Coronavirus: la destabilizzazione psicologica dell’evento improvviso

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23 febbraio 2020

Se ovviamente il problema dell’attuale situazione epidemiologica del coronavirus riguarda le conseguenze effettive della sua propagazione e dei possibili rimedi sanitari, vi è anche un effetto collaterale non secondario e cioè la risposta psicologica delle persone. È naturale che vi sia allarme ed apprensione nonché una continua ricerca di informazioni sulle sua pericolosità e sui possibili rimedi. Ma c’è qualcosa d’altro che è relativo al carattere improvviso della conoscenza e alla potenziale esposizione alla sindrome. Si continua, autorevolmente, a fare appelli a non farsi prendere dal panico, a non prestare fede alle possibili fantasiose notizie catastrofiche (una vera forma di terrorismo psicologico che trova terreno fertile in qualche animo “distruttivo”), al richiamo ai mass media per un’azione non allarmistica.

Ma c’è appunto qualcosa d’altro, che interessa i nostri meccanismi psicologici difensivi. L’accadimento improvviso di un evento vissuto negativamente, mette in crisi il nostro sistema riequilibratore che millenni di evoluzione selettiva ha saldamente costruito. L’evento improvviso negativo può essere individualmente identificato nella notizia di una grave malattia propria o di altri a noi vicini, nella loro morte, in un crack finanziario, nell’abbandono effettivo da parte della persona amata (basti pensare agli effetti anche omicidi, soprattutto femminicidi) e via discorrendo.

Ma vi sono altri eventi che non sono esclusivi di questa o quella persona ma hanno un carattere collettivo. Non c’è solo il caso delle epidemie, ma vi sono i disastri naturali, le guerre, gli atti terroristici. Mentre gli eventi negativi personali sono in un certo modo riconducibili, a seconda della loro natura e del nostro grado di credulità, alla casualità o alla nostra colpa o, addirittura al nostro destino (storielle tipo karma, tanto per intenderci), gli eventi collettivi acquistano una forza particolare data l’estensione, l’intensità e l’esposizione di altri (cioè si tratta di una socializzazione “negativa”).

Ora, che un evento improvviso negativo ci appartenga individualmente oppure collettivamente, gli effetti si iscrivono in un fallimento di quelle strutture reattive difensive che rappresentano una parte costitutiva fondamentale della nostra psichicità. Cioè queste strutture (oppure chiamiamole funzioni) sono programmate sul piano della prevedibilità. Hanno una funzionalità, continuamente supportata dalla memoria e dall’esperienza, che ha pianificato la risposta adeguata per il mantenimento del nostro equilibrio. Tutta l’infanzia la passiamo a sviluppare ed addestrare tale prevedibilità e apprestare i conseguenti mezzi difensivi. Ma la prevedibilità presuppone un intervallo di tempo, una antecedente metabolizzazione del possibile evento negativo.

Qui, nel caso dell’evento improvviso, è la variabile “tempo” che è ridotta a “zero”. Questo appare evidente nel problema suscitato da certi traumi, tipo quelli bellici. Qualcosa ci è saltato addosso senza che avessimo il tempo per prevederlo e attivare delle difese. Si aggiunga il fatto, come psicoanaliticamente ipotizziamo, che antichi residui non consapevolizzati, di una traumatizzazione, specie infantile, vengono riattivati dall’attuale evento negativo e ne rafforzano le conseguenze psicologiche in termini di impotenza, mancanza di risorse e addirittura di deficit delle nostre capacità cognitive ad interpretare la realtà.

Ma, meglio tardi che mai, i nostri meccanismi di difesa (nella maggior parte dei casi) si mobilitano con espedienti vari. Da un lato c’è un ricorso al sociale sia nel contatto personale che nella ricerca continua di informazioni. Dall’altro lato si utilizza un meccanismo difensivo superficiale ma che ha un’enorme estensione continua nella vita quotidiana, e cioè quello che definiamo in termini di “negazione” (il non pensarci, il “me ne frego”ecc.). Per arrivare ai casi di maniacalità per i quali ci si considera più o meno invincibili. Ma per altri la reazione difensiva può essere debole: il trauma si accampa nel proprio carattere e continua a persistere e a “mangiarsi” pezzi di vita. In questo caso le terapie possibili sono lunghe e difficoltose.

Ora nel caso del coronavirus, che ha attaccato un Paese, il nostro, che più o meno è vissuto in una certa tranquillità emotiva (lasciamo stare i piccoli litigi politici o da talk show), c’è da chiedersi cosa resterà nel carattere delle persone (iniziando da chi purtroppo ne è stato colpito), di questo evento così improvviso e sul quale, ad oggi, le risposte scientifiche sono ancora deficitarie. Certo i meccanismi di negazione avranno la loro prevalenza e non ci si penserà più, ma sappiamo che questi meccanismi sono solo di facciata, servono un po’ come gli psicofarmaci, ma i nuclei negativi persistono, magari trasformando la propria presenza. Se poi, facendo tutti gli scongiuri possibili, l’epidemia dovesse estendersi, non solo la vita sociale ed economica del Paese sarebbe sconvolta, ma psicologicamente avremmo estese regressioni difensive caratteriali collettive tipo quelle psicotiche, schizoidi.

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TAG:
CAT: Psicologia

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