Il prefetto baciapile e i 19 “deportati” del Pd: se questa è sinistra

4 Novembre 2015

«Essere John Malkovich» o agganciare Luca Lotti? Ogni epoca porta con sé le sue modeste pretese e ci perdonerà il caro, vecchio, stilosissimo John se questo invece è il tempo del giovane Luca, che a Roma ha impiantato il suo villaggetto olimpico dove esibisce una certa tensione (muscolare) al potere in nome e per conto di. È giusto sorprendersi ancora di come gruppi di ragazzi svegli, almeno da quarti di finali al torneo di calciobalilla del paese, abbiano conquistato la prima fila della politica e potremmo perfino provare un pizzichino d’orgoglio mettendoli a confronto con quei mammozzoni della prima repubblica, o ci dovremmo seriamente preoccupare se anche l’immacolata corvessa, appena messa ai ceppi da Bergoglio, andava cercando, secondo Repubblica, un avvicinamento al giovane sottosegretario, “senza trovare considerazione”, finendo poi per consolarsi con Carrai e signora al cui matrimonio venne regolarmente invitata?

Qui a Roma, dove tutto cambia alla velocità del vento, dobbiamo già registrare una prima, impalpabile, mutazione prefettizia, nel senso dello stile che ai milanesi piaceva tanto, al punto da non saperne neppure l’esistenza di questo Francesco Paolo Tronca, che invece oggi sospinto da un irresistibile ponentino si affaccia al balcone sfigatissimo del Campidoglio per il pubblico pagante/adorante e poi piega la colonna vertebrale in maniera sin troppo rischiosa per il decoro del Concordato di fronte a Papa Francesco.

A questo punto resterebbe da stabilire solo la formula con cui Milano ha ceduto il suo prefetto alla Capitale infetta: prestito con diritto di riscatto (ipotesi caldeggiata dai milanesi), comproprietà e poi a lavoro ultimato le buste (nel calcio non esiste più ma la politica arriva sempre dopo), cessione a titolo definitivo ovviamente ai prezzi concorrenziali di Buzzi-Carminati. Ne parleranno a tempo debito i nuovi sindaci, Beppe Sala per Milano e ancora Mister X per il dopo Marino, ma la venuta a Roma di un “milanese” come Tronca certifica ufficialmente che un sentimento importante come l’indegnità cittadina assurge a nuova stella polare della politica. Una sorta di federalismo etico a macchia di leopardo che intende terremotare l’Italia a seconda del valore dei cittadini, l’un contro l’altro armati nella lotta estrema e definitiva per la sopravvivenza della propria città. Milano naturalmente se la gode in queste ore, nell’infinito derby con i romani ladroni di antica memoria leghista. Ma che godano i cittadini è ancora tutto da dimostrare, privati d’un buon prefetto e per questo per nulla inclini a un afflato solidale per di più papalino. Ci dice la splendida titolare della merceria Guffanti in Porta Romana, da un secolo e mezzo presidio ineludibile per la passamaneria di pregio e per quei bottoni che fanno una giacca: «Non esiste, ci tolgono un prefetto e noi imperterriti soggiaciamo. È ora di ribellarci».

Francesco Paolo Tronca
Il prefetto Francesco Paolo Tronca a un evento Expo (foto di Officina Giotto, da Flickr)

 

Sembra quasi paradossale ma il governo Renzi ha quasi fatto sparire la politica, affezionandosi progressivamente alla via più liquidatoria, un tempo si sarebbe detta aziendale, che sostituisce le aule consiliari con quei vecchi commissariati ammuffiti dove bravi funzionari riportano tutto alla disciplina dei comportamenti che, per carità, è ancora ottima cosa, ma che forse manca di un cicinin di passione e di profondità. E senza troppa passione, ma assolutamente prefettizia, è anche la decisione di scegliere per Milano un uomo solo al comando, così poco sentimentale, il Sala, che da lontano non potresti dire che la sua maglia è biancoceleste o rossa o verde o di qualunque altro colore perché di maglie non ne ha mai volute e non ne ha mai sentite e forse la maglia di sinistra è l’ultima che nella vita avrebbe mai immaginato di indossare (così come quel bombolone di Marchini, sempre di sinistra, che oggi si protegge con la lista civica ma che poi prenderà i voti del Banana).

Da questo avamposto impazzito che è l’Italia, dove diciannove consiglieri del Partito Democratico vengono incapsulati e deportati allegramente dal notaio dove firmeranno, pistola alla tempia, le utili dimissioni anti-Marino (complimenti sinceri all’autonomia intellettuale), è inevitabile che a un pover’uomo di sinistra scatti inesorabilmente quella struggente nostalgia per i sentimenti di un tempo, per le incazzature sincere, per i principi, per le delusioni, e sì, anche per i maledetti allineamenti ma solo dopo aver dato battaglia. E allora guardi ai laburisti inglesi, ci vedi quel satanasso di Corbyn fuori dal tempo e dall’economia, e ti chiedi se non sia meglio vivere, per la tua vita da mediano, almeno quel giorno da leone spelacchiato e felice.

Ma se invece tutti i giorni del calendario di Renzi sono da leone ben pettinato, anche quelli da passare con Verdini che poi è un Lotti rivisitato con qualche annetto in più, si perde il senso di una normalità virtuosa, della vita per come è, delle sue sofferenze, in cui vincere e perdere, prevalere o soccombere, non restituiscono più la condizione umana nella sua forma più naturale, più educativa persino, quel che sarebbe la sinistra insomma, ma tendono semplicemente alla sua rappresentazione più cinematografica. E non è neppure vero che tutti quelli che non sono d’accordo, che mostrano diffidenza, che parlano di strade altre, sono gufi di professione e basterebbe capire questo passaggio stretto ma fondamentale per fare di Renzi un buonissimo segretario del partito, cosa che attualmente non è. Basterebbe capire che le persone appassionate, appassionate appunto, hanno quasi un bisogno fisico di quelle battaglie che un tempo hanno costruito una certa idea di sinistra, una certa idea di società, e che quelle passioni vanno riconosciute come un sentimento alto, positivo alla causa comune. Perché Matteo Renzi non investa tempo e fatica su questo ricongiungimento parentale è un mistero. Inutile ripararsi dietro figure ormai stinte come Fassina o D’Attorre, molti di quelli che non sono renziani non sono affatto antirenziani. Capito questo, il Partito Democratico potrebbe forse tornare grande.

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In copertina, alla Stazione centrale di Milano, l’assessore Majorino, la presidente della Camera Laura Boldrini e il prefetto Francesco P. Tronca
Foto tratta dal profilo Flickr del Comune di Milano 

 

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2 Commenti

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  1. aldo-ferrara 5 anni fa

    E’ anche una questione generazionale, carissimo e bravissimo Fusco che non si mischia con il coro di apoteosi di quelli che vanno in soccorso del vincitore. Ma la generazione che fu mia, vissuta nell’ideologia, brutta o vecchia che sia, ha il rimpianto che Lei scriveva e narrava: non tanto l’ideologia quanto tale ma la passione, l’etica sulla pelle e non a macchia di leopardo, il paletot rivoltato ( per sanarlo diceva Pietro Nenni). Ci hanno tolto anche quella, ci hanno tolto la politica come impegno e come dovere, l’hanno sostituito con politica = affari. Da questo ritorno ad un futuro-passato, questo PD, che tutti insistono a chiamare sinistra e che io definirei sinistro, è davvero alieno.
    aldo ferrara massari

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  2. michele.fusco 5 anni fa

    Ha ragione professore, dev’essere una questione generazionale e noi potremmo anche essere considerati anti-modernisti. Del resto, l’altro giorno, nel corso di un’occasione pubblica, hanno chiesto a Beppe Sala, ad di Expo, se si considerasse di destra o di sinistra e lui ha risposto serenamente: «Me ne frego». E Beppe Sala, appunto, sarà il candidato del Pd per Milano. Un caro saluto, mf

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