Memoria e Futuro
Citare per esistere
Il cartello più sincero del corteo l’ha scritto un altro. Sulla pagina dei giornali lo si è visto nel weekend alto sopra le teste, tra una bandiera di Cuba e un tricolore palestinese: stampatello da quaderno, pennarelli verdi e rossi, una domanda sul perché vincano i potenti mentre muoiono gli eroi. Chi l’ha scritto ha speso il suo tempo per mettere in fila le parole di un ragazzo pugliese di ventiquattro anni, che fa il rapper e che a tredici, quando il nonno gli regalò Delitto e castigo, lo lesse tutto d’un fiato. Il verso chiude un disco dove lo stesso ragazzo si tiene stretti Dostoevskij, Guccini e i CCCP, senza nemmeno nasconderli. Una staffetta di prestiti, e in mezzo una calligrafia.
In un’altra pagina di giornale c’è un comizio in Texas. Sopra la folla svetta un cartello bianco con tre parole di Vangelo in inglese: Love thy neighbor, ama il prossimo tuo. Duemila anni di anzianità e nessun diritto d’autore da pagare. Messi uno accanto all’altro, i due cartelli hanno in comune il prestito, uno da un rapper di ventiquattro anni e l’altro da un libro che ne ha duemila, e la lunghezza giusta per l’obiettivo, tre secondi di lettura. Poi si separano. Quello italiano è una domanda e non la rivolge a nessuno, con l’aria di chi sa già che vincono sempre gli stessi. Quello texano è un ordine, e lo rivolge proprio a chi la pensa diversamente, perché il prossimo è per definizione quello che non hai scelto. Da una parte si canta la sconfitta, dall’altra si prescrive un comportamento. In nessuno dei due c’è una riga di programma.
I candidati, in Texas, non fanno meglio. Il repubblicano ha intitolato la sua tournée Come and Take It, il motto della bandiera col cannone di Gonzales, 1835. Il democratico Clear Eyes, Full Hearts, preso a una serie televisiva su una squadra di football in un paese texano di fantasia.
Poi ci sono gli slogan beceri, inevitabili come la pioggia di novembre. Dal palco, a Lubbock, il presidente degli Stati Uniti dà del «freak» all’avversario del suo candidato. Per strada, in un corteo romano, vanno a fuoco due cartelloni con la faccia della presidente del Consiglio. In mezzo c’è il commercio: online si comprano cartelli già pronti, in schiuma, contro Trump e contro Musk, a poco più di trenta euro. Becero dal palco, becero in strada, e per tutti un cartello di serie. Nessuno di questi slogan dice qualcosa di chi lo porta.
La piazza ha preso la grammatica dei social: il cartello fa da didascalia, il verso del rapper da frase di profilo, il corteo da bacheca dove ciascuno appende la sua citazione. E come in rete la citazione si stacca dal suo contesto e va per conto suo, sotto la foto di un tramonto o sul cartello di un corteo. Il verso di Kid Yugi nasce come lamento personale e finisce in mano a gente che marcia perché crede che il potere si possa piegare, e dice che vincono sempre i potenti. Un cartello che contraddice il corteo che lo porta, e poco importa, perché si legge benissimo a favore di tele(e foto)camera. In Francia i ragazzi eseguono davanti ai poliziotti coreografie nate su TikTok, travestiti da Napoleone. Un notiziario italiano li mette tra quelli che se ne fregano delle proteste, mentre una storica francese vi legge l’energia che fa venire voglia agli altri di unirsi. Resta una differenza di contesto. In rete la citazione è “divanata” e gratis, in piazza si paga in pioggia, in ore, in manganelli possibili, e per questo un cartello a mano pesa più di un post.
Altrettanto inevitabile è la caccia alla violenza, e qui la redazione fa da algoritmo. In ogni giornale il titolista ha un cassetto con la parola “tensione” già pronta. Il 22 ottobre un quotidiano fiorentino aveva titolato la paura della guerriglia in centro per un corteo che si sarebbe tenuto due giorni dopo, e in quei giorni la cronaca romana annunciava il timore di nuovi scontri. Quando il giorno arriva e in via Marmorata si rovesciano i cassonetti, la mezza pagina è fatta e i cartelli restano fuori campo: il cassonetto è il video che gira, il cartello non fa ascolto. Se la violenza non c’è, si titola l’attesa, e quando il corteo sfila in pace, come a Enna sotto la pioggia, la pace finisce in cronaca locale.
Eppure il cartello resta l’unico che non si può comprare e nemmeno titolare. Chi lo scrive sceglie il verso, i colori, la calligrafia, e rischia di sbagliare l’ortografia davanti a tutti. Dice dove una generazione va a cercare le parole quando quelle della politica le paiono consumate: nella musica, nel Vangelo, in televisione. Una piazza che cita per esistere ha trovato il modo di farsi sentire senza scrivere un programma. Il verso del rapper è il santino di chi non crede ai santini. Passerà di moda, come passano i versi, e resterà la calligrafia di chi ha deciso da sé dove mettere il verde e dove il rosso.
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