CREATIVITA’ e SOCIETA’

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10 Dicembre 2014

La creatività è una strana compagna di viaggio.

 Quando la percepisci sorgere nei pensieri e nelle azioni ti senti padrone del mondo, del tempo e dello spazio , ti sembra che le cose che ti passano per la testa debbano essere le più intuitive, ti senti di aver voglia di comunicare, ti sembra che il mondo, senza le tue intuizioni, non possa andare avanti. Allora cerchi le migliori forme espressive, coerenti  alle attitudini che hai consolidato, a partire dal tuo patrimonio genetico e via via sul percorso esistenziale che ti ha caratterizzato. Puoi dipingere, puoi scrivere; entri insomma in una sorta di  salubre micro-maniacalità.

 Del resto accanto a tutti i fenomeni artistici, alberga un po’ di follia.  Lo sanno quelli che  compongono musica, quelli che creano nuove forme di linguaggio, quelli che rimescolano  i sentimenti, sperimentano  nuove conoscenze, nuovi amori, nuove passioni.

Poi, spesso  all’improvviso, qualcosa si inceppa. Sorge un sentimento di estraneità rispetto  ai pensieri che fino a poche ore prima ti si affastellavano nel cervello, la motivazione scompare, il grigio costella la tavolozza dei colori e delle emozioni ; una specie di impotenza fa la sua comparsa  e le funzioni cognitive si bloccano.

Quando si è  bambini è tutto facile: i tempi di questa sospensione  creativa sono ridotti, spaziano nell’arco di poche ore, a volte basta una conferma proveniente dal mondo genitoriale per rimettere tutto a posto.

 Ma noi  adulti cosa possiamo  fare? Le conferme dove ce le andiamo a prendere? Credo che possiamo cercarle quasi esclusivamente facendo riferimento al nostro mondo interno. Ne è una riprova ” il blocco dello scrittore ” evento che si verifica anche quando ci si trova davanti a personaggi di successo,i quali ricevono  palesi ed ampie  conferme circa il proprio valore. Eppure anch’essi spesso si fermano, non sanno più cosa scrivere Sembra loro di non essere più capaci di fare quello che fino a poco tempo prima avevano fatto bene.

 Nei casi più perniciosi tale inversione di rotta genera veri e propri screzi depressivi che tendono ad espandersi e a contagiare molte  aree del funzionamento psichico. L’osservazione della realtà  permette di affermare che a tali meccanismi, altalenanti e manifestati   secondo parametri squisitamente soggettivi, nessuno sfugge.

 Non credo che ci siano soluzioni che magicamente facciano ritornare la creatività. Credo invece che si debba fare ricorso a vari elementi, ognuno dei quali di per sè conta poco, ma che messi assieme qualche benefico effetto possano darlo.

Dialogare  con se stessi  e coi propri  ricordi e riconoscere quali sentieri passionali vengono percorsi, quali suggestioni si presentano agli occhi, attuali o pregresse; interpretare a fondo la motivazione del singolo atto creativo, decodificarla, rinominando in modo  autentico ed essenziale quegli aspetti della vita che a volte, definiamo con termini mutuati dalle convenzioni o dalle abitudini.

 Un ulteriore valido aiuto può derivare da un contesto istituzionale generoso di speranza progettuale.  Purtroppo, di questi tempi, la mancanza di entusiasmo per non dire normalità che il quadro istituzionale veicola, non facilita la ricostruzione ed  il rinnovamento di processi creativi. Siamo bloccati da una prolungata ed esautorante attesa che gli eventi cambino.

  O che, piuttosto di niente,  qualcuno magicamente ce li faccia cambiare. Il bambino che ci portiamo dentro aspetta che il genitore torni a casa,  e che lo gratifichi con la sua presenza, che gli confermi il proprio  valore, che dia un senso al suo avanzare, al suo sviluppo, al suo compiere atti creativi.

 Attenzione però perchè talvolta sulla porta di casa compaiono un patrigno o una matrigna che non portano creatività bensì stereotipia e ripetitività.

  Questo rischio, nel nostro paese, è in questo momento ben presente. Stiamo tutti aspettando che arrivi qualcosa o  qualcuno che permetta alle cose di cambiare, qualcuno che ci sappia restituire la voglia e la motivazione per creare.

Ma proprio perchè carichi di questa attesa   siamo più fragili e quindi più esposti all’incontro con qualche matrigna che, come nella favola di Biancaneve ci potrebbe propinare  una  mela avvelenata, o  con qualche patrigno che solo per il proprio interesse o per quello di chi rappresenta, ci serva la solita brodaglia scaldata e riscaldata, sicuro che tanto ci basta un pò di acqua salata  per tornare a sorridere e sentirci vivi.

TAG: creatività biancaneve patrigni
CAT: Qualità della vita

Un commento

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  1. carlo-paone 6 anni fa

    L’artista, diceva Freud, che è colui che è capace di attingere dall’inconscio (che quindi non è solo il crogiuolo di tutti i mali ma può contenere anche qualcosa di meraviglioso). Sempre secondo il Maestro, l’arte è una produzione di compromesso fra la razionalità è il modo delle passioni, quindi un blocco rappresenta una “resistenza” verso qualche contenuto che non volevamo toccare… è molto bello come con semplicità e chiarezza proponi un lavoro quasi auto-terapeutico, “dialogare con se stessi”, con l’Altro in noi, mi sembra di leggere la “formula pratica” delle libere associazioni… anche questa è arte!

    Dopodiché spostando il discorso sul piano sociale, sul bambino in noi che “ha perso le certezze di cui ha bisogno”… io credo sia anche un po’ reale questa cosa… è vero che la creatività dura una vita (e tu ne sei un esempio) ma la miglior creatività spesso viene frenata da lunghi e talvolta inutili percorsi formativi… io penso ad esempio agli architetti, la società può fare a meno dell’estro di giovani architetti per ottenere dei disciplinati professionisti, tenendoli parcheggiati sin oltre i 25-30 anni? Chissà a quanti di questi non abbiamo permesso di esprimersi e diventare ciò che avrebbero potuto diventare, in un contesto di lavoro dinamico?!

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