Memoria e Futuro
Andamento lento
Caro lettore, accomodati. Oggi parliamo di un capolavoro di ingegneria politica e infrastrutturale: la Sicilia. Un’isola che, mentre il resto del mondo corre verso l’alta velocità, ha deciso di riscoprire la contemplazione. Il Ministero dei Trasporti, con un colpo di genio che definire “salviniano” è riduttivo, ha imposto un limite di 60 km/h su gran parte delle autostrade A18 Messina-Catania e A20 Palermo-Messina. Sì, hai capito bene: sessanta. La stessa velocità con cui una Fiat Panda del 1995 affronta una salita con l’aria condizionata accesa.
La motivazione è presto detta: le barriere di sicurezza sono “inadeguate”, i viadotti scricchiolano e alcune delle gallerie hanno bisogno di una ristrutturazione che non si vede da cinquant’anni. Il super ispettore ministeriale Placido Migliorino, dopo un sopralluogo, ha decretato che “l’esercizio autostradale non si svolge in condizioni che corrispondono ai requisiti minimi di sicurezza”. Tradotto dal tecnico: se vai a 130 all’ora, rischi di volare giù dal viadotto come in un film d’azione, ma senza il lieto fine. La soluzione? Rallentare tutto. Rallentare al punto che, come ha osservato qualcuno, l’autostrada non sarà più un’autostrada, ma “diventerà strada urbana”. E allora perché non mettere direttamente un semaforo ogni chilometro e un vigile urbano a dirigere il traffico?
Ma non finisce qui. Mentre il Ministero dei Trasporti si accanisce con i limiti di velocità, la Regione Sicilia è nel bel mezzo di una crisi di governo che definire “vivace” è un eufemismo. Il presidente Renato Schifani, dopo una marcia indietro del suo partito sulla ricandidatura che sembrava cosa fatta, sta valutando le dimissioni. La giunta è convocata d’urgenza per i “provvedimenti più urgenti”, che tradotto dal politichese significa: “vediamo se riusciamo a salvare la baracca”. Nel frattempo, gli alleati di coalizione esprimono “apprezzamento per il lavoro di Schifani”, che è il modo elegante per dire “non vogliamo prendercene la responsabilità”. La riunione della giunta convocata d’urgenza ieri ha portato ad un nulla di fatto. Vedremo in futuro. Ma sono bizze, come quelle del suo predecessore Musumeci. Che poi per traslocare da Palazzo d’Orleans non ricandidandosi si è accontentato di fare il ministro. Cosa accontenterà l’ex presidente del Senato? Il Quirinale?
Ora, mettiamo insieme i due quadri. Da una parte, un governo regionale che va a sessanta all’ora, nel senso che non riesce a fare una notizia che sia una senza che qualcuno si dimetta o venga indagato. Figurarsi governare. Dall’altra, due autostrade che vanno letteralmente a sessanta all’ora, perché altrimenti il viadotto sotto di te potrebbe decidere di farti fare un volo non autorizzato. È una coincidenza? Io non credo. È chiaramente una metafora politica su ruote.
E pensare che c’era e c’è ancora chi sogna il Ponte sullo Stretto. L’opera faraonica, il simbolo del progresso, il collegamento tra Sicilia e Calabria che avrebbe dovuto farci entrare nel futuro. Peccato che, mentre l’amministratore delegato Pietro Ciucci annuncia che “entro dicembre potremmo entrare nella fase realizzativa”, precisando però che questo “non significherà l’immediata apertura dei cantieri” (non dubitavamo, ingegnere), le autostrade che dovrebbero portare a quel ponte sono ridotte a piste di pattinaggio. Il paradosso è sublime: il Ministero dei Trasporti, lo stesso che spinge per il Ponte come simbolo di progresso, è anche quello che ha imposto il limite di 60 km/h sulle autostrade siciliane. Da una parte ti costruiscono il ponte più lungo del mondo, dall’altra ti fanno viaggiare a passo d’uomo per arrivarci.
Il Consorzio Autostrade Siciliane, dal canto (e a modo) suo, rassicura: ci vorranno “almeno altri due anni” per i lavori definitivi di ristrutturazione delle parti autostradali compromesse. Due anni. Lo stesso tempo che, secondo i bene informati, potrebbe servire per capire chi governerà la Sicilia dopo la prossima crisi di governo. O forse no, due anni potrebbero non bastare. Ma una cosa è certa: almeno in autostrada, qualcuno ha finalmente messo un limite. Un limite di velocità, s’intende. Perché un limite alla fantasia politica, ahimè, non è ancora previsto dal codice della strada. E il Ponte sullo Stretto? Resterà lì, sospeso tra cielo e mare, in attesa che qualcuno trovi il coraggio di costruirlo. O almeno di arrivarci senza addormentarsi al volante.
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