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Memoria e Futuro

Chiacchiere da caffè

di Marco Di Salvo 7 Ottobre 2026

Al tavolino accanto al mio, mentre aspetto il caffè, un gruppo di persone di età e “gender” diverso discute di vari argomenti con la sicurezza di chi sa tutto. A un certo punto uno dei soggetti si rivolge all’altro: hai visto il documentario Gaza? L’altro annuisce, un terzo aggiunge un aggettivo, un quarto completa la frase del primo e si mette a sproloquiare di torti e ragioni. Io prendo il caffè e sospiro.

Che cosa avrei dovuto fare? Alzarmi, forse, come in quella serie televisiva italiana, quella dell’avvocato Ligas. Mi colpì la scena iniziale quando la vidi. La serie comincia nella sala d’attesa di un dentista, a Milano. Una madre e un bambino hanno davanti un rebus della Settimana Enigmistica e ci lavorano insieme, lei con l’aria di chi sa come si fa, lui con la fiducia di chi si affida alla mamma. Il guaio è che lei sbaglia le parole, una dopo l’altra, e le sbaglia con una sicurezza tale che il bambino le accetta senza dubitare. Seduto poco più in là, Ligas ascolta e capisce che non stanno risolvendo niente. Stanno trovando parole che suonano bene e non sono quelle del rebus. A un certo punto si alza e interviene senza cattiveria, perché un rebus sbagliato lo infastidisce come a certuni dà fastidio un quadro storto.

Il rebus è un gioco di parole travestito da disegni. Sotto le immagini c’è una frase da ritrovare, e una frase quasi giusta non vale niente. Basta una lettera di troppo e la soluzione che pareva buona si rivela un’altra cosa. Al tavolino accanto al mio si stava risolvendo un rebus allo stesso modo, con la stessa sicurezza e lo stesso bambino che si fida. Nessun Ligas si è alzato, e io nemmeno.

Perché si erano calati benissimo nella parte. Avevano il tono giusto, le pause giuste, quell’abitudine di abbassare la voce quando si arriva al punto che si pretende decisivo. Chiunque li avesse ascoltati da lontano avrebbe giurato di trovarsi davanti a persone che sanno di che cosa parlano. Peccato che ripetessero, parola per parola, quello che certe parti desiderano si ripeta. Erano le frasi che circolano da tre anni e tornano utili a chi le ha messe in giro, e passavano da una bocca all’altra con la naturalezza di una moneta che nessuno controlla più se sia buona o falsa.

Il documentario, lo sapete certamente, si chiama Naza. Lo hanno girato Yuval Abraham e Rachel Szor, di notte, sui tetti di Tel Aviv, facendo parlare ufficiali dell’intelligence israeliana, e a Venezia è stato applaudito per ventiquattro minuti e mezzo. Basta questo per capire che il titolo non era Gaza. Qui si vede il difetto che mi trascino dietro e che chi mi legge conosce: io sono ancora fissato con le parole. Amassi i tatuaggi nei miei vent’anni avrei rubato a Moretti la sua formula: «Le parole sono importanti» per incidermela sulla pelle. Dall’altra parte a corredo avrei messo la frase di Leonardo Sciascia: «l’italiano è il ragionare». Chi sbaglia il titolo di un film non ha fatto un semplice lapsus, non ha contezza del titolo, non ha letto una pagina, non ha sentito un nome. Ha ricevuto la parola già pronta e l’ha rimessa in circolo. Il fervore, poi, c’era, e in abbondanza, ma non ho capito da che parte stessero, e ho il sospetto che non lo sapessero con precisione nemmeno loro. Avevano il tono e non il contenuto.

Io ho un’abitudine che risale al 1991. Da allora non seguo le guerre in diretta. All’epoca mi sembrava una forma di pudore, o forse di fastidio. Con il passare degli anni è diventata più costosa, perché mi ha allontanato dai cosiddetti bene informati, di cui il gruppo del tavolino erano un esemplare perfetto. Chi segue la guerra in diretta ha sempre qualcosa da dirti, e il tuo silenzio viene preso per ignoranza o per cinismo. Spiegare che hai smesso di guardare per cominciare a capire non porta da nessuna parte.

La mia, a pensarci, è una piccola diserzione. Mica quella della canzone di Boris Vian, cantata in italiano da Ivano Fossati, che è anche più famosa in questi tempi. I pacifisti la citano volentieri, la mettono nei post, la fischiettano ai cortei. Poi si siedono a discutere e della diserzione non resta niente. Parlano come quelli del tavolino, scelgono la parte, ripetono le formule, completano la frase dell’altro. Vian rifiutava la cartolina precetto, loro accettano tutte quelle che arrivano, purché portino il timbro giusto. Servirebbe una diserzione più modesta e più difficile, che consiste nel lasciar cadere le parole sbagliate, rifiutare le frasi già pronte e cominciare una discussione ammettendo che non si sa.

Un giorno ho scoperto che non ero solo a pensarla così. Durante quella stessa guerra del Golfo, all’università del Massachusetts avevano intervistato duecentocinquanta persone a Denver, e ne era risultato che chi guardava più televisione sapeva meno. Otto su dieci sapevano dei missili Patriot, appena il tredici per cento sapeva che Washington, prima dell’invasione del Kuwait, aveva lasciato intendere a Saddam Hussein di non voler intervenire. Chi guardava di più sapeva di meno e sosteneva di più la guerra. Altri studi, più recenti, hanno dimostrato che a chi viene chiesto di spiegare come funziona una misura politica, e non perché la sostiene, cala la fiducia nella propria comprensione e si ammorbidiscono le posizioni. L’«hai visto?» del bar è l’esatto contrario di quell’esperimento, perché nessuno ti chiede come, tutti vogliono sapere solo se ti sei schierato.

La guerra che attraversiamo, quella che sembra non finire, ha fatto un’altra vittima oltre alle persone. Ha tolto la possibilità del confronto. Per discutere servono due persone che sappiano qualcosa e abbiano voglia di scoprire che l’altro sa qualcosa di diverso, e per approfondire serve il tempo che la diretta consuma. Il documentario, con i suoi ottanta minuti di gente che parla piano su un tetto, sarebbe il rimedio, forse, se combinato con altra conoscenza. Invece viene triturato anche quello, rimesso in circolo come slogan, con il titolo sbagliato e la certezza giusta.

Oggi sono tre anni dal 7 ottobre. Il gruppo del tavolino ordina un altro giro e continuano. Io finisco il caffè, appoggio la tazzina sul piattino e sospiro un’ultima volta, più piano.

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