Memoria e Futuro
È stato un attimo
“C’è stato un momento in cui si è intravista la meta lontana, la vera ragione del nostro passaggio su questo pianeta. Ma è stato un attimo, soltanto un attimo.” Mario Venuti cantava così nel 2006, e la canzone “È stato un attimo” parla di una situazione precisa: c’è un attimo di chiarezza che arriva, che ti illumina tutto, e poi se ne va. E quel che rimane è il dubbio di averlo veramente visto, oppure se era solo un inganno della luce.
Quella situazione si è verificata, nelle politica italiana, la scorsa settimana. È il racconto esatto di quello che è accaduto a Giorgia Meloni e al suo governo.
Ventitré marzo, sera. Il referendum sulla magistratura aveva detto no. Era l’affollamento stesso ai seggi a dire che qualcosa era cambiato nella percezione di quello che il governo stava tentando di fare. Era il momento in cui la sirena del consenso presunto veniva spenta. Arrivava la chiarezza di Venuti: improvvisamente tutto era visibile.
Nonostante i sondaggi che continuavano a mostrarla forte, nonostante quella che credeva fosse l’invincibilità della destra nel paese, gli italiani avevano detto no. Non massicciamente — non come si vota contro un male assoluto — ma con quella freddezza che caratterizza chi decide di non seguire più.
Il giorno dopo, tutto è sembrato spietato. Delmastro si era dimesso. Poi Bartolozzi. Poi era toccato a Santanchè vivere ore di incertezza, tra quelli che le dicevano di andarsene e quelli che ancora una volta sceglievano di proteggerla.
Era l’illuminazione: il governo non era invulnerabile. Era la fase della resa, il momento in cui Meloni doveva guardare a sé stessa e domandarsi cosa fosse veramente il suo governo. Se fosse davvero quello che aveva detto di essere — un governo di trasformazione, di rinnovamento, di rottura con il passato — oppure se fosse semplicemente un governo come gli altri, che parla di cambiamento mentre amministra la continuità.
In quei giorni, tutto sembrava limpido. Tutto era chiaro. Era il momento in cui il velo cadeva, e si vedeva la vera natura del governo: non la forza di trasformare, ma l’incapacità di farlo.
Ma la canzone di Venuti dice una cosa precisa: “è tutto chiaro improvvisamente, dopo un po’ non rimane niente”. Torna il buio. Torna la gestione ordinaria. E infatti, dopo quella giorni di presunta chiarezza, tutto è tornato a essere confuso, opaco. Il governo ha smesso di fare scena, ha smesso di confessare la propria debolezza, ha ripreso il respiro e ha detto: continuiamo come prima. Continueremo a governare, continueremo a proteggere il sistema, continueremo a mantenerlo così come sta.
Torna la routine. Torna il sistema dei soliti. Torna Descalzi ad Eni, torna Del Fante a Poste, torna Cingolani a Leonardo. Perché in quella settimana di chiarezza, Meloni aveva capito una cosa terribile: che Fratelli d’Italia non ha la classe dirigente per rinnovare nulla. Che non ha i nomi, non ha i manager, non ha gli amministratori delegati da mettere al posto dei vecchi. Che l’unica cosa che può fare è confermare, proteggere, mantenere.
Una scelta che viene da lontano. Nel corso dei primi diciotto mesi da ottobre 2022 a giugno 2024, il governo Meloni ha fatto 1024 nomine dirette o indirette in enti pubblici e società partecipate. Una media di due virgola cinque persone al giorno che ricevevano un incarico in amministrazioni pubbliche, università, enti di ricerca, società della difesa, infrastrutture. Non è un governo bloccato dalle nomine. È un governo che ha nominato freneticamente. Ma tutte queste nomine erano nei livelli minori, negli enti secondari. Nei posti che contano davvero — Eni, Poste, Leonardo, Cassa depositi e prestiti — ha confermato tutto. Ha scelto la continuità come virtù. E se ciò era comprensibile appena arrivati al governo, quasi alla fine della legislatura cosa accadrà?
E adesso arriviamo al momento in cui la canzone di Venuti entra nel futuro. Perché quella chiarezza che è arrivata per un istante non è sparita completamente. È seduta come un’ombra dietro le prossime decisioni che il governo deve prendere. Tra adesso e le elezioni, ci sono ancora nomine importanti da fare. Ci sono rinnovi che non possono attendere. Posti che si libereranno. È qui che si vedrà veramente che cosa è la Meloni, che cosa è FdI.
E la domanda è esattamente quella della canzone: era davvero chiarezza, oppure era solo un attimo di inganno? Era una vera crisi della continuità, oppure era solo una crisi temporanea da gestire mediaticamente? Se Meloni usasse queste ultime nomine per dire, dopo quasi quattro anni al governo: adesso basta, adesso rinnoviamo davvero, adesso rischiamo e mettiamo gente nuova, anche se non la conosco perfettamente, anche se litigheremo nella coalizione — allora quella chiarezza era vera, e il governo avrà imparato qualcosa dal referendum.
Se continuerà a fare quello che ha fatto fino adesso: confermare i soliti, proteggere il sistema, mantenere la continuità nella speranza che questa continuità la protegga anche lei — allora quella chiarezza della settimana era solo un attimo, e il governo avrà scelto di tornare al buio.
Perché il vero calcolo di Meloni è questo. Non è sulla base della sua capacità di rinnovamento che spera di essere conservata al potere. È sulla base della sua capacità di mantenere le cose come stanno. Se mantiene Descalzi ad Eni, mantiene la tranquillità economica. Se mantiene Del Fante a Poste, mantiene l’equilibrio di una macchina che funziona. Se mantiene Cingolani a Leonardo, mantiene la pace con quella parte di Draghi che rimane seduta dietro i governi. E se mantiene questo sistema, allora anche lei rimane in piedi. Anche lei è protetta dalla stabilità amministrativa che ha scelto di non toccare.
La settimana dal ventitré marzo a oggi è stata come la canzone di Venuti. C’è stato un momento in cui tutto sembrava visibile. C’è stato un attimo in cui Meloni doveva scegliere se essere davvero trasformatrice oppure se restare nel sistema. E ha scelto di restare. Ha scelto di proteggere, di confermare, di mantenere. Ha scelto il buio.
Adesso il vero test arriva con le prossime nomine. Perché quella chiarezza rimane seduta come un rimprovero. Rimane come la domanda che non si può ignorare: se davvero il governo crede nella trasformazione dello Stato, se davvero FdI crede di essere diversa da tutti gli altri, allora adesso deve dimostrarlo. Adesso deve rinnovare. Adesso deve rischiare.
Oppure deve ammettere — come la canzone di Venuti ammette — che era solo un attimo, che la meta lontana non era raggiungibile, che dopo quel momento di chiarezza non rimane niente se non la gestione ordinaria della continuità. Che il governo è come tutti gli altri governi, che parla di trasformazione mentre amministra la resa.
Vedremo cosa farà Meloni con queste nomine. Vedremo se avrà il coraggio di quella chiarezza, oppure se sceglierà di nuovo il buio. Vedremo se quella settimana è stata davvero l’illuminazione che spacca la storia, oppure se è stata solo un attimo passeggero, come canta Venuti, “tutto chiaro improvvisamente, dopo un po’ non rimane niente”.
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