprono una nuova “impresa”

14 Ottobre 2015

Comincio a credere che la verità sulla mia generazione non la dirà nessuno. Non la dirà la politica che ormai ha deciso di cavalcare l’onda della crisi, degli abusi, del malcostume per giustificare tagli e cambiamenti determinanti per la vita dei cittadini, spesso ignari e quindi inconsapevoli. Non la diremo noi, i diretti interessati, i choosy, i bamboccioni, e chi più ne ha più ne metta. E non la dice l’indagine del Censis per il Padiglione Italia di Expo, che invece andrebbe interpretata, approfondita, localizzata. La ricerca, resa nota anche dall’Ansa, racconta, con un certo fervore, senza le dovute distinzioni ed accortezze, di un allegro gruppo di smanettoni iperconnessi ad Intenet disposto a tutto, che si sta abituando al precariato, a mansioni non corrispondenti al grado di studi ed esperienze, che rinuncia ai diritti sindacali, lavora in nero, oltre gli orari di lavoro, di notte, nel week end e che, notizia delle notizie, sta risollevando l’economia del Paese. Pare, difatti, che nel secondo trimestre del 2015 siano nate quasi 32.000 nuove imprese (più di 300 imprese al giorno) guidate da giovani.

Un quadro confortante, secondo voi?

Cerco lavoro

Per quel che ne so io la mia generazione abbraccia una fascia di persone molte diverse per cultura, provenienza, possibilità economiche. Una generazione che è cresciuta serena, con tutti gli agi e che adesso scava tra i resti di un lauto banchetto. Ci chiamano stacanovisti, i disposti a tutto: ovvio, dal momento che trovare un lavoro (adempiere delle mansioni ed essere pagati) è diventata una scommessa, l’ansia preminente, il pensiero fisso, l’incubo peggiore. E mentre il Governo spinge su stage e tirocini svilendo il potere contrattuale dei trentenni e insistendo con incentivi e slogan sull’autoimprenditorialità (che non è il male, anzi, ma nemmeno la soluzione o l’unica carta da ficcare nel mazzo sul tavolo), qualcuno preferisce levarsi il sassolino dalla scarpa e provare ad essere imprenditore di se stesso. Tuttavia, fatti salvi quelli che davvero maturano idee utili e sviluppano progetti che si rivelano vincenti, c’è da chiedersi se 300 imprese traccino sul serio il sentiero verso il futuro, un futuro degno di questo nome. Perché per avere senso la parola futuro dovrebbe abbinarsi ad altre, come retribuzione, casa, indipendenza, crescita, prospettive.

Ma davvero ci stiamo abituando al precariato? Quale ragazzo, a meno che non lo scelga, può dire di essersi rassegnato ad essere un’ombra, a non contare in una società dove alla fine dei giochi e delle chiacchiere, checché ne raccontino, valgono ancora la busta paga, i risparmi e la propria forza economica?

Una forza che la mia generazione non ha. La maggior parte arranca, si butta, improvvisa. Prova a vivere comunque, a sfuggire al peggio, se possibile. E allora ecco che fare impresa, tentare di uscire dal limbo certe volte diventa un espediente come un altro.

D’altronde quel numero (300 imprese al giorno nel solo secondo trimestre del 2015) è rivelatore.

Intendiamoci: fare impresa è una scelta bellissima, encomiabile, ma difficile. Essere imprenditori non è un gioco. E non è nemmeno l’unica alternativa possibile alla disoccupazione, aggravata da politiche che stanno sfilacciando il rapporto lavorativo, dalla mancanza di credito e di liquidità, dalla globalizzazione selvaggia, mentre i bisogni a livello territoriale e prossimi alle comunità, alla gente restano comunque irrisolti.

La mia è una generazione disorientata, che credeva di vivere ancora meglio dei padri e invece sta peggio dei nonni. Siamo schiavi, a volte ridicoli (sempre on line, sempre on line). Ma questo, ahimè, non ce lo dirà nessuno.

TAG: choosy, precari, under 35
CAT: Precari

4 Commenti

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  1. gajani 5 anni fa

    Ben detto da una 65enne, due delle cui tre figlie sono nate rispettivamente nel 1983 l’una e nel 1986 l’altra. La loro storia è di precariato continuo dello stampo di quello descritto.
    La maggiore sta per farcela ad avere un posto di lavoro part-time a 700 € mensili in una città (molto lontana e molto più cara della nostra di residenza) grazie ad una collega che, a sua volta, ce l’ha fatta ad inserirsi nell’insegnamento: il tutto naturalmente dopo camerierati anche notturni, esperienze di call center, “voucher” di varia natura con enti pubblici, coinquilinati da sfinimento, ecc.
    La minore delle due, invece, sta tuttora brancolando e rantolando nel buio. Dopo la maturità babysitting a NY per frequentare un corso relativo al suo diploma, rientro, esame di ammissione e triennale a Milano … stop. Anche lei in una città lontana e ancora più cara di quella della sorella. Stage non retribuiti, commessa e babysitting mooolto saltuari.per mantenersi agli stage, due commesse all’inizio di quest’anno e poi … stop. Coinquilinati peggio della sorella, decisamente da esaurimento. Sta per tornare a casa perché non ha proprio di che vivere, se non fosse per il padre (ormai all’estero con un’altra famiglia) che l’aiuta, perché, in quanto a precariato, io sono forse la più esemplare di tutte quante, ma è un’altra storia, che, anche questa, non ci viene raccontata da nessuno. ti dire che l’affitto mer lo pagano due componeneti della mia famiglia d’origine e per il resto … precariato che non so fino a quando durerà, Che mi resta da dire se non ricorrere ai luoghi comuni … Speriamo che la salute mi assista …

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  2. rita 5 anni fa

    Ma…non provate ad elaborare neanche la più piccola forma di ribellione. Sotto il profilo culturale, una generazione persa.

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    1. manuelalanna 5 anni fa

      Scusi Rita ma lei quanti anni ha? Beh io ne ho 30. Sotto il profilo culturale una generazione persa???ma che sta dicendo??? La nostra ribellione è nella formazione, nei corsi di aggiornamento, nei tirocini all’estero, nello sperimentare la vita lontani da casa per un lavoro, conosciamo le lingue, usiamo internet. La generazione che ci ha preceduto ha goduto alle spalle del debito pubblico, ha accettato la prima e poi la seconda repubblica di politici corrotti (perchè tanto tutti stavano bene), la generazione dell’abusivismo, delle mazzette, di tangentopoli. La generazione dei nostri genitori ci ha divorato il futuro e noi lo affrontiamo diventando migliori. Ma forse vi meritereste una generazione di giovani anarchici e violenti che vi cacciasse a calci nel sedere. Prima di parlare di noi trentenni, passatevi una mano per la coscienza e sciacquatevi la bocca.

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    2. domenico-meloni 5 anni fa

      Ma ribellione quando dove che noi giovani siamo additati prontamente perché ci ribelliamo. Nei miei libri Il Quaderno di Madrid (Gilgamesh Edizioni) ma anche L’Età della Denuncia (Montedit) parlavo di ribellione e mi hanno tappato la bocca. Non abbiamo la possibilità di ribellarci alle ingiustizie e gli stessi politici sono una classe vecchia senza lasciare spazio ai giovani. Per ribellarci dovremmo lasciare l’Italia. Quello sì. A dicembre finisco un lavoro durato tre anni e sarò disoccupato. Se andavo all’estero era meglio. A 35 anni non si può più vivere in Italia. Ho studiato Editoria e in Italia terra della pseudo-cultura pensavo di trovare posto in una casa editrice anche piccola. Niente. E la Cooperativa dove lavoro chiude. Non mi meraviglia se per campare dovrò prostituirmi. Negli alberghi come receptionist non mi prendono perché vecchio, all’Ikea, Esselunga o Catene di Negozi sono vecchio e anche se mando 100/150 CV non mi rispondono. Non ho i contributi per la pensione in quanto tre anni di contratto Co.Co.Pro. e per me la Costituzione e L’Inno di Mameli è carta straccia da usare quando si va al gabinetto. Non mi sento un cittadino italiano senza un lavoro fisso.

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