Lorenza Baroncelli: «Stimo Caudo, ma Roma non si governa solo con gli slogan»

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17 giugno 2016

L’urbanistica è argomento centrale della politica romana. Il rapporto tra città pubblica e privata, i famigerati costruttori “palazzinari” e il consumo di suolo hanno animato negli anni discussioni molto accese. Nei giorni scorsi il collega Marco Carta ha intervistato l’ex assessore della giunta Marino, Giovanni Caudo, che ha definito “un ritorno al passato” la candidatura di Roberto Giachetti. La replica arriva da Lorenza Baroncelli, che prenderebbe il suo posto qualora il candidato del centrosinistra dovesse vincere il ballottaggio a Roma.

Caudo afferma che una vittoria di Giachetti sarebbe un ritorno al passato, a quell’urbanistica privatizzata di Rutelli e Veltroni contro cui lui si schierò al fianco di Paolo Berdini, probabile nome che farà Virginia Raggi per lo stesso assessorato. Dice anche che lei è una donna intelligente ma che a Mantova non le è attribuita questa delega.
Ho grande difficoltà a comprendere queste affermazioni.
Io ho 35 anni, Paolo Berdini 68.
Il mio primo lavoro fu a Roma. Due settimane dopo ci fu il fallimento di Lehman Brothers e l’inizio della crisi finanziaria mondiale. Era il15 settembre 2008. Il 30 settembre mi trasferii a Milano e poi a Bogotà, San Paolo, Zurigo, Shanghai, Tirana, Londra. Da allora, non ho più lavorato a Roma.
Io ho iniziato a lavorare dopo la crisi economica, Berdini prima.
Figure come Paolo Berdini sono responsabili di quello che è accaduto a Roma fino ad oggi. Come accade nelle storie di amore che finiscono, la responsabilità è sempre da entrambe le parti. Rifiutare, rallentare o bloccare una nuova urbanizzazione “gridando allo scandalo”, solo per ricevere voti o guadagnarsi un titolo di giornale, favorisce le speculazioni edilizie, deturpa il paesaggio e genera degrado, criminalità, insicurezza.
Dalla crisi finanziaria l’urbanistica è cambiata: non può più occuparsi di  numeri, previsioni, percentuali, retini su delle mappe. Fare urbanistica oggi significa fare rigenerazione urbana.
Io sono la prima donna in Italia nominata, dal sindaco di Mantova Mattia Palazzi, assessore alla rigenerazione urbana.
Di certo non rappresento un ritorno al passato, io rappresento un nuovo modo di governare il territorio.

Pubblico e privato. Un dibattito ricorrente quando a Roma si parla di Urbanistica. Caudo parla di una città dove storicamente il costruttore è abituato a “non investire ma a prendere” e contesta il Prg per le eccessive concessioni fatte ai privati a fronte di scarse patrimonializzazioni pubbliche.
Queste affermazioni sono un facile slogan, ma le città non si governano con le parole.
Per risolvere i problemi, ne vanno comprese le cause.
Prendiamo ad esempio gli standard urbanistici, ossia quegli indici che definiscono i rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti residenziali e gli spazi pubblici riservati alle attività collettive, all’edilizia scolastica, a verde pubblico o a parcheggi.
In parole semplici, gli standard indicano la percentuale che il privato deve pagare alla comunità per avere il diritto di costruire.
Sono stati concepiti e introdotti nel dibattito urbanistico e politico nel 1968 come garanzia del principio di uguaglianza tra i cittadini. Poveri e ricchi dovevano aver lo stesso diritto ad usare la città.

Quello che è accaduto, in realtà, è che gli strumenti, designati dalla disciplina urbanistica di cui il pubblico si era dotato, hanno dimostrato l’incapacità di assorbire i cambiamenti in essere, diventando spesso la causa dei principali problemi urbani. Gli standard, di fatto mai realizzati né monetizzati, si sono dimostrati una risorsa per gli investitori privati a scapito della città pubblica. Spesso, l’amministrazione non è stata capace a portare a termine quanto promesso ed atteso dai cittadini..
La colpa non è solo della politica, ma anche della disciplina urbanistica e dei tempi che cambiano.

Ma allora,  come si ristabilisce un rapporto sano tra città pubblica e città privata?
Ovviamente sarebbe necessaria una revisione della legge urbanistica che è ancora quella del 1942. Ma questa non è una revisione di competenza Comunale quindi non mi dilungherò su questo.
Per ristabilire un rapporto sano tra pubblico e privato é necessario prima di tutto concludere le “opere incompiute”. Roma è piena di pezzi di città in cui si sono costruiti edifici privati ma non sono state completate le strade, le infrastrutture, i servizi pubblici. Pezzi di città in cui l’interesse privato ha prevalso sulla città pubblica. Nel programma di Roberto Giachetti ne abbiamo censito più di cento. é necessario ripartire da li.
Ma è anche importante portare a termine il processo di decentramento e rafforzare il ruolo dei Municipi per dare la possibilità ai cittadini di  monitorare il lavoro dell’amministrazione e pretendere risposte certe alle promesse fatte. é quindi necessario dotare i Municipi di maggiori poteri esecutivi, risorse economiche e competenze tecniche.
É infine necessario semplificare le procedure e garantire tempi certi per eliminare quegli spazi di discrezionalità che alimentano ritardi, corruzione e facilitano la monopolizzazione del mercato immobiliare.
Pubblico e privato hanno ruoli diversi e tali devono rimanere. Il privato investe e da quegli investimenti deve guadagnare. Governare, invece, significa avere una visione, una idea di città, definire regole chiare e un processo trasparente all’interno del quale tutti gli attori possano muoversi per raggiungere l’obbiettivo. Tutto il resto è solo vecchio.

Sui Giochi Olimpici Caudo parla di “Olimpiadi per la città e non la città per le Olimpiadi”, lasciando intendere che la localizzazione del Villaggio Olimpico è un regalo al “solito” Caltagirone.
Anche qui, purtroppo, credo che la questione sia stata posta da Caudo nei termini sbagliati. La localizzazione dell’area è, ed è sempre stata, una scelta legata a necessità tecnico/logistiche. Il punto è come viene fatto e quale eredità si vuole lasciare alla città.
L’area dell’ipotetico Villaggio Olimpico è edificabile. Con o senza Olimpiadi, quei metri quadri saranno costruiti. Spostare il villaggio in altre aree significherebbe solo maggiore consumo di suolo. Allora perché non utilizzare questa occasione per completare un pezzo di città inconclusa? Ci vogliamo tenere le Vele di Calatrava, oggi simbolo della decadenza romana, così per i prossimi venti anni?
Io no.

Mi ha colpito la conclusione di un articolo che parla delle Olimpiadi di Roma del 1960 scritto da Marco Di Tillo sulla Voce di New York: “Era stata questa la grande Olimpiade romana. Bella, romantica, spettacolare e vissuta da tutti, atleti e spettatori, con il cuore e con un entusiasmo inimmaginabile, in un periodo in cui tutto sembrava possibile e tutto stupiva per la sua novità.
Io ero lì. Io c’ero. Con gli occhi strabiliati di un ragazzino che guardava il mondo a bocca aperta, affascinato da tutto. Posso mai sperare in qualcosa di simile per il futuro? Non credo. Penso invece che, come Greta Garbo che ha scelto di chiudere la propria incredibile carriera cinematografica all’apice del successo, il Comune di Roma dovrebbe lasciare al mondo il ricordo di quelle meravigliose Olimpiadi, senza desiderio di bissare un successo assolutamente irripetibile.”

Sarà irripetibile per voi!
é bello vivere di ricordi, ma questo si può fare solo da una certa età.
A noi abbiamo la responsabilità di costruire il nostro futuro e ricominciare a sognare.

Le faccio la stessa domanda che il mio collega Marco Carta ha posto all’ex assessore di Ignazio Marino. Le Vele di Calatrava, il campus di Tor Vergata e la Metro C sono tutte opere riconducibili in parte anche al costruttore Caltagirone. E’ possibile governare Roma senza di lui?
Roma ha bisogno di cambiare, fare, rigenerarsi, E per farlo ha bisogno di risorse pubbliche, private, regionali, italiane, europee.
La domanda non può essere come eliminare i pochi costruttori in città, ammesso che sia vero che siano stati favoriti.
Il punto centrale è piuttosto come attirarne altri.
Per attirare nuovi attori economici è necessario riattivare il mercato immobiliare intervenendo sulla città costruita e incentivando la demolizione e ricostruzione, l’efficientamento energetico, i cambi di destinazione d’uso, le ristrutturazioni, l’implementazione di infrastrutture e servizi.
Per attirare investitori europei e internazionali è necessario definire regole certe e competitive online, semplificare le norme tecniche del Piano Regolatore Generale, semplificare le procedure relative ai cambi di destinazione d’uso e alle altre autorizzazioni amministrative.
Inoltre l’amministrazione pubblica deve impegnarsi attivamente nella partecipazione ai bandi europei, nazionali e regionali attraverso l’istituzione di un ufficio progetti.
Solo se aumenta la competizione tra i costruttori l’amministrazione recupera un ruolo centrale nel processo di negoziazione tra gli stakeholder economici, culturali e sociali e le necessità pubbliche, basate sul principio di bene comune.

Stadio della Roma, uno dei temi caldi della campagna elettorale. Baldissoni, il DG della Roma, già promette una causa da decine di milioni di euro qualora l’opera dovesse saltare.
Il 22 dicembre 2014 è stata approvata la Delibera n. 132  che certifica l’interesse pubblico riguardo all’impianto. Il 30 Maggio 2016 la documentazione completa e definitiva è stata consegnata al Comune di Roma che, dopo averla verificata, la trasmette alla Regione che ha 180gg di tempo per aprire la conferenza dei servizi e valutare il progetto; a seguito di questo il via libera verrà dato con delibera di giunta, da quel momento potranno partire i lavori, a questo punto nel 2017.

Il ruolo del Comune è nei fatti esaurito nella sua fase decisionale, dovrà solo farsi carico della variante urbanistica e di approvare lo schema di convenzione (oltre che svolgere il suo ruolo di controllo anche grazie all’osservatorio partecipato con i cittadini già istituito). La delibera potrebbe essere revocata dall’Assemblea Capitolina ma, in questo caso, il Comune si dovrebbe assumere la responsabilità politica, ma soprattutto economica, dell’interruzione del progetto.

Lo stadio della Roma è una grande opportunità per questa città perché riqualifica un’area abbandonata e compromessa, genera occupazione e opere pubbliche. 

Oltre ad essere un intervento di qualità architettonica, genera un enorme investimento in opere pubbliche per la città: il prolungamento della metro, un parco sul Tevere di oltre 60ettari, la unificazione della via del mare/ostiense solo per citarne alcune.
Il più grande investimento privato fatto a Roma sinora con un ritorno in termini di opere pubbliche del 30% rispetto al valore del progetto: un’occasione che questa città non può farsi sfuggire.

Inoltre il fatto che la realizzazione delle opere private sarà successiva al completamento delle opere pubbliche, come voluto da Giovanni Caudo, è una garanzia importante per i romani.
Un’altra volta ancora ci troviamo difronte alla stessa domanda: vogliamo continuare a rimanere immobili o vogliamo far tornare Roma ad essere Roma?

Caudo sostiene che i quartieri periferici sono in quelle condizioni per scelte che risalgono nel tempo, che vanno dal primo Rutelli ad Alemanno. C’è davvero una continuità? Secondo l’ex assessore il governo avrebbe poi negato 40 milioni richiesti per le opere incompiute in occasione del Giubileo della Misericordia, lo stesso presentato per la campagna elettorale del PD. Due pesi e due misure?

Come dicevo prima, la città non si può trattare con superficialità. Affermare che i problemi delle periferie siano esclusivamente politici significa assumere lo stesso atteggiamento che si critica. La città è un organismo complesso, vivo, che agisce e reagisce in autonomia alle determinazioni politiche e architettoniche. L’era delle certezze, l’era della politica e dell’urbanistica con le soluzioni perfette, è finita. E ci ha lasciato molti errori.

Dalla crisi finanziaria ad oggi sono avvenuti cambiamenti strutturali, economici, culturali, sociali e tecnologici che riguardano una scala europea. Basta pensare a come l’uso quotidiano degli aerei ci permetta di considerare “l’Europa come un’unica, grande, città” (Stefano Boeri, Multiplicity), o a come la tecnologia ci permetta di vivere da una parte e lavorare da un’altra, o all’impatto che i flussi migratori di milioni di persone che scappano dalla guerra sta generando sulle nostre città.

L’errore più grande che oggi stiamo commettendo, non tanto in Italia ma in Europa, è affermare che periferia significa terrorismo. Ed è da li che dobbiamo ripartire.

La seconda domanda non l’ho proprio capita. Secondo Caudo, Orfini avrebbe 40 milioni di euro da regalare al Comune di Roma in caso di vittoria di Roberto Giachetti?
Se fosse vero sarebbe un uomo da sposare. Ma purtroppo credo solo che sia una sterile polemica.

L’eredità di Caudo. Progetti reali o solo buoni propositi?
Io ho studiato e mi sono laureata con Caudo, è un urbanista che stimo tantissimo.
Purtroppo però quello dell’assessore è un incarico politico e non tecnico. E la politica si misura sui risultati.
So che ha lasciato sulla scrivania una lista di cose che ha iniziato e non ha finito. In caso di vittoria, sarà un onore poter leggere quella lettera.
Ma io sono una persona su 3 milioni di romani. La domanda quindi è: cosa è rimasto agli altri 2.999.999 cittadini? Non lo so.

TAG: amministrative Roma, Giovanni Caudo, Lorenza Baroncelli, partito democratico, Pd, roberto giachetti, Roma, urbanistica
CAT: Roma

Un commento

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  1. vincesko 2 anni fa
    Citazione: “Tutto il resto è solo vecchio”. A me sembra il massimo degli slogan. Ne so pochissimo, sono solo – diciamo così - un esteta che aborre le brutture urbanistiche e ne soffre fisicamente, ma alcune delle risposte dell’intervistata mi sembrano strampalate ( = strane, illogiche) e un po’ arroganti. Buon lavoro, comunque, a chi vincerà.
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