Psicopolitica: la robotizzazione di Luigi Di Maio

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11 settembre 2018

In un intervento recente sul Corriere (9/9/2018), il critico televisivo Aldo Grasso esprimeva il suo sconcerto per l’espressione gelida e per lo sguardo nel vuoto di Casaleggio junior. Ora ci si può chiedere se anche Luigi Di Maio abbia un visual impact, che riveli una stereotipia dell’aspetto rafforzante una specifica immagine, forse voluta, forse connaturata.

Il suo collega Salvini è immerso nella grossolanità fonetica di noi lombardi, Renzi ci invade con l’isterica rabbiosità toscana, Berlusconi cerca di sedurci con il sorriso del venditore di pubblicità e Prodi sembra invitarci alle delizie gastronomiche di una salumeria bolognese (e ce ne sono anche altri). Per Di Maio accade qualcosa di diverso.

L’attenzione visiva di chi lo guarda, è concentrata sul sorriso incessante mentre i muscoli facciali sembrano poco mobili, gli occhi fissi, c’è un contenuto scuotimento del capo e mancano gesticolazioni, soprattutto delle mani. Cioè c’è una rigidità che si potrebbe definire artificiosa. Un paragone, ahimè non felice, forse potrebbe essere fatto con Andreotti. Solo un velato timbro partenopeo rivela la propria origine etnica, anche se ben lontano dalla vivacità scrosciante di un Totò o di un De Filippo.

Il tutto poi è immerso in un look perfetto che sembra quasi dipinto addosso e non indossato. Lo scuro dell’abito fa risaltare ancora di più il candore della camicia che a propria volta fa risplendere il sorriso bianchissimo. Da quel sorriso bianchissimo poi, escono le parole, precise e forbite (quasi…). Qualcuno potrebbe obiettare che quello che importa è il contenuto dei discorsi. Non credo: che efficacia avrebbe avuto Mussolini se non si fosse affacciato a Palazzo Venezia e se il Padre Eterno non avesse convocato Mosè sul monte Sinai, tra tuoni e lampi, per consegnarli i 10 Comandamenti? E oggi, inoltre, viviamo in un’età dell’immagine esasperata.

Ma tutto questo che funzionalità può avere, considerando che Di Maio è un uomo politico e quindi non possiamo credere che comportamenti e atteggiamenti siano solo risvolti, quasi un po’ anomali, della sua personalità? O per lo meno, possono esserlo, ma vengono utilizzati e rafforzati magari dal clan Casaleggio, per più ampi orizzonti.

Se utilizziamo i (noiosi) parametri psicoanalitici, possiamo fare l’ipotesi che comportamenti irrigiditi e ripetitivi facciano parte di quella cintura difensiva che è stata costruita per difendere un proprio Sè narcisistico. Ma poiché qui non stiamo facendo la diagnosi clinica del sig.Di Maio. ci interessa capire quali effetti tutto ciò abbia sulla gente. Dobbiamo tenere conto che nella terribilmente complessa e confusa nostra psichicità, gli elementi esterni vengono continuamente introdotti dentro di noi. Vi saranno persone che tenderanno a respingere con fastidio questa intrusione ma altri tenderanno ad accaparrarsene frammenti da integrare nel proprio Sè, fruendo così del sentimento di piacere e di sicurezza che danno le caratterizzazioni narcisistiche.

In parole povere il Di Maio si accampa dentro di noi e si collega al nostro narcisismo, come una protesi efficiente ed anche attesa. Proprio l’efficienza delle azioni e dei pensieri che il narcisismo, erroneamente, sembra trasmettere, da l’illusione che le vistose promesse declamate verranno soddisfatte. È un errore perchè il narcisismo ha solo un obiettivo: mantenere la cintura difensiva attorno al proprio Sè, senza venire a patti con la realtà. Costi quel che costi (agli altri…).

 

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CAT: Psicologia

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