Festina Lente e il teatro della responsabilità di Andreina Garella

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15 maggio 2018

Andreina arriva all’appuntamento in perfetto orario, contro ogni cliché sui supposti ritardi delle persone di teatro. Non sarà che il primo di uno dei tanti sfatati nel corso della nostra conversazione che, subito dopo le presentazioni e una rapida ed essenziale “nota biografica”, verte subito sul percorso di ricerca e di lavoro della compagnia Festina Lente da lei fondata e diretta.

Facciamo però un piccolo passo indietro. Arrivo ad Andreina Garella a partire dal suo ultimo lavoro, che andrà in scena sabato 19 e domenica 20 maggio al teatro della Cavallerizza di Reggio Emilia. Si intitola La vita fragile e viene rappresentato in occasione della ricorrenza dei 40 anni della legge Basaglia. Uno spettacolo non d’occasione però, perché la Garella lavora ormai da vent’anni – qualuno in più se si considera il periodo di formazione e prima attività scenica nella struttura dell’ex Opp (o manicomio) di Trieste – con quello che attraverso media e nel linguaggio comune ci siamo abituati a chiamare “il disagio”. Disagio psichico che proprio grazie a Basaglia si è trasformato da condanna senza appello alla reclusione, all’isolamento, alla morte delle relazioni, in un problema da affrontare nella comunità e grazie alla comunità. Le porte che quarant’anni fa si sono aperte sugli ex manicomi hanno permesso nel tempo a persone come Andreina di portare nelle strutture, rimaste per molti ex pazienti dei punti di riferimento data l’assenza di un mondo proprio in cui vivere, teatro, musica, cooperative di servizi, radio, attività sociali. Proprio dall’esperienza triestina ha avuto origine il percorso che, in un viaggio tanto spaziale quanto di elaborazione scenica, ha condotto la Garella a fondare Festina Lente, una compagnia che lavora con attori non attori.  Attenzione, una premessa è subito doverosa e necessaria: non si tratta di una compagnia amatoriale, né di un gruppo di teatro terapia. Non si tratta nemmeno di un laboratorio i cui esiti, a fine corso, vengono proposti a un nucleo più o meno ristretto di spettatori.

Gli attori della compagnia non vengono dalle scene, ma nascono in scena e alle regole della scena rendono conto.

Si tratti di affrontare fischi o applausi la compagnia prende parte, ormai da anni, alle stagioni di alcuni importanti teatri dell’Emilia Romagna e, con i suoi 35 membri, ha realizzato anche piccole tournées. Piccole perché per spostare una compagnia così grande e articolata i problemi logistici non sono pochi, ma questo non ha impedito a Festina Lente di farsi conoscere e apprezzare da pubblico e critici.

Facciamo un nuovo passo indietro. La compagnia nasce nel 1997 da un’urgenza di dire: dare parola a chi non ne ha, a chi è fuori luogo, a chi è in ritardo, sempre apparentemente in ritardo, sulla vita, a chi fatica a riconoscersi in uno standard, a chi non ha successo secondo i criteri comuni, a chi è ai margini. Dire, dare voce e corpo, per smascherare l’ipocrisia di una società che non accetta la diversità, anche se – in apparenza – si definisce aperta e accogliente. Andreina lavora con il disagio psichico e lo fa, da attrice e drammaturga, operando sulla parte sana, cercando di far venire alla luce quel piccolo mistero che ognuno di noi – sia definito “normale” o “malato” dai paradigmi sociali – ha dentro di sé.

Non c’è alcun tipo di atteggiamento paternalistico, di supporto e facilitazione del processo: Festina Lente fa teatro e, come sempre fa il teatro, accoglie, ma non fa sconti, anzi costringe attore e spettatore a guardarsi dentro, contaminando ragione e follia, fino ad arrivare a capire che nessuno di noi è solo quella parte sana o malata che gli viene appiccicata addosso.

Che si tratti di rappresentare un adattamento di Pirandello, Pasolini, Perec o di una drammaturgia originale, la Garella ha l’ambizioso obiettivo di far salire sul palcoscenico delle persone e non dei personaggi. Ogni rappresentazione è quindi rielaborazione intima e originale, ogni attore racconta un pezzo della sua complessità. Si tratta di un modo nuovo di agire il teatro di “responsabilità” – mi spiega Andreina davanti a un caffè, come se fosse la cosa più ovvia del mondo – in cui nessuna rappresentazione avviene senza che siano ben presenti i temi cardine della contemporaneità. E quale comune denominatore unisce tante delle marginalità di oggi? Qual è il bisogno che ci lega tutti nel relazionarsi sociale e che, troppo spesso, viene frustrato da un sistema che tende ad appiattirci su un’immagine funzionale e adattabile? Il bisogno di essere riconosciuti per quello che si è, nella nostra complessità. Così Festina Lente porta in scena il meraviglioso ordinario, tutto quello che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi e non notiamo, quello che qualifica le nostre esistenze mentre siamo impegnati ad immaginarci cose straordinarie che accadono fuori, lontano da dove siamo. Il percorso della compagnia da anni è legato a questa ricerca e, allo stesso tempo, vive slegato da spazi canonici e dai ritmi tradizionali dello spettacolo. La Garella parla di teatro dei luoghi, di una riappropriazione, in corso di rappresentazione, di aree urbane di assoluta quotidianità (la fermata dell’autobus, la piazzetta di quartiere, l’atrio di un centro commerciale), di strutture che – un tempo centrali – hanno perso col tempo la loro funzione originaria e la loro “animazione” (ex scuole, conventi, ospedali) e infine spazi fantastici frutto di un’idea originale (come una piattaforma sull’acqua già palcoscenico di uno dei loro spettacoli).

C’è un’intera vita e uno sguardo di prospettiva talmente ampia, nel racconto di Andreina, che fatica a stare nello spazio di una conversazione. Mentre torniamo al presente, la tazzina del caffè ormai fredda da un pezzo, mi parla del ruolo del teatro nelle vite di questi attori/non attori, di come gli spettatori diventino parte, a loro volta, di un percorso, di come quel limite (o confine) così evidente nella “scena sociale”, lo stigma ancora vivo del disturbo mentale, si annulli in scena e resti lì, depotenziato e quasi sbiadito, anche quando cala il sipario. Non è lo scopo primario del suo lavoro, ma un “effetto collaterale”: il suo scopo è fare teatro e se la vita è teatro, a fine conversazione mi sembra di aver toccato con mano davvero tanta vita.

Per un ulteriore sguardo al progetto di Festina Lente, il trailer del documentario La vita non sa di nomi

“La vita fragile” è ‹‹dedicata a tutti quelli che non lo fanno apposta, a chi è un poeta e non lo sa, a chi arriva sempre un po’ dopo e a chi lo aspetta, alla libertà, a chi è gentile, a chi è timido, a chi è mite, a chi non è indifferente, alle differenze, a chi tiene sempre le porte aperte, a tutte le persone nascoste, invisibili, fragili, a chi è ancora capace di ascoltare e tacere, alle parole che guariscono, alle parole fragili, a chi ha male all’anima, alla follia che è in noi, alla fragilità del silenzio, a chi non sa cos’è la follia, può essere tutto o niente, a chi ha dimostrato che l’impossibile può diventare possibile, che il teatro l’abbia sempre vinta!››

Biglietto d’ingresso: Posto unico € 7,00

Prenotazione obbligatoria. Sono previsti 5 turni d’ingresso. Il pubblico entrerà in modo scaglionato, ogni 3/4 minuti, nei seguenti orari: 16.00/16.30, 16.30/17, 17.00/17.30, 18.00/18.30, 18.30/19.00.

Informazioni e prenotazioni

Tel. 0522.458811

www.iteatri.re.it

Ph. Credits: Nicolò Degl’Incerti Tocci; Franco Pozziello

TAG: Andreina Garella, attori, disagio, Festina Lente, La vita fragile, La vita non sa di nomi, legge basaglia, Manicomi, matti, Reggio Emilia, sociale, spettacolo, teatro
CAT: relazioni, Teatro

2 Commenti

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  1. patrizias 1 settimana fa
    Il teatro di Festina Lente è vero teatro: pur avvalendosi di attori-non attori riesce sempre ad esprimere un'alta qualità poetica sia nella drammaturgia che nell'interpretazione. Ed è teatro vero perché parla di ciascuno di noi senza ricorrere a mimesi veristiche, ma attraverso profonde suggestioni liriche.
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  2. patrizias 1 settimana fa
    Il teatro di Festina Lente è vero teatro: pur avvalendosi di attori-non attori riesce sempre ad esprimere un'alta qualità poetica sia nella drammaturgia che nell'interpretazione. Ed è teatro vero perché parla di ciascuno di noi senza ricorrere a mimesi veristiche, ma attraverso profonde suggestioni liriche.
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