Ci hanno rubato il parto molto tempo fa

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2 marzo 2016

Difficile sfuggire al dibattito sulla GPA in questi giorni, ma a me interessa farlo allargando l’orizzonte ad un percorso che viene da ben più lontano e che riguarda la progressiva assunzione di controllo maschile sulla nascita.

Il parto è stato da sempre “faccenda di donne”, non solo sono le donne a partorire, ma storicamente sono sempre state altre donne ad assisterle. Da quando il parto si è spostato dalla casa agli ospedali prima per alcune categorie di donne e poi per tutte, cosa che in Italia è avvenuta soprattutto dal dopoguerra, l’assistenza è passata dalle donne della famiglia e del vicinato a medici e ostetriche diplomate, sottoponendo la donna, per la prima volta anche in questo particolare momento della sua vita, all’uomo, il medico, che detiene conoscenza, autorità e controllo. Simbolicamente e nei fatti la capacità tecnica di oltrepassare la barriera della pelle e vedere ciò che non si può vedere (l’ecografia) ha poi convinto le donne ad accettare come un fatto inoppugnabile che qualcuno sappia del bambino che portano in grembo più di quanto possa saperne loro… e quel qualcuno è spesso un uomo.

L’insieme di questi elementi ha portato ad una concezione del parto e della gravidanza come eventi medici da tenere sotto controllo per scongiurare qualsiasi inconveniente, perchè potenzialmente pericolosi per la donna che è diventata così una “paziente” e per il bambino, per quel bambino così prezioso perché sempre più raro nel mondo occidentale. I lati positivi di questo processo sono sotto gli occhi di tutti, la mortalità materna e infantile legata al parto si sono infatti ridotti drasticamente, ma c’è anche un lato negativo, che può interessare forse meno le statistiche, ma interessa molto i sociologi e moltissimo le donne: la progressiva perdita di controllo da parte delle donne del momento del parto.

Scriveva il neonatologo americano Marsden Wagner nel 1998: “…In ogni società, il modo in cui una donna partorisce e il tipo di assistenza che viene dato a lei e al piccolo sono indicativi dei valori culturalmente dominanti”  di cosa parlano dunque i nostri parti medicalizzati e il nostro 37,7% di cesarei sul totale delle nascite? Di una urgenza di controllo e di sostanziale sottrazione del parto alla responsabilità della madre: ad esempio io ricordo benissimo che quando ho partorito mi è stato detto “stia tranquilla signora che la facciamo partorire oggi”, messaggio interessante dato che a partorire sarei stata io e non loro.

Non trovo così strano quindi, a partire da questi presupposti che possono sembrare “lontani”, ma non lo sono, che si arrivi a sottrarre alla donna non più solo il parto, ma l’intera gravidanza e il bambino che ne è il frutto fino a negare la valenza fisica, emotiva, simbolica della madre e a farne una incubatrice dalle prestazione particolarmente elevate. Il tutto buttando alle ortiche un secolo di studi sul rapporto madre-bambino nell’utero (i primi studi, di Preyer, sono del 1909) nonché le più recenti teorie sugli effetti del parto sul microbioma del bambino e la conseguente importanza del parto indisturbato e dell’allattamento al seno.  In tutto questo processo quella che appare con grande evidenza è l’arroganza maschile di accaparrarsi anche l’ultimo spazio di controllo sulla vita e non conta chi beneficerà del “prodotto del concepimento” se una coppia di uomini, di donne, o una coppia etero: è il processo intero ad essere maschilista, alienante per la donna coinvolta e senza alcuna riflessione sulle conseguenze a lungo termine per il bambino.

C’è un cammino iniziato da almeno trent’anni per promuovere le competenze delle donne, che affonda le sue radici nel movimento femminista, e che credo possa illuminare anche questi temi così opachi e complessi: la vera urgenza che accomuna occidente, paesi emergenti e in via di sviluppo non è tanto quella di vietare queste pratiche (sacrosanto!), quanto di educare le nuove generazioni di donne affinché siano consapevoli della potenza del proprio corpo, responsabili fino in fondo di esso anche nella gravidanza e nel parto, libere di scegliere perché protagoniste delle proprie vite. Perché sono convinta che solo le donne potranno mettere un freno a questa tracotanza maschile e restituire alla vita la componente di mistero che le è propria.

TAG: femminismo, maternità surrogata, parto
CAT: Questioni di genere, salute e benessere

4 Commenti

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  1. enrico-bottini 3 anni fa
    Francamente fatico a cogliere i punti, ammesso che esistano. P.es. che vuol dire che "è il processo intero a essere maschilista"? L'ospedalizzazione sarebbe maschilista? A parte il fatto che durante le gravidanze della mia compagna abbiamo visto solo ginecologhe, ostetriche e infermiere. Gli uomini erano mosche bianche. Ma se si allude a qualcosa di ancor più vago, tipo che l'organizzazione ospedaliera sia in qualche modo un prodotto del maschilismo, bisognerebbe spiegarne il senso. In che maniera la medicina, in particolare l'ostetricia e la ginecologia sarebbero maschilistiche? Mi sembrano frasi senza senso. E poi si allude a una non meglio precisata "libertà di scelta" senza indicare il complemento di specificazione. Quali scelte verrebbero negata alle donne? La data del parto? Non lo decide nessuno, a meno che il parto sia cesareo (entro certi limiti). Le modalità del parto? Non mi risulta. La chiusa è magnifica: "Perché sono convinta che solo le donne potranno mettere un freno a questa tracotanza maschile e restituire alla vita la componente di mistero che le è propria." Dunque l'uomo ha tolto il mistero alla vita (della donna, immagino). Affermazioni straordinarie richiedono argomentazioni straordinarie, altrimenti viene il sospetto di leggere una sequela di affermazioni strampalate, senza capo nè coda, che cercano di compensare la mancanza di senso utilizzando termini fumosi e suggestivi. Aspettiamo.
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  2. andrealucchesi 3 anni fa
    Rispondo ad Enrico Bottini con un esempio: il protocollo adottato nel reparto maternità dov'è nata mia figlia prevedeva che già dalla prima notte la neonata dormisse in una culla in prossimità del letto dove dormiva la madre. Questo per dare modo alla madre di recuperare la fatica del parto e alla figlia di avere comunque la madre a disposizione. Alla mia compagna - il cui parto è stato faticoso, com'è ovvio, ma non problematico - è sembrato molto più naturale tenerla invece con sé nel letto. Forse, se si lasciasse alle madri la libertà - e la responsabilità - di decidere in funzione di ciò che si sentono di fare e di ciò che comprendono del proprio corpo e del figlio, ne guadagneremmo tutti. PS: questa non è assolutamente una critica nei confronti della struttura ospedaliera e in generale dell'assistenza ricevuta durante e dopo la gravidanza, che è stata senz'altro eccellente.
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    1. enrico-bottini 3 anni fa
      Sono d'accordo. A Monza operano così e cercano di evitare il più possibile il parto cesareo, tanto che sono tacciati qualche volta di essere dei fanatici del parto naturale. Ma serebbe questa l'espropriazione del parto nei confronti delle donne? e che cosa c'entra il maschilismo con tutto ciò? E' una teorizzazione basata sul nulla, senza senso.
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  3. andrea.porcheddu 3 anni fa
    Cara Paola, leggi qui: http://www.glistatigenerali.com/teatro/partorirai-con-dolore-ma-e-proprio-necessario/
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