Psichicità: modifica o immutabilità caratteriale?

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16 giugno 2019

“Ma questo è il suo carattere!” I patetici sforzi di chiunque di dare una spiegazione ai comportamenti di altri e quindi più o meno giustificarli o giustificare la propria incapacità reattiva, sembra segnare con indicibile e ripetitiva noiosità il tran tran delle relazioni umane. Se uno è fatto così, cosa ci si può fare? Quando si può, ma non così spesso, la soluzione migliore è quella di andarsene, di allontanarsi. Ma ci sono gabbie familistiche o quelle lavorative o simili, che non permettono vie di fuga, data la ferrea coercizione di necessità oggettive, di ricatti affettivi ecc..
Ma non si può cambiare questi caratteri così onerosi per chi deve sopportarli? I meccanismi sociologici, nella loro sapiente opera di salvaguardia della coesione sociale, le ha provate tutte dalle meditazioni buddistiche o dalle prediche religiose (soprattutto per chi deve subire) ai gendarmi e le pene esemplari quando certi caratteri sono così incontenibili da essere giudicati pericolosi per un certo assetto della convivenza (o, anche, per ben robusti interessi).

Sgombriamo anzitutto il campo che bastino le buone parole o le frustate a modificare gli spigoli acuti dei caratteri. Questo lo sa bene qualsiasi psicoanalista che passa a volte interi segmenti della propria vita nella reciprocità della vita di un paziente, a cercare di modificare quegli aspetti caratteriali che spesso sono intimamente legati ai disagi psichici, oltre a pesare sul minimo sopportabile assetto relazionale con altri.
Noi, nella grande provvisorietà e incertezza attuali sulle ipotesi sulla vita psichica, stiamo cercando di definire tutta la complessità di tale agglomerato caotico di comportamenti, di emozioni, di fantasie. Ma non è affatto un compito facile. D’altra parte è solo da neppure un paio di secoli che tentiamo di lavorarci sistematicamente (pensate a che disastro,anche delirante, c’era prima…).
A prescindere anche dalla scarsa certezza delle definizioni di carattere, dalle sue possibili sorgenti neurofisiologiche, storiche, ambientali, vale però la pena di fare qualche considerazione su questa struttura psichica in quanto agglomerato ripetitivo di vissuti, emozioni, comportamenti che spesso si rivelano in tutta la loro esplosività(e qualche volta violentemente fisica, come sanno bene purtroppo alcune donne e altre persone inermi).

Cioè i caratteri possono essere considerati soprattutto in termini di ripetitività reattiva.Ma non si tratta solo di quelli più vistosi (e pericolosi) come i comportamenti violenti, ma anche di quelli maniacalmente onnipotenti (con relativo impatto brutale con la realtà), quelli istrionici (che comportano rifiuti e conflitti con i possibili interlocutori), quelli depressivi (che distruggono con tristezze insopportabili non solo l’esistenza dei soggetti ma anche di quelli che li attorniano). E altri ancora che qualsiasi studente di semiologia psichiatrica ben conosce.
È interessante osservare come spesso la difficoltà maggiore che gli analisti hanno nei trattamenti, è rappresentata proprio dalla pervicace difesa ad oltranza di vari aspetti del carattere dei soggetti. Allora appare chiaro come quell’agglomerato di atteggiamenti e comportamenti che per la loro ripetitività classifichiamo in termini caratteriali, è una disperata ancora di salvezza, pagata magari in modo molto oneroso, la cui modificazione viene, fantasticamente, vissuta come distruttiva di tutto se stesso. Quindi anche se uno sa di avere “un brutto carattere” che procura guai alla propria e altrui vita, vi resta legato. Come un potere politico che ha in una milizia spietata e crudele, l’unica base per la propria sopravvivenza. Quindi possiamo pensare che la staticità ripetitiva di un carattere è una forma di difesa estrema nei riguardi di un’ansia delirante catastrofica. Ma cosa si può fare?.Senza suggerire di andare dai miei (ex) colleghi, a meno che una persona ne abbia voglia e i mezzi, forse si potrebbe sviluppare dentro di se, man mano, un atteggiamento introspettivo, decostruendo i propri atteggiamenti e comportamenti come i pezzetti di Lego e cercando di intravvedere quali ansie, paure, senso di vergogna, disistima ci costringano a stereotipie noiosamente ripetitive.

Attenti: le nostre difese sono sempre in agguato e continuamente cercheranno di sviare il nostro percorso. Non sto suggerendo una psicoanalisi “fai da te”, ma solo un cambiamento possibile di prospettiva che può anche essere utile, interessante e forse divertente. E consiglierei anche di leggere ogni tanto un po’ di Freud, senza per questo esserci d’accordo, ma perché si è occupato di queste cose tutta la vita, la psicoanalisi l’ha inventata lui e poi è “realmente” molto intelligente.

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CAT: Psicologia

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