Memoria e Futuro
Il binocolo al contrario
La rivolta dei giovani piace ai giornali italiani finché è lontana abbastanza da non poter arrivare in treno. Basta ricordare l’autunno scorso, quando i cronisti scoprirono la “gen Z”. Katmandu, Antananarivo, Rabat, Lima: per settimane non si lesse altro che di ragazzi coraggiosi, nati con lo schermo in mano, armati di una bandiera pirata presa da un fumetto giapponese e di una rabbia che qualcuno trovò perfino poetica. A Katmandu avevano assaltato il Parlamento e il racconto restò quello di una generazione coraggiosa. Vicino ad Agadir i manifestanti attaccarono una caserma della gendarmeria e due ragazzi furono uccisi a colpi d’arma da fuoco; si scrisse repressione, che è la parola giusta per ciò che accadde. Quando il presidente del Madagascar denunciò forze straniere, perfino i robot e le forze delle tenebre, dietro la manipolazione dei giovani, l’accusa suonò per ciò che era, la scusa di un potere in caduta.
Oggi i ragazzi sono in Francia, a poche ore di treno, e il sorriso è sparito. Tutto è cominciato il 21 settembre in un liceo di Créteil, per le ragioni più banali e noiose del mondo, almeno per chi il liceo lo fatto negli ultimi trent’anni: professori che mancano, aule che cadono a pezzi, classi troppo piene. Il ministro dell’Istruzione in persona ha riconosciuto che quelle ragioni sono legittime. Poi la protesta si è allargata fino a toccare quasi un liceo su tre, e a quel punto la legittimità è passata in secondo piano. Soprattutto nei racconti della vicenda. Ed è entrata in gioco la propaganda.
Si osservi il meccanismo, perché è sottile. I nostri giornali le cause le hanno spiegate, e anche bene: nel sommario, nell’occhiello, nel quinto capoverso. Poi, nel titolo, la Francia è «a ferro e fuoco». Si concede la ragione dove la leggono in pochi e si toglie dove la leggono tutti. Il lessico fa il resto: violenze urbane, facinorosi, infiltrati. Gli infiltrati soprattutto. A Katmandu nessuno ne cercò. A Parigi li ha già trovati il governo, che li indica nell’ultrasinistra, e noi lo riportiamo senza sorridere, con la gravità che avevamo dimenticato di usare con le forze del male malgasce.
C’è poi la mano, quella fisica oltre che quella simbolica. Un ragazzo di quindici anni a Lens ne ha perso una per l’esplosione di una granata della polizia. Le versioni, come sempre in questi casi, non coincidono: secondo una fonte sindacale degli agenti l’ha raccolta per rilanciarla, secondo altri siamo davanti a una repressione brutale. Aspettiamo l’inchiesta, dicono i titoli, e fanno bene. Ma chi ricorda le cronache di un anno fa ricorda anche con quale rapidità la colpa trovava il suo indirizzo quando il ferito stava in Marocco. La prudenza è una virtù, e sarebbe bello vederla esercitata con pari equità sulle due sponde del Mediterraneo.
Perché questa differenza? Posso offrire solo un sospetto. Un ragazzo che occupa il Parlamento a Katmandu è un’immagine, uno che occupa il liceo a Lione è un precedente. Lo si è visto in pochi giorni: appena gli studenti italiani hanno parlato di solidarietà e di sciopero internazionale il 20 novembre, la notizia ha cambiato abito e sul titolo è comparso «allarme sicurezza». Allarme per chi? Per i ragazzi, certo no. Il giovane lontano serve a rassicurare i grandi, perché dimostra che da noi non succede, o perché va tutto bene o perché i nostri figli, a differenza degli altri, non hanno ragioni. Il giovane vicino è uno specchio, e chiunque abbia messo piede in un liceo italiano a gennaio sa che cosa vedrebbe a guardarlo.
Ed è curioso che a spiegarci i ragazzi di Katmandu siano gli stessi adulti che per anni hanno decretato la mitezza dei nostri. Si è scritto che i giovani italiani sono apatici, ripiegati, incollati al telefono. Ora che i coetanei francesi mostrano come l’apatia non sia un destino ma una condizione, che dipende da quanto si sta bene e da quanto si è ascoltati, preferiamo non accorgercene. Per certe convenienze, l’apatia è un’ottima notizia.
Nessuno, sia chiaro, ha dato l’ordine. Non serve: i giornali non hanno bisogno di avere paura per sapere da che parte stare. Il lontano si racconta con la poesia perché non costa niente, il vicino con la cronaca perché va amministrato. È il riflesso di chi si è abituato a trattare la gioventù come un paesaggio, da ammirare a distanza e con nostalgia della propria e da tenere fuori dal giardino di casa. I ragazzi francesi hanno un difetto imperdonabile: sono troppo vicini per essere poetici e troppo giovani per essere creduti.
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