Come difendersi dai disservizi e vivere felici

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14 Aprile 2021

Oggi vi propongo un racconto. Questa narrazione è rigorosamente autentica in tutti i dettagli ed è stato ciò che è successo a me esattamente una settimana fa. Non è surrealismo, è ciò che accade nel nostro paese, più spesso di quanto non si creda, ai fruitori dei servizi che dovrebbero essere pubblici ma che sono mal gestiti e utilizzati dagli stessi che propongono quei servizi.

Mi spiego meglio. I serviti, cioè gli utenti, pagano un servizio a dei servitori che assicurano che quel servizio sarà svolto a regola d’arte. Questo, nella terra che ha prodotto Pinocchio, accade, appunto, nel Paese dei Balocchi. Il paese reale invece offre una quantità di varianti surreali e fantastiche, inimmaginabili perfino nei racconti di fantascienza. È pur vero che se si prende per un certo verso la storia che si sviluppa a insaputa dell’utente sono offerte visioni grottesche esilaranti. Ma viene il dubbio: forse anche questo fa parte del servizio? Siete annoiati e volete divertirvi? Abbiate a che fare una o più volte colla burocrazia italiana; il divertimento, se preferirete abbandonarvi a colei, è assicurato. Però per divertirsi veramente c’è bisogno di un esorcismo. Ossia bisogna far finta di non essere gli oggetti del disservizio, altrimenti l’unica possibile interpretazione di quel ruolo è la disperazione o una rabbiosa reazione che vi trasformerà in indemoniati. Che non è lo scopo di questo racconto. Vi direte: ma allora perché ce lo vuol raccontare? La risposta la troverete alla fine. Questa lettera, realmente inviata, è in realtà un piccolo corso in forma narrativa per difendersi dai soprusi e dai disservizi di cui la nostra vita quotidiana è disseminata. A me funziona sempre, anche perché il disservizio del racconto in questione è stato elargito dalle Poste Italiane. Ma funziona anche per altri disservizi, per esempio quelli della Sanità, ben più complessi di quelli delle Poste. Anche per un semplice motivo. Mentre le Poste Italiane sono un organismo nazionale, la Sanità, pur conservando superbamente la nomenclatura Servizio Sanitario Nazionale, in realtà è parcellizzata in potentati regionali locali, che spesso non comunicano tra di loro, e che hanno fatto della privatizzazione la loro cifra distintiva, quasi un fiore all’occhiello. Fiore all’occhiello che si è immediatamente disseccato a causa di un imprevisto: una pandemia. Ma della sanità parleremo un’altra volta, magari con una silloge di racconti sul tema. Sono una miniera di narrazioni al proposito, essendo un soggetto disabile e con tanta esperienza.

Per narrarvi la vicenda scelgo la forma epistolare, un genere molto in voga in passato e che offre la possibilità di ammantare le vicende raccontate di un’aura mitologica, quasi epica. Epica di sicuro è la mia resistenza agli assalti degli incauti burocrati o semplici messaggeri che non mi conoscono.

 

Incominciamo.

 

Gent.mo Amministratore Delegato,

Le scrivo per narrarle un episodio spiacevole occorsomi a causa di un comportamento scorretto da un dipendente della sua azienda – seppure il suddetto comportamento sia molto frequente, a quanto pare, parlando con altri utenti, su tutto il territorio nazionale – che però si è risolto fortunatamente in maniera positiva e in un solo giorno, rispettando le tre unità aristoteliche di tempo, luogo, azione (ma solo perché non sono stato a guardare come la mucca che guarda passare il treno, altrimenti il tempo aristotelico sarebbe diventato, come diceva Plotino, “immagine dell’eternità”; in questo caso l’azione, la mia, ha influito parecchio sul tempo).

Probabilmente del mio caso ne avrà sentito parlare, o ne sentirà parlare presto, perché ho ricevuto varie telefonate di scuse da dirigenti provinciali, nazionali e locali, e so che la mia lettera di protesta al servizio clienti è circolata, almeno così mi è stato riferito. Certo, capisco che lei sarà pieno di lavoro da sbrigare e di cose molto più importanti su cui concentrarsi, però credo che ciò che le racconterò e, soprattutto, ciò che le proporrò alla fine potranno interessarla. E parecchio.

Deve sapere, gentile Amministratore Delegato, che io sono disabile al 75%, oltre l’handicap, capitolo a parte. La mia disabilità non mi consente, sfortunatamente, né una deambulazione facile né un lavoro e in questo paese distratto io sono perennemente in lotta colla burocrazia: la sanità, le banche, le poste, le amministrazioni comunali, regionali, qualsiasi tipo di burocrazia sembra andare contro il buonsenso e la correttezza, soprattutto per le persone disabili. Guardi come le regioni stanno gestendo la Sanità, solo per fare degli esempi che tutti ormai conoscono perché è evidente, non lo si può più nascondere così comodamente come si usava fare. Ma andiamo al racconto della vicenda della quale credo che le faccia piacere essere informato. Le giuro che è solo la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Si fiderà?

Deve sapere che in questo periodo mi trovo a Palermo, dove sono nato 61 anni fa, perché assisto mia madre di 91, disabile al 100% con molte difficoltà. Può quindi immaginare il totale delle sue disabilità e delle mie: 175%. Beninteso, non glielo dico per lamentarmi perché, purtroppo, per noi è la vita quotidiana e, prima o poi, ci facciamo il callo. Lo sottolineo solamente perché spesso chi dispone della realtà in un certo modo non si rende conto di come la stessa realtà possa presentare difficoltà a persone che a quella realtà non possono accedere, per i motivi più disparati.

Dovevo ricevere quindi per raccomandata la nuova carta di credito, strumento indispensabile in un periodo pandemico come questo, perché consente di fare acquisti e pagamenti al sicuro, da casa propria. Bene, la banca mi ha inviato una raccomandata che mi è arrivata l’altro ieri mattina, intorno alle 10.00. Ma io l’ho scoperto solamente a ora di pranzo, quando viene la badante, che ritira la posta.

Cos’era successo? Il postino, per dei motivi suoi, nonostante avesse una consegna da farmi, ha pensato bene di non suonare al mio citofono e di lasciare un avviso di giacenza, dove spiegava che avrei potuto ritirare in orario d’ufficio il mio plico alla filiale UP 30 di Palermo. Può anche darsi che il postino abbia trovato il portone aperto o che abbia suonato a tutti, tranne che a me, per ragioni che sconosco, e quindi abbia ritenuto giusto lasciarmi l’avviso di giacenza nella buchetta delle lettere. Lei pensa, gentile Amministratore Delegato, che colui abbia agito correttamente? Leggevo nell’avviso che per ulteriori informazioni si poteva consultare il sito www.poste.it oppure usufruire di un contatto whatsapp al 371.500.37.15 o chiamare il numero verde 803160. Così decisi di telefonare al numero verde indicato.

Capisco che l’azienda voglia risparmiare e quindi si sa che le voci robotiche registrate che consigliano di premere l’1, il 2 o il 3 non costino nulla rispetto a un operatore che invece interagisca coll’utente. Ma raggiungere un operatore risultò cosa difficilissima, almeno per le mie limitate possibilità. Forse un bambino delle nuove generazioni è più svelto di me; ammetto di essere limitato, ma come me lo sono anche milioni di esponenti della terza età di questo paese che le Poste Italiane servono (meglio dire: dovrebbero servire).

Provai allora a raggiungere il sito, su cui vidi che c’era una chat dove poter esprimere le mie difficoltà. Bene, mi dissi. Illudendomi. Ahimè, anche qui a rispondere c’era un robot e non una persona reale. E al robot hanno insegnato a rispondere solo a determinate domande e a determinate formule. Presentare il problema in forma discorsiva, sebbene correttamente in lingua italiana, non apparve gradito al robot che si scusò affermando che non poteva aiutarmi e riproponendo ossessivamente una formula che non faceva al caso mio. Repetita stufant.

Riproviamo al numero verde, mi dissi, vediamo se per una fortunata congiunzione astrale troverò un operatore. Anche perché la voce robotica registrata lo prometteva come un fatto, il primo operatore libero. E lì, premendo i vari tasti del telefono intelligente (lo chiamano smartphone, i più sofisticati, io sono snob e vorrei usare l’italiano, d’altro canto anche il nostro attuale presidente del consiglio ha detto: troppe parole inglesi!), dopo un bel po’ di consigli da parte delle intelligentissime voci e di inadeguati errori o di riprove da parte mia, riuscii a conferire con un operatore apparentemente umano. Dico apparentemente perché ho visto qualche giorno fa in tv che l’intelligenza artificiale si è evoluta al punto tale che si iniziano a produrre robot che alla voce e alle maniere sembrano davvero umani. Brivido freddo. Pensi, gentile amministratore delegato, se un giorno il suo lavoro lo dovesse fare un robot evolutissimo. Lei resterebbe disoccupato e io non potrei più scriverle. Tutto questo durava, dall’inizio della mia decisione di chiedere aiuto fino alle prime parole pronunciate da un essere umano, 48 minuti. Questo perché la tecnologia semplifica.

“Buongiorno, in che cosa posso esserle utile?” disse una gentilissima voce maschile e giovane, apparentemente umana anche quella. Gli spiegai il mio caso, mi chiese il codice e con grande compassione mi disse: “Mi dispiace, il suo tipo di raccomandata non prevede una seconda possibilità di consegna, deve andare a ritirarlo personalmente”. “Scusi, io sono disabile, sa, ci andrei pure se potessi. E preferirei anche fare una coda di due ore in piedi, se avessi l’uso delle gambe e il mio corpo non fosse costretto dalla forza di gravità a una vita difficile. Ma questo proprio non posso farlo.” “Non so proprio come aiutarla, signore, mi spiace per l’accaduto, ma non ho la soluzione per lei.”

Ha presente Amélie quando la realtà che credeva sicura si rompe in mille pezzi dietro di lei? Ecco. Mi sono sentito Amélie Poulain (film del 2001).

E ora come faccio? Scrivo. E scrissi al servizio clienti delle Poste. Dopo un po’ di ore mi arrivò il messaggio che la mia lettera era stata presa in carico e avrei avuto una risposta in breve. La mattina dopo, alle 10.00, non mi aveva ancora cercato nessuno. Provai, invano, al numero dell’ufficio UP 30, ma il telefono o squillava vanamente oppure una mano gentile sollevava il ricevitore e lo metteva nuovamente giù perché il proprietario (o la proprietaria) di quella mano forse avrà pensato che lo squillo del telefono fosse molesto. E ora come faccio? Io di quella raccomandata ne avevo bisogno.

Sai che? Consulto il mio spirito guida. Faccio sempre così quando la vedo particolarmente brutta. E mi aiuta, sa! Consiglio a tutti di farlo, lo faccia anche lei, si troverà bene. Ognuno ha il proprio, peraltro, non c’è bisogno di disturbare gli spiriti guida degli altri. Dopo un po’ lo spirito guida si manifestò e mi disse: Massimo, cerca la polizia postale. E così chiamai il referente locale di Palermo. A differenza delle poste, delle banche, delle asp, dei cosiddetti servizi, alla polizia risponde sempre qualcheduno ed in genere è assai gentile. Come sempre lo spirito guida consigliò il giusto rimedio.

Il poliziotto fu molto più che gentile. Gli esposi nei particolari la mia situazione e ciò che era accaduto. Con una voce cortese mi disse che, se gli avessi mandato la delega, la copia del mio documento e l’avviso di giacenza, avrebbe provato a risolvere il mio problema. Al punto da andarci anche lui di persona. Io restai commosso da una simile disponibilità. Ogni tanto si trova una persona empatica e comprensiva. Così mi disse: “Noi siamo al vostro servizio”. Mamma mia. Mi sentii coccolato dalle forze dell’ordine. E fu piacevole anche parlare del più e del meno coll’ufficiale, disquisendo dei disservizi, di coloro che pur percependo uno stipendio non lavorano come dovrebbero e causando disagi.

Gli dissi che ero commosso dal suo altruismo, visto che si proponeva perfino di andare personalmente all’ufficio postale a recuperare il mio plico. “Noi siamo qui per risolvere i problemi, non per crearli”. Così parlò Zaratustra. Io colpito e affondato dall’affetto dimostratomi. Gli comunicai che ero mortificato, io, per approfittare di un agente di polizia postale che avrà avuto cose gravissime a cui pensare, come truffe telematiche e cose così, che sono all’ordine del giorno e che invece perdeva tempo con me per una mancata consegna. “Lei non si deve preoccupare più, ha già le sue preoccupazioni”. Tacqui e ringraziai, confuso. Giuro che è la verità, solo la verità, nient’altro che la verità.

Dopo circa una ventina di minuti mi chiamò il direttore (così si presentò) del servizio clienti del distretto provinciale di Palermo, altra persona assai civile, che si scusò moltissimo per l’accaduto, a cui rispiegai nuovamente tutto, anche se il messaggio che avevo spedito nel modulo (form dicono i più esterofili) del sito dell’assistenza clienti delle Poste, l’aveva letto, eccome. Mi rassicurò: “Lei in giornata avrà la sua raccomandata a casa, non deve preoccuparsi”. Io mi sentii confortato da cotante attenzioni. Mi sentii quasi corteggiato, pensi lei, tanto più che il galante mi disse che era un piacere starmi ad ascoltare. Raramente vengo sedotto per telefono. Gli raccontai così che avevo contattato la polizia postale e che l’ufficiale disponibilissimo si era offerto di andare a prendermela personalmente. “Lo avvisa lei di non andarci?”. Mi accorsi subito che la mia domanda era fuori luogo, perché l’altro non seppe cosa rispondermi, d’altro canto non era stato lui a chiamare la polizia. “Non si preoccupi, lo faccio io”, dissi, togliendolo dall’impaccio, anche perché era stato assai gentile e non volli approfittare troppo. Lo salutai, fiducioso nelle sue parole.

Richiamai, a questo punto, per correttezza, l’ufficiale e gentiluomo, dicendogli che ero stato contattato dal direttore provinciale e che tutto si sarebbe aggiustato. Mi disse che lo conosceva bene e che era una bravissima persona. Non posso che confermare, la mia impressione fu proprio quella.

Può anche essere successo che l’ufficiale di polizia abbia chiamato il direttore dell’assistenza clienti e quello dell’ufficio postale dicendo che la polizia postale aveva casi più importanti e che i problemi coi postini insolventi se li risolvessero loro, visto che erano loro dipendenti… questo non lo saprò mai. Ma nel mondo di Amélie Poulain tutto è possibile. Di certo arrivò poco dopo un’altra telefonata del direttore della filiale UP30, anche lui gentilissimo, quasi genuflesso per il disguido. La genuflessione, ovviamente, non la vidi. Ma la percepii.

Mi sono sentito, per la prima volta in vita mia, la reginetta della festa. Se l’avventura era iniziata con un irraggiungibile, turrito e tenebroso Castello di Kafka, l’impressione mia adesso era che, grazie al consiglio prezioso dello spirito guida e alla domanda giusta alla persona giusta, la strada per il successo era imboccata. Mai tante attenzioni da funzionari pubblici, tutte insieme. In genere le ottengo quando, dopo che modesti impiegati inconsapevoli rifiutano di fare il loro lavoro per bene, io reagisco. Io scrivo, infatti. Lo faccio anche perché sono giornalista e non le mando a dire, se c’è un sopruso o un’ingiustizia. Quindi, come sto anche scrivendo a lei per informarla dei fatti, visto che è l’AD delle Poste Italiane, ho scritto in passato anche ai ministri, soprattutto quello della Sanità. In genere non passa un giorno senza che qualcuno mi chiami o mi scriva, nella maggior parte dei casi scusandosi e proponendo delle soluzioni. Anche perché non sono assolutamente informati di cosa accade alla base della piramide. L’utente, se si lamenta in alto per le negligenze, svolge quindi anche un encomiabile lavoro per il buon funzionamento della società. Ci aveva mai pensato?

Alla fine, dopo tre quarti d’ora dalla chiamata del direttore dell’ufficio UP30, squillò il citofono. Tre squilli, anche se il postino suona sempre due volte. Una di più, crepi l’avarizia. Forse quella in più era per compensare la stitichezza del precedente collega che non aveva suonato e aveva lasciato, ignaro del seguito, il colpevole avviso di giacenza. Un tempo, questo lei lo saprà certamente, il postiglione annunciava il suo arrivo soffiando nella sua favolosa cornetta, che si sentiva a grande distanza. Pensi che perfino Mozart e Mahler inserirono il corno postale in alcune loro partiture. E certamente saprà anche che la cornetta del postiglione è il simbolo delle poste tedesche e anche di quelle svedesi, dove però, essendo la Svezia una monarchia, è abbellito da una corona regale. Si vede che i giovani d’oggi non hanno più fiato per soffiare nella cornetta e che la stanchezza cronica o una semiparalisi ha invaso anche le loro dita per premere il bottone del citofono. Che disgrazia.

Oggi, un giorno dopo tutti i colloqui eccellenti di ieri e due giorni dopo il crimine, mi chiama da Milano un altro dirigente delle poste, con una piacevole cadenza campana, molto melodiosa. Mi piace molto, devo dire, ci sono delle cadenze regionali che trovo assai musicali, come quella campana, quella toscana, quella veneta e, naturalmente, certa siciliana, non tutte. Quella campana mi ricorda sempre Sophia Loren e Vittorio De Sica. E Totò, il campione della parodia dell’Italia di allora. Mi molesta oggi il suono della cadenza lombarda attuale, perché l’associo alle quotidiane e cacofoniche filippiche di un certo Capitano felpato e all’inefficienza di cui la regione Lombardia si è macchiata nel gravissimo evento della pandemia. Che superficialità, Milan l’è on gran Milan, seh vabbè, in un altro secolo. E sì che ci ho vissuto per molti anni e mi piacque, perfino.

Comunque, alla fine, stretta la foglia e larga la via, tutti vissero felici e contenti.

MA! Ma, c’è sempre un ma, caro Amministratore Delegato. Le propongo una cosa che credo possa essere interessante e vantaggioso dal suo punto di vista.

Onde formare meglio certi suoi dipendenti, magari anche plurilaureati alla Bocconi e con master prestigiosi di università americane (anche gli statunitensi, come i lombardi, sanno sempre fare tutto loro e poi si è visto, seeeeh), potrei offrire la mia consulenza.

Sono un esperto, io, sa, avendo patito sul campo le inadempienze di molti presunti manager (ossia direttori, amministratori, eccetera, nel nostro armonioso e melodioso idioma), che, affidando alla tecnologia le magnifiche sorti e progressive dei servizi telematici, hanno trasformato quel servizio in un incubo per gli utenti. E se glielo dico io, che col calcolatore o elaboratore (gli esterofili dicono computer) ho comunque una certa confidenza, ci può credere.

Per esempio: il sito delle poste italiane è fatto male, non è immediato, non è risolutivo. Confonde, fa sentire spaesati, abbandonati. L’utente medio rinuncia. Io sono tenace, e ho magari la conoscenza per arrivare a una comunicazione. Forse anche perché, come le ho dimostrato sono dotato di una certa pazienza e, diciamolo pure, pervicacia (dal lat. pervĭcax -acis, der. di pervincĕre «vincere interamente, prevalere, dominare»). Un’altra persona più semplice e meno ostinata rinuncia. E purtroppo deve rinunciare anche al servizio, magari scegliendo il privato che invece il servizio lo offre, anche a domicilio e senza troppi intoppi, e se lo fa pagare di più.

Vede, amministratore delegato, a volte basta poco. Basta immedesimarsi in qualcuno che non può fare le cose. Immaginiamo una persona che magari è tutta in sé ma ha un inizio di Parkinson che le ha rovinato la vita. La tastiera diventa impossibile da utilizzare, così come i messaggi vocali, perché dai robot non sono percepiti come leggibili. Oppure colle persone che non vedono più bene, ma che ragionano benissimo. E magari queste persone vivono sole, senza aiuto. La tecnologia deve essere d’aiuto, ma soprattutto ci vogliono persone fisiche che sappiano esserlo di più mentre i siti web e i centralini telefonici o telematici (call center, come oggi si dice) sono sempre più autonomi dalla salvifica azione umana che, se ben svolta, risolve, come ha ben potuto vedere.

Nel mio caso, di disabilità motoria, la gentile voce del numero verde delle Poste Italiane non ha potuto risolvermi il problema, senza neanche riuscire a darmi un recapito telefonico di un’altra persona che avrebbe potuto farlo, o un indirizzo di posta elettronica, lasciandomi disorientato e obbligandomi all’ultima spiaggia: la polizia postale. Non finirò mai di essere grato al mio spirito guida che mi suggerisce sempre il giusto cammino.

Crede che potrebbero essere utili i miei contributi alla formazione direttoriale di chi si occupa di fornire i servizi? Io credo che siano insufficienti, vista la mia esperienza. Credo sempre che questi giovani donne e uomini, cosiddetti manager, abbiano una visione del mondo totalmente incentrata su sé stessi e che se loro riescono a disegnare, gestire e mettere in marcia un sito web lo devono automaticamente saper fare tutti, e, soprattutto, secondo le proprie esigenze (assai diverse da chi quei siti li progetta). In poche parole credo che il mondo di codesti manager termini a 10 (dieci) cm dal loro corpo e che non abbiano mai avuto un contatto col mondo al di qua dello specchio. Lo schermo, infatti, è per coloro (e per chi a coloro crede) lo specchio di Alice, con tutto il mondo delle meraviglie che si dipana toccandolo e trapassandolo. Un mondo fittizio, a quanto pare, perché nelle mie mani non ha funzionato e sono dovuto ricorrere alla polizia postale per avere una soluzione al problema.

Per esempio, quando si scelgono i postini dalle liste di collocamento, sempre diversi di tre mesi in tre mesi, ci si accerti almeno che siano alfabetizzati e senza problemi con stupefacenti. E gli s’inculchi che al secondo errore saranno cacciati a pedate con ignominia. Oppure ogni errore venga decurtato dallo stipendio, che forse è più efficace. Ah, ora che mi ricordo, è difficilissimo firmare con un dito su quello schermino da lillipuziani tenuto in mano dal postino, e pure con diffidenza per timore dei contagi. Ma perché non fornite i postini di una penna? Dice che la pèrdono? Dice che è più igienico così? Ma lei ha mai provato a firmare su uno di quei minischermi? Pensi a chi ha il Parkinson o non ci vede bene o deve reggersi con tutte e due le mani a un girello o a due stampelle (come me) e deve scendere dal terzo piano (come me) perché il postino su non ci sale e non si avvicina nemmeno all’ascensore. Questo quale manager lo ha deciso? Era un bocconiano? O viene dal Boccone del Povero?

Se al postino che non mi ha citofonato, e io di citofoni in casa ne ho tre, proprio perché io possa rispondere più agevolmente in qualsiasi parte della casa mi trovi, fosse decurtata l’intera giornata di lavoro, oltre a tutte le spese che ha causato, ossia l’intervento della polizia postale, il giro di telefonate dei dirigenti per scusarsi del suo comportamento, il lavoro del secondo postino che mi ha recapitato la raccomandata, e varie ed eventuali, non ultima questa missiva che le invio, e se questo fosse portato come esempio per tutti i portalettere, io credo che un po’ di attenzione da parte dei suddetti lavoratori in più ci sarebbe. È il famoso effetto farfalla, basta una negligenza e ciò che ne consegue è deleterio. Per tutti.

Lei è più giovane di me e non so se, ai suoi tempi, a scuola il maestro delle elementari la metteva dietro la lavagna se faceva qualcosa di estremamente scorretto. Io qualche volta ci sono finito – ero vivace – perché, ai miei tempi, c’era la lavagna sul treppiede, e c’era il posto dietro la lavagna; attualmente forse c’è quella luminosa o è appesa direttamente al muro. O forse è stata abolita perché la polvere del gesso non può contaminare i polmoni argentati dei giovani d’oggi. “Se mi vivisezionassero i polmoni tre strati di gesso ci troverebbero”, diceva la mia insegnante di matematica delle superiori. Ma se qualcuno fosse messo dietro la lavagna per ricordargli di non fare più errori gravi forse oggi i servizi sarebbero migliori. Ma che vuole, io sono un dinosauro, io abito la Preistoria. Pensi che so anche scrivere in corsivo su carta e, nonostante la bella calligrafia (avevo dieci), ormai non la capisce quasi più nessuno. Poi, da dinosauro consapevole, mi sono anche un po’ adeguato coi mezzi moderni e infatti le scrivo con una tastiera mac e le invio la mia lunga missiva per posta elettronica.

Ci rifletta. Io sono una miniera di esempi, perché ho avuto a che fare colla stupidità di certe regole e di certe persone (anche arroganti, peraltro, e ne ho trovate più a Firenze e a Milano che in Sicilia, devo dire, anche se, poi, ho incontrato dei buoni samaritani pure a Firenze e a Milano; però questa presunta superiorità del centro nord è particolarmente fastidievole, sebbene poi sia un vero piacere smontarla pezzo per pezzo e farsi chiedere scusa, ma che fatica!). È grazie alla mia tenacia che sono riuscito a ottenere regolarmente delle infiltrazioni all’ospedale San Giovanni di Dio, che lei da fiorentino conoscerà bene, infiltrazioni che sono l’unico rimedio possibile per le mie ginocchia disastrate. Semplicemente non esisteva (e continua a non esistere) una funzione del programma (software secondo gli anglofili) al cup (forse comprato in Bangladesh, suggeriva un’impiegata dell’ospedale che ci lottava ogni giorno) per prevederle ma, grazie alle mie cocciute insistenze, con gli impiegati, i medici e coi loro superiori, chi di dovere ha provveduto a colmare la lacuna con un sotterfugio. Adesso mi amano molto in quell’ospedale e ho un rapporto amichevole con medici e infermieri, adorabili. Lo erano meno, quando ci conoscemmo la prima volta. Inoltre in questa maniera oggi altri pazienti coi miei stessi problemi possono fruire pure loro di regolari infiltrazioni. Manager esperti anche quelli, sa, sebbene io creda che dirigere un ospedale sia un tantino più difficile che dirigere un ufficio postale.

A me fare una serie di conferenze o consulenze sull’argomento, naturalmente retribuite, il giusto, farebbe piacere. Alla fine credo che migliorare faccia bene a tutti, no?

Cordialmente suo

 

TAG: disservizi, Poste Italiane, servizi pubblici
CAT: Pubblico impiego, Qualità della vita

Un commento

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  1. andrea-lenzi 4 settimane fa

    Occorre agevolare chi è meno fortunato. Con la teconologia si può fare. Il dirigente che non provvede è un pigro, strafottente ed incivile ed andrebbe mandato a fare altro. In alternativa, occorrerebbe mettere un disabile al posto di dirigente, di modo da esser certi che i problemi verranno affrontati con la giusta sensibilità

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