Basterà il manuale Cencelli per salvare il soldato Zingaretti?

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29 marzo 2018

La strada del riconfermato presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, oltre che in salita, è anche molto stretta.

L’anatra zoppa al Consiglio regionale lo obbliga agli accordi con Forza Italia e Movimento Cinque Stelle per approvare le delibere e la giunta è ancora incompleta, principalmente per problemi interni alla sinistra di Roma e Lazio. In tutto questo, all’orizzonte, il panorama nazionale, che lo vede come candidato in pectore (per ben un giorno e mezzo!) alle future primarie per provare a fare il segretario del (non tanto in salute) Partito Democratico.

Ha lanciato il cuore aldilà dell’ostacolo con forse troppa solerzia, forse ebbro di una faticosa ma raggiunta vittoria (zoppa) alle elezioni regionali, in controcorrente rispetto al dato nazionale relativo al territorio regionale. Si, una bella prova di forza politica ma, a ben vedere, piuttosto stitica se si guarda al prossimo futuro.

La figura di Zingaretti è tutta improntata e basata sul suo “laboratorio politico”, iniziato con la presidenza della Provincia di Roma e continuato, con innegabile successo, nella prima legislatura regionale. In un torbido giuoco di accoltellamenti, incroci di caminetti, vari cambi di direzione “democratica” e la nascita e crescita del Movimento di Grillo, la riproposizione vintage di un Ulivo sui generis, ha sempre tenuto Nicola alla larga delle beghe di partito e al sicuro da trombamenti e defenestrazioni renziane.

Il suo “parlare con tutti” e il suo approccio da “buona amministrazione”, però, inizia a scricchiolare sotto i colpi inesorabili che stanno indebolendo il suo partito. Infatti, la sua autorevolezza riconosciuta, o meglio, mai messa in discussione, mostra tutti i suoi limiti nella nuova veste dell’ancora non completa amministrazione regionale “rigenerata”. Ma, d’altro canto, evidenzia, ancora una volta, quale sia la strategia dei notabili democratici per uscire dal cul de sac renziano dell’opposizione parlamentare forzata.

I sussurri che hanno ispirato Zingaretti in questo delicato momento politico hanno dei nomi e cognomi intramontabili, solidi e irrottamabili come Walter Veltroni, Goffredo Bettini e Michele Meta.

L’attuale veste della nuova amministrazione Zingaretti passa dalla scelta di nominare capo di Gabinetto Albino Ruberti, deus della Cultura a Roma, storico organizzatore degli eventi rutelliani e delle Notti Bianche veltroniane, a capo del carrozzone Zetema fino all’arrivo di Virginia Raggi in Campidoglio, nemico/amico di Nicola Maccanico all’Associazione Civita, di cui uno dei più forti ispiratori è Gianni Letta, indiscusso Principe dei salotti romani e dell’arte antica della composizione e ricomposizione del consenso “invisibile”. Sostituendo il magistrato Andrea Baldanza (predecessore al Gabinetto), Zingaretti sembra aver scelto, dopo aver messo in ordine i conti della disastrata Regione Lazio ereditata dalla “sagrarola” Renata Polverini, di iniziare a contare anche nei luoghi e negli ambienti che, fino ad oggi, sono stati appannaggio esclusivo del generone romano targato Margherita. Proprio in questo, il “filosofo politico” Bettini, ha avuto ed ha un ruolo delicato ma alla portata del suo profilo: portare alla vittoria il suo ennesimo delfino, dimenticando l’esito sfortunato dell’operazione Ignazio Marino.

Una virata necessaria per fortificare la sua (non scontata) candidatura al prossimo Congresso democratico ma che rischia, se non tenuto per briglie, di far uscire il cavallo vincente del centro sinistra, fuori dal tracciato che porta al filo di lana.

Ed ecco che, per mantenere la barra dritta del buon amministrare e della “forza del fare”, entra in scena Michele Meta, storico consigliere di Zingaretti, già assessore regionale all’epoca di Badaloni, ex parlamentare esperto di Mobilità e Lavori Pubblici ma, soprattutto, lucido e cinico (quanto basta) calcolatore del consenso possibile.

Veltroni, dal canto suo, fra una sceneggiatura e un nuovo documentario, ha già dichiarato di mettersi a disposizione del suo figliuolo politico, il Pd, che avrebbe bisogno di una fortissima cura ricostituente. Ed ecco che la parola d’ordine diventa “Rigenerazione”. Cambiare dall’interno, fare la parte di un virus buono, che curi il corpaccione ormai indistinto del Nazareno.

Sembra difficile, guardando alla composizione dell’attuale dirigenza nazionale (quasi tutta renziana) e alla compagine parlamentare che molto poco ha a che fare con le parole rigenerare e rischiare. Tutto è legato alla formazione del governo (?) e alla conseguente calendarizzazione di un inesorabile Congresso democratico che dovrebbe vedere in Zingaretti uno dei cavalli su cui puntare. Il tutto con la prospettiva che il Congresso non si celebrerà, con ogni probabilità, prima delle prossime elezioni europee.

Inoltre, la nomina ad assessore regionale di Lorenza Bonaccorsi, già turbo renziana romana, ma di rito gentiloniano, la dice lunga anche sulla presa di posizione di Zingaretti rispetto alla nuova mappa democratica post 4 marzo, che vede il Presidente del Consiglio in carica, piuttosto defilato dall’aura, sempre più sbiadita, del Giglio magico, se non addirittura in diplomatico contrasto.

E Orfini? Sembra che anche l’annosa inimicizia fra Nicola e Matteo sia anch’essa sulla via della riappacificazione, non foss’altro che il capogruppo al Consiglio regionale, dopo anni di “semi confino” delle nomine orfiniane nel feudo zingarettiano, sia andato a Mario Buschini, giovanissimo consigliere ed ex assessore (nominato a fine legislatura), nonché Signore delle preferenze a Frosinone e forte di cinque consiglieri eletti dalla sua area di riferimento.

L’unico neo è a sinistra. Il mare magnum del movimentisimo e delle liste di sinistra non ha ancora deciso chi dovrebbe essere l’assessore che gli spetta. Lacerati dalla fame interna di nomine, il vice presidente della Regione, Massimiliano Smeriglio e i dintorni dei vari mondi faticosamente messi insieme nel disegno futuribile di un centro sinistra unito anche a livello nazionale, stanno dando la prova plastica della inequivocabile ininfluenza della sinistra, a sinistra del Pd. Tanto che Daniele Ognibene, unico consigliere eletto da LeU, dopo aver preso atto che il suo partito ha deciso di non prendere parte alla composizione della giunta Zingaretti per “impossibilità politica di un accordo”, ha maturato lo strappo con il suo partito, per approdare ad uno dei gruppi consiliari che sostengono la nuova giunta Zingaretti. Tutto sommato, per approssimazioni successive e con accordi tematici con le forze politiche regionali di opposizione, Zingaretti, fino ad oggi molto restìo e quasi pauroso di fronte alla possibilità di intraprendere sfide più grandi, potrebbe non essere fagocitato dall’anatra zoppa laziale, governare abbastanza bene la regione e aspirare alle alte sfere della politica nazionale, fatta e, finalmente, non solo parlata.

 

TAG: Goffredo Bettini, Ignazio Marino, lorenza bonaccorsi, matteo orfini, Nicola Zingaretti, Walter Veltroni
CAT: Roma

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