Memoria e Futuro

Facce da libro

di Marco Di Salvo 13 Aprile 2026

In questo strano momento della storia editoriale italiana, dove ogni anno vengono pubblicati più di 85mila titoli e praticamente nessuno sa dire con certezza quanti di questi vengono effettivamente letti, ci mancavano davvero i libri dei leader politici a ingolfare ulteriormente gli spazi sempre più deserti delle librerie – quei pochi scaffali rimasti dove ormai i libri stessi faticano a trovare spazio, assorbiti come sono dalla marea di carta stampata che nessuno ha voglia di leggere. Eppure ecco che arrivano, puntualmente, come le rondini a inizio primavera.

Buoni ultimi, Giuseppe Conte e Carlo Calenda hanno piazzato simultaneamente i loro volumi: Conte con “Una nuova primavera” (Marsilio, 384 pagine), Calenda con “Difendere la libertà” (Piemme, 208 pagine). Due copertine gemelle: uno in camicia bianca istituzionale, l’altro in primissimo piano combattivo. Due leader che hanno deciso, contemporaneamente, che la cosa di cui l’Italia aveva bisogno in questo preciso momento storico era precisamente questo: i loro libri. E di farne una sorta di “primarie di carta” (a spese di chi abbocca, naturalmente).

La domanda spontanea, naturalmente, è: perché? Perché ancora, quando sappiamo bene che nessuno leggerà questi volumi, quando sappiamo bene che il mercato del libro italiano è in calo persistente, quando sappiamo bene che le vendite effettive saranno una frazione insignificante di quelle annunciate? La risposta non è complicata, e non riguarda affatto il fatto di essere letti.

Il libro, per un leader politico, non è più uno strumento di comunicazione nel senso tradizionale. Non è scritto per convincere il lettore di qualcosa. È scritto per generare copertura mediatica. È scritto per avere diritto a una conferenza stampa, a un’intervista televisiva, a un articolo di giornale. Il libro è il pretesto formale attraverso il quale il politico entra negli studi con un motivo in più per essere invitato, si siede di fronte ai conduttori, e racconta una storia di sé. Senza il libro, quegli spazi sarebbero (forse) più difficili da conquistare. Con il libro, il politico si dice che non sta facendo pubbliche relazioni – sta facendo una cosa legittima, culturale, intellettuale.

È brillante, sempre secondo loro, dal punto di vista della gestione della comunicazione. Perché il libro ha un’aura che la pura propaganda non ha. Se Conte organizzasse una conferenza stampa per dire “ecco la mia visione del Paese”, i giornali potrebbero decidere di non mandarci nessuno. Ma se Conte pubblica un libro e organizza una presentazione, allora è una notizia culturale, una novità editoriale, e i media arrivano. La macchina si mette in movimento. E il libro, naturalmente, non ha nulla a che fare con il fatto che qualcuno lo legga. Ha tutto a che fare con il fatto che qualcuno ne parli.

Ecco perché Calenda organizza un tour di presentazioni in tutta Italia: Milano, Roma, Napoli, Bologna, Genova, Bergamo. Ogni tappa è un’occasione per generare una notizia locale, per avere passaggi televisivi regionali, per essere citato dai giornali delle singole città. Il libro è la scusa. La vera operazione è la visibilità. Tanto poi del libro si parlerà poco o nulla, tutto sarà concentrato sulle dichiarazioni “al margine della presentazione”.

È una cosa che viene da lontano. Negli anni Novanta, quando Walter Veltroni pubblicava i suoi volumi “politici” (poi, per fortuna sua e nostra, è passato ad altro), la cosa era ancora diversa. C’era almeno l’ipotesi che il libro potesse essere letto, che il leader politico si rivolgesse effettivamente a un pubblico di lettori. Oggi no. Oggi il libro (come la motivazione che ha spinto a scriverlo) è trasparente. Sappiamo tutti che non verrà letto. Sappiamo tutti che le vendite saranno gonfiate da acquisizioni amministrative, da obbligo militante, da circoli di partito (quando ci sono) che comprano copie per riempire le biblioteche locali. E nessuno pone obiezioni. Nessuno dice “ma che senso ha?”. Nessuno dice “ma se nessuno lo legge, a che serve?”.

Serve perché il libro non è destinato al lettore. È destinato al sistema dei media. È un oggetto che ha il diritto di essere discusso in televisione, di essere citato sui giornali, di generare dibattito – tutto grazie al fatto che esiste in forma di libro, e non di semplice dichiarazione politica. È la forma che conta. La forma è ciò che apre le porte dei media.

Quando Conte annuncia che il suo libro è un’autobiografia politica e manifesto programmatico, non sta dicendo una cosa falsa. Sta semplicemente usando una categoria intellettuale – il libro – per legittimare quello che altrimenti sarebbe una semplice comunicazione politica. Funziona sempre. O, meglio, funziona ancora. Il libro esiste, quindi il libro è notiziabile. Quindi il leader ha il diritto di parlare in televisione, di essere intervistato, di avere spazi sui giornali.

E naturalmente, in parallelo, c’è il fenomeno delle vendite, che è il grande teatro. I numeri che vengono annunciati pubblicamente contengono già, incorporato al loro interno, un sistema di acquisizioni amministrative e di obbligo militante che nulla hanno a che fare con il mercato ordinario del libro. Un assessore riceve una telefonata amichevole: il nostro leader ha scritto un libro, sarebbe bello se la biblioteca comunale ne acquistasse cento copie. Un’azienda che ha interessi presso il politico scopre improvvisamente di aver “bisogno” di libri da regalare al suo evento aziendale. Un circolo del partito organizza una “presentazione” e al termine della serata chiunque non abbia ancora il libro viene invitato a procurarselo. Così, i numeri che il politico annuncia pubblicamente non raccontano la storia di un libro che è stato letto (nulla di diverso con quello che accade anche con la presentazione di libri non politici, quelle occasioni in cui i lettori non possono portarsi i libri già acquistati e magari pure letti da casa ma devono comprarli seduta stante, se vogliono avere un autografo dell’importante autore).  Questo tipo di sollecitazione pare si faccia non solo per i politici in senso stretto ma anche per chi li accompagna, come raccontano le pruriginose cronache delle vicende del ministro dell’interno. Ma tant’è.

La cosa curiosa è che questo sistema pare completamente invisibile. Non è scandalo perché nessuno più batte ciglio sulla sua esistenza. Non è nemmeno una pratica contestata. È semplicemente come funziona. È il rituale. “Io sono Giorgia” di Meloni ha venduto oltre 170mila copie – eccezionale per un politico. “La nostra parte” di Elly Schlein non ha raggiunto le 10mila. Questi numeri già al loro interno raccontano una storia di consenso, di peso politico, di capacità di mobilitazione. Non è che il libro sia una conseguenza della popolarità – il libro è uno strumento per manifestarla.

E tutto questo, naturalmente, accade mentre il Paese affronta le sue questioni ordinarie: le tensioni geopolitiche, la disoccupazione giovanile, la crisi energetica. I leader pubblicano libri, e quando il libro esce, il sistema mediatico si mette in movimento e dedica pagine e pagine all’evento. Non è perché qualcuno lo leggerà. È semplicemente perché il libro ha dato loro il diritto di parlare, il diritto di occupare spazio, il diritto di essere notizia. È un’economia di attenzione che si alimenta da sola, che non dipende in alcun modo dal fatto che qualcuno stia effettivamente leggendo quello che è scritto.

E mentre i veri lettori italiani continuano a non leggere, mentre i veri scrittori italiani continuano a scomparire sotto le montagne di carta stampata, ecco che il politico arriva con il suo volume su uno scaffale che ogni anno diventa un poco più vuoto, un poco più invisibile. Non importa. Il libro non è stato scritto per lo scaffale. È stato scritto per la televisione, per i giornali, per il sistema dei media che ancora, nonostante tutto, attribuisce un’aura di legittimità intellettuale a un oggetto che è stampato e rilegato. Finché il libro avrà questa aura, i leader politici continueranno a scrivere libri. Non perché qualcuno li legga. Ma perché qualcuno ne parli.

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