Viaggio al termine delle notti romane, le ultime di Roma reclusa

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18 maggio 2020

C’erano di nuovo bicchieri abbandonati e bottiglie vuote sotto i piedi di Giordano Bruno, giovedì notte a Campo de’ Fiori. Distrattamente, quella notte fingeva d’essere una notte qualsiasi e invece si era ancora in piena reclusione. Ma in quel momento, in quelle bottiglie vuote, infranta ogni regola, ogni cosa è parsa finalmente tornare ciò che era prima, e le persone a passeggio e i bambini di corsa a conquistarsi quella piazza che forse di notte, così tutta per loro, non l’avevano vista mai. Discretamente, sorridevano persino le guardie, e chi lo sa quant’è che non gli capitava. Mancavano ancora tre giorni alla fine del lockdown e pareva già la Sera dei miracoli.

Pareva davvero di ritrovare almeno un po’ dell’ebrezza di quella città che si lasciava alle spalle gli anni Settanta, mentre l’estate – l’Estate romana, letteralmente – incendiava il cielo e la gente correva nelle piazze per andare a vedere. Ma nella città di questi tempi è soltanto l’illusione di un momento. Altrove, infatti, in queste ultime notti la città ha continuato ad esser silenziosa e vuota; ma non del silenzio di una qualsiasi notte, piuttosto di un silenzio pesto e denso. Del silenzio di chi smarrito attende.

Non era insomma quella di giovedì la sera dei miracoli, e non lo sono state neppure quelle successive. Erano chiusi – ma in verità non proprio tutti – persino i fiorai, che a Roma non chiudono mai; vuote le latte che sempre contengono i vasi, spente le luci sempre accese, sparite le piante sempre sparse ovunque sui marciapiedi. E si poteva avere paura, allora, di tanta solitudine nera e muta che col buio era ancora ovunque, qui e là per la città: per i vicoli e in certe piazze meno battute. E non restava che tornare a casa ad aspettare, insieme alla città, che quel miracolo finalmente si compisse. Ecco, insomma, che Roma in queste sue ultime notti da reclusa, in queste notti di polizia e gabbiani, è parsa, sì, ingentilita rispetto alle settimane scorse, ma in modo intermittente. E, smarrita e sola, le ha vissute come si vivono le ore di vigilia.

E poi, a confondere tutto, è arrivato lo scirocco. È arrivato il caldo a mezzanotte. Lo scirocco fa le notti anarchiche e levantine, e Roma allora si fa torbida e sensuale, e assedia ciascuno di promesse. In giro, rare presenze notturne e passi stralunati per il caldo a interrompere il silenzio, ma ecco infine Piazza Navona, ecco una nuova promessa di normalità, come a Campo de’ Fiori. Una coppia su una panchina sotto Sant’Agnese in Agone, e poi le biciclette, le voci. Dovrebbe essere sempre così, la sera qui è sempre stata così, ogni adulto è stato ragazzino a piazza Navona, chiunque ha fatto il giro delle fontane in bicicletta. E dunque di cosa mai ci si può stupire se ancora accade ciò che è sempre accaduto? Eppure in queste notti ogni cosa, a rivederla, pare nuova. E in questo pensiero si resta incastrati nell’attesa che il miracolo si compia.

In Piazza Farnese soltanto il rumore dell’acqua delle fontane sa rompere l’assedio del nulla, come di giorno hanno fatto ovunque le campane, e queste soprattutto – le campane – quasi irriconoscibili poiché piantate in un silenzio quotidiano innaturale che sconcerta perché se non c’è nessuno ad ascoltare le fontane e le campane, se non c’è nessuno ad ascoltare Roma, e se restano soltanto pietre e muri disabitati e senza presente, allora Roma sparisce anch’essa insieme alle persone.

Di tutte queste notti, forse l’ultima, quella di domenica, è stata la più morbida di tutte. Per i vicoli pareva quasi di trovare quella stessa quiete veneziana che fa delle calli un estensione domestica. Come a Venezia, si poteva restare sorpresi da squarci di città che s’aprivano improvvisi dietro l’angolo di un palazzo. E in quest’ultima notte non era più la mancanza di presenza umana a stupire ma il silenzio, poiché pareva sparito quel fondo livido che in tutti questi giorni lo ha accompagnato.

Allora, più che vinta come nei giorni scorsi, nella sua ultima notte da reclusa Roma è parsa di nuovo rassegnata alla vita. Nel buio ancora intatto della città, galleggiavano le luci accese di certi bar di nuovo aperti: vuoti, sì, ma aperti, e poi torneranno anche le persone. Intanto, al Pantheon ci si ricominciava a sedere sui gradini sotto l’obelisco con un gelato in mano. A piazza Navona quasi tutte le panchine di marmo erano occupate e l’intera piazza era attraversata da un mormorio che ricamava parole infinite. A Fontana di Trevi si son rivisti persino due stranieri. Parlavano uno strano inglese. Hanno chiesto a un ragazzo di scattare una foto col cellulare. Si sono messi in posa di fronte alla fontana. Poi sono scappati via. Nessuno è parso chiedersi cosa sdarebbe accaduto la mattina dopo.

Alla fine di quest’ultima notte prima della vita, insomma, la città è parsa aprirsi in un sorriso. I palazzi sul Campidoglio erano ancora strepitosamente illuminati ma d’improvviso sono spariti i posti di blocco: ecco, finalmente si era liberi per la città!

Allora, forse è stata proprio questa la sera dei miracoli, quella nella quale davvero Roma se ne è andata carambolando verso la vita normale, sebbene senza nessuna certezza, senza sapere cosa sarà il domani, cosa la normalità. Ma, d’altra parte, la vita è così, è il rimbalzo sporco di un pallone, e la normalità soltanto un’illusione borghese.

 

Qui la prima parte del reportage, qui la seconda parte.

TAG: #Coronavirus #Covid19, campo de' fiori, fontana di trevi, notte, pandemia, piazza navona, Roma
CAT: Roma, società

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