DIS-COLL ma non per tutti. Per il ministero i ricercatori non sono lavoratori

19 Gennaio 2016

Tra promesse governative e denunce degli interessati si parla del precariato universitario come del più grande problema dell’università italiana. Eppure sono sempre state carenti le iniziative governative per ridurne la portata e gli effetti sui diretti interessati. Una delle lacune più pressanti della legislazione vigente è la mancanza di un’indennità di disoccupazione per il cosiddetto precariato accademico. Grazie all’iniziativa di alcune associazioni (tra cui vanno segnalati il Coordinamento dei ricercatori non strutturati e l’Associazione Dottorandi Italiana) e la FLC CGIL l’anno scorso era partita una campagna per richiedere l’estensione dell’indennità di disoccupazione (DIS-COLL) al personale non-strutturato che si occupa della ricerca, cioè a tutte quelle figure che, avendo l’equivalente di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, sono iscritte alla gestione separata dell’INPS. Dottorandi, assegnisti e altre figure del precariato universitario, infatti, versano i contributi previdenziali nella gestione separata INPS. Quindi da un punto di vista previdenziale rientrano nella categoria dei para-subordinati ai quali è stata destinata l’indennità di disoccupazione DIS-COLL. Da un punto di vista sostanziale, dottorandi e assegnisti in tutti questi anni sono stati di fatto equiparati come mansioni al personale dipendente, dato che svolgono funzioni di ricerca, insegnamento o anche amministrazione, senza aver beneficiato delle tutele previdenziali e assistenziali del personale dipendente. La campagna per il riconoscimento del diritto all’indennità di disoccupazione a queste figure intendeva colmare questa lacuna.

La legge di stabilità 2016 e le precisazioni ministeriali in materia hanno invece chiuso la porta a questa richiesta. Ma oltre alla fregatura si aggiunge la presa in giro. Dopo mesi di silenzio, in risposta all’interpellanza sul motivo di questa esclusione il Ministero del Lavoro, in data 22 Dicembre 2015, ha sostenuto che gli assegni di ricerca sono “una tipologia di rapporto del tutto peculiare, fortemente connotata da una componente “formativa” dell’assegnista (si pensi ai progetti di ricerca presentati dai candidati, selezionati e finanziati da parte del soggetto che eroga l’assegno)”. In sostanza, il Ministero del Lavoro ha affermato che gli assegnisti di ricerca non devono essere considerati dei veri lavoratori, quanto piuttosto degli studenti. E degli studenti piuttosto attempati e fuori corso, si dovrebbe aggiungere, dato che la gran parte degli assegnisti ha un’età media tra i 30 e 40 anni. Accortosi potenziale boomerang di una posizione insostenibile, in data 16 Gennaio 2016 il sottosegretario Faraone ha fatto retromarcia sul suo profilo Facebook e ha ammesso che “gli assegnisti di ricerca hanno ragione”, ma non le altre figure dei dottorandi e dei borsisti. Del resto, continua Faraone, “questo governo sta cercando in tutti i modi di eliminare la parole “precario” dal vocabolario italiano”.

A dispetto della retorica sulla ricerca come il futuro del paese, l’attuale governo si dimostra incapace venire incontro alle più minime richieste di un trattamento equo all’interno del mondo dell’università. Oltre a perpetuare le decisioni dei governi passati che hanno reso l’università italiana profondamente sottofinanziata, il governo Renzi ha una visione tutta propagandistica del futuro dell’università. Da un lato pensa di risolvere il problema dell’internazionalizzazione delle università italiane aprendo un canale ad hoc di reclutamento per 500 ricercatori basati all’estero, sconfessando così il sistema delle abilitazioni nazionali creato dai precedenti governi, dall’altro ritiene che gli assegnisti di ricerca siano sostanzialmente delle persone che studiano per piacere, prolungano la laurea o fanno ricerca per hobby.

È utile ricordare che l’assegno di ricerca è un tipo di contratto pensato per giovani ricercatori appena usciti dal dottorato. In realtà a causa del sottofinanziamento dei dipartimenti, dell’abolizione dei ricercatori a tempo indeterminato e del caos post-riforma Gelmini, negli ultimi anni gli assegni di ricerca hanno svolto un ruolo di supplenza e sono stati attribuiti ben oltre gli anni immediatamente successivi il dottorato. Non essendo personale dipendente dell’università, gli assegnisti di ricerca, così come i dottorandi, versano i contributi previdenziali (per oltre il 30% dello stipendio) nella gestione separata, ovvero la cassa previdenziale per le figure para-subordinate e anomale che negli ultimi anni hanno in parte colmato il buco dell’INPS. Ma dispetto della particolarità italiana di questi contratti, da un punto di vista funzionale dottorandi e assegnisti svolgono tantissime funzioni essenziali al mantenimento dell’università. Sebbene vi siano limiti al coinvolgimento di dottorandi e assegnisti nelle mansioni didattiche, è noto che in molti casi dottorandi e assegnisti siano ampiamente usati per coprire mancanze dei professori di riferimento o per svolgere ordinaria attività di insegnamento. Inoltre, dottorandi e assegnisti nella stragrande maggioranza dei casi rendono possibile il normale funzionamento di laboratori di ricerca. Tutto questo è per dire che oltre all’avanzamento della ricerca, le mansioni pratiche affibbiate a dottorandi e assegnisti comprendono un insieme di funzioni del tutto indistinguibili dalle ordinarie funzioni di ricerca, insegnamento e amministrazione universitaria che competono al personale strutturato. Non è del tutto sbagliato sostenere che i dottorandi sono una figura che ha una dimensione di formazione, dato che in teoria nelle scuole dottorali dovrebbe essere prevista un’attività formativa per i dottorandi. Tuttavia, spesso questa attività formativa è assente e i dottorandi svolgono tutte le altre mansioni di cui sopra. Invece, è completamente erroneo equiparare gli assegnisti di ricerca alle figure ancora nel ciclo di formazione. Si tratta di uno sfondone, non si sa quanto frutto di voluta ignoranza o evidente malafede.

Del resto, oltre a queste considerazioni interne al mondo universitario italiano, la posizione del governo Renzi è insostenibile anche con un confronto internazionale. Non tutti i paesi europei hanno un sistema di borse di studio per i dottorandi uguale a quello italiano, anche se in molti casi offrono oltre a parziali borse di studio delle forme di collaborazione equiparate a rapporti di lavoro subordinato standard. Dal punto di vista degli assegni di ricerca, invece, il confronto è impietoso. Il cosiddetto assegno di ricerca è l’equivalente funzionale di altre forme contrattuali di post-dottorato (ad esempio, la Research Fellowship nel mondo anglosassone e il ruolo di Wissenschaftlicher Mitarbeiter in Germania) che hanno ben altre tutele e livello stipendiale.

In rete i diretti interessati si sono mobilitati e hanno variamente protestato contro la risposta assurda e anche un po’ insultante del Ministero. Ma la scarsa conoscenza che il resto dell’opinione pubblica ha del mondo universitario, che sembra ridursi solo alle mitiche figure dello studente e del professore per definizione barone, non ha aiutato la causa di assegnisti e dottorandi. Sebbene vi sia stata una parziale retromarcia da parte di Faraone non è chiaro cosa il governo si aspetti da iniziative così fuori dalla realtà. Uno degli slogan più ricorrenti del governo Renzi è la lotta (a parole) contro il precariato. Ma per ora sembra che il precariato vada abolito solo nel lessico pubblico, piuttosto che nella realtà.

A parte questo intento propagandistico il problema non è di per sé la condizione di precariato. Ci sono alcune buone ragioni per cui in un certo periodo della carriera universitaria ci debbano essere dei contratti di natura temporanea (un dottorato dura pochi anni, spesso i finanziamenti degli assegni di ricerca sono legati a specifici progetti che hanno una durata limitata). Il vero problema è la condizione permanente e onnipresente di precariato, dato che non ci sono ragionevoli aspettative da parte di un giovane ricercatore con i titoli giusti di ottenere una stabilizzazione dopo qualche anno di contratti strutturalmente “precari”. Le chiamate dirette dei professori dall’estero e l’equiparazione degli assegnisti agli studenti non sono certo due mosse per affrontare la realtà. Al contrario danno l’impressione che il governo intenda prendere in giro non solo l’opinione pubblica che non è a conoscenza del problema, ma anche i diretti interessati.

TAG: assegno di ricerca, disoccupazione, dottori di ricerca, gestione separata, ricerca
CAT: Precari, Pubblico impiego

2 Commenti

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  1. umberto.cherubini 5 anni fa

    Sacrosanto. L’assegnista che è qui con me, che è padre di famiglia, ribadisce che non è neppure possibile percepire gli assegni familiari GIA’ RICONOSCIUTI DALL’INPS, perché dovrebbe essere erogato dal datore di lavoro (l’università) che invece non li riconosce per questa categoria di contratti, Non credo alle mie orecchie.

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  2. elez 5 anni fa

    Lavoro in un’università francese. In alcuni laboratori i membri permanenti italiani raggiungono percentuali incredibili. Questi membri arrivano come dottorandi o post-doc (l’equivalente di assegnisti) per poi passare i concorsi del CNRS o dell’università, diventando ricercatori CNRS o Maîtres de conférences (professori associati) dell’università. Già di per sé la posizione di post-doc è molto più protetta che in Italia, ma riuscendo ad ottenere un posto di permanente molti post-doc diventano funzionari, per poi seguire la carriera classica di avanzamento di ogni prof o ricercatore. Anche qui i post-doc assumono ruoli fondamentali nei laboratori di ricerca, ma restano minoritari rispetto ai membri permanenti.
    Come tutti voi, conosco decine di ricercatori italiani in tutta Europa, tra Francia, Inghilterra, Germania, paesi scandinavi. Quanti vorrebbero tornare e stare vicini ai loro cari, o semplicemente continuare dove hanno i loro centri di interessi e le loro reti…
    Il discorso del governo di sostenere la ricerca senza trovare una soluzione al precariato permanente non è solo propagandistico, è insultante. Inoltre non volere investire la ricerca significa che tutte le spese pubbliche della formazione universitaria, sebbene poche rispetto ad altri Paesi europei, sono completamente inutili se molti studenti brillanti che si indirizzano verso la ricerca non possono immettersi nel mercato del lavoro accademico italiano…
    Spero che questo articolo come le campagne che si stanno portando avanti riusciranno a risolvere in parte questo problema.
    Un Paese senza ricercatori motivati è un Paese senza avvenire…

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