Memoria e Futuro

Diversi da chi

di Marco Di Salvo 27 Febbraio 2026

C’è un rito che si ripete con la regolarità di una stagione. Si chiama fine della legislatura, e in Italia porta con sé invariabilmente tre cose: dichiarazioni di intenti, un gruppo di “tecnici” che lavora di notte, e, alla fine della fiera, una nuova legge elettorale cucita addosso a chi la scrive. È accaduto di nuovo: il centrodestra ha raggiunto un accordo nella notte, chiuso nella sede di Fratelli d’Italia in via della Scrofa, e ha una proposta di riforma elettorale che possiede già l’ennesimo soprannome da latinorum maccheronico: “Stabilicum”. Come se chiamarla in latino la rendesse più seria, più solida, più destinata a durare. Spoiler: non durerà neanche questa (sempre che riescano a farla).

Prima di capire cosa cambia, vale la pena ricordare da dove veniamo. Perché la storia recente della legge elettorale italiana è la storia di un paese che non ha mai smesso di credere che il problema fosse lo strumento, mai la mano che lo impugna.

Nel 2005, a pochi mesi dalle elezioni, il governo Berlusconi approvò il Porcellum — nome coniato dal politologo Giovanni Sartori, che lo ricavò da una dichiarazione dello stesso padre della legge, Roberto Calderoli, il quale in un’intervista televisiva l’aveva definita candidamente “una porcata”. Un proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate, pensato per non far vincere con una maggioranza chiara il centrosinistra. Vinse comunque Prodi, per un soffio. La legge fu poi dichiarata incostituzionale dalla Corte nel 2014: nove anni dopo la sua approvazione, con in mezzo tre elezioni celebrate con norme che si sapevano difettose.

Nel 2015 Renzi ci riprovò con l’Italicum — soprannome coniato stavolta dallo stesso Renzi, con un’autoironia che in retrospettiva suona beffarda. Un proporzionale con ballottaggio e premio di maggioranza per chi arrivava primo. La legge era pensata in coppia con la riforma costituzionale che avrebbe eliminato l’elezione diretta del Senato, ma quella riforma fu bocciata dal referendum del 2016 e l’Italicum rimase monco. La Corte Costituzionale lo dichiarò parzialmente incostituzionale nel 2017, cassando il ballottaggio. L’Italicum non venne mai applicato nemmeno una volta.

Nel 2017, a pochi mesi dal voto del 2018, arrivò il Rosatellum — nome dal relatore, Ettore Rosato, questa volta senza pretese di latinismo. Un ibrido con un terzo di collegi uninominali e il resto proporzionale, non amato da nessuno ma abbastanza stabile da reggere due elezioni. Una legge che non ha ha dovuto subito l’affronto di essere è bocciata dalla Corte Costituzionale perché blindata dalle commissioni elettorali parlamentari. Fino ad oggi.

Siamo così alla settima legge elettorale in trent’anni. Ogni volta con la stessa giustificazione: stabilità, governabilità, chiarezza per i cittadini. Ogni volta con lo stesso risultato: regole scritte da chi era al governo per chi stava al governo. E ogni volta con un soprannome che ne fotografa l’essenza — Porcellum, Italicum, Rosatellum, Stabilicum — come se l’ironia collettiva fosse l’unico modo che gli italiani hanno trovato per metabolizzare l’indigeribile.

Qui si inserisce il paradosso del momento. Giorgia Meloni aveva (il passato oramai è d’obbligo) costruito la sua identità politica sulla discontinuità. “Siamo diversi dal solito centrodestra dei palazzi”, ripeteva. “Noi alle promesse facciamo seguire i fatti”. Lei stessa aveva definito la legge elettorale “la madre di tutte le riforme”. Non una mossa tattica: una visione. E invece i lavori sul testo si sono svolti tra tecnici (con rispetto parlando, visti i trascorsi risultati) e rappresentanti dei partiti di centrodestra, riuniti per ore nella sede nazionale di Fratelli d’Italia in via della Scrofa, senza alcun coinvolgimento delle opposizioni. L’accordo è arrivato di notte, con le opposizioni che l’hanno appreso dalla agenzia di stampa e dai giornali. Un bel viatico, per una legge che si vuole, a parole, condivisa.

Tra i negoziatori seduti a quel tavolo c’era anche Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali e delegato dalla Lega. Lo stesso Calderoli che vent’anni fa aveva firmato il Porcellum e lo aveva definito lui stesso una porcata. Evidentemente l’esperienza non lo ha scoraggiato. Anzi: lo ha affinato. Questa volta il nome della legge suona più nobile, anche se il meccanismo di fondo — regole scritte di notte dalla maggioranza per avvantaggiare la maggioranza — è identico.

La proposta prevede il superamento del Rosatellum: eliminazione dei collegi uninominali e ritorno a un sistema prevalentemente proporzionale, con un premio di maggioranza di 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che superi il 40% dei voti. Soglia di sbarramento al 3%. E mi raccomando, niente preferenze: liste bloccate, quindi i parlamentari li scelgono i partiti, non gli elettori. Il nome del candidato premier non sulla scheda, ma nel programma depositato al Viminale (che riformisti!).

Il problema immediato (immediato si fa per dire, visti i tempi dell’Alta Corte) è la costituzionalità. La Corte del 2017 aveva fissato un limite preciso: il premio non può portare una coalizione oltre il 55% dei seggi, per evitare che la maggioranza elegga da sola le cariche di garanzia come il presidente della Repubblica. Lo Stabilicum, con il suo premio fisso, rischierebbe di portare una coalizione al 57,5% dei seggi, superando quel confine. In altre parole, la proposta rischia di essere incostituzionale prima ancora di entrare in vigore — esattamente come le sue precedenti incarnazioni. Ma si sa, poco importa. C’è poi una coincidenza difficile da ignorare: i collegi uninominali erano stati quelli che nel 2022 avevano materialmente permesso al governo Meloni di costruire l’attuale maggioranza. Ora che l’opposizione si sta ricompattando, quegli stessi collegi potrebbero premiare un centrosinistra unito. Meglio, dunque, cambiare sistema.

Non sono solo le opposizioni a guardare con sospetto. La Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa, ha già avvertito da anni: le leggi elettorali non dovrebbero essere modificate nell’anno che precede le elezioni. Le elezioni sono previste nel 2027, i tempi sono stretti, e il confronto pubblico per ora non c’è stato.

L’instabilità italiana non nasce dalla legge elettorale. Nasce dalla frammentazione dei partiti, dal trasformismo parlamentare, dalla mancanza di una cultura politica capace di tenere fede agli accordi di coalizione. Cambiare le regole del voto non cambia niente di tutto questo — lo dimostra il fatto che l’abbiamo fatto sei volte in trent’anni e i governi durano ancora in media meno di due anni. Lo Stabilicum è l’ennesima illusione che basti una norma a risolvere un problema di cultura politica. E il fatto che venga da un governo che si presentava come radicalmente diverso dai predecessori lo rende, se possibile, ancora più deludente. Uguale agli uguali. Più uguale di tutti.

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