Memoria e Futuro

Il capitale della rendita

di Marco Di Salvo 12 Ottobre 2026

Venerdì scorso Donald Trump ha annunciato un accordo per procurarsi gasolio russo, rovesciando anni di pressioni americane su Mosca, e poi nel weekend una tregua energetica tra Ucraina e Russia che né Kiev né Mosca confermano. A tre settimane dal voto di novembre la moneta con cui prova a pagare i suoi elettori delusi, agricoltori e camionisti, è il carburante, e il prezzo della coerenza diventa una voce di spesa come un’altra. Aveva già spiegato che la benzina scenderà «subito dopo le elezioni», una cambiale con scadenza dopo il voto per chi deve fare il pieno oggi. Riuscirà a contrastare così la crisi che rischia di consumare definitivamente il suo capitale politico?

Già, bella definizione, questa. I commentatori italiani usano «capitale politico» come i vecchi parroci dicevano durante le omelie della domenica «grazia»: con tono solenne, senza spiegare che cosa sia e senza accorgersi di quando finisce. Una definizione in realtà esiste, ed è dello studioso americano Paul Light, che la divide in quattro voci: l’appoggio del partito, l’appoggio dell’opinione pubblica, il margine con cui si è vinto, la reputazione. Quando le quattro voci sono in rosso un leader fa quello che fa chiunque abbia finito il capitale, chiede credito, e lo chiede sempre allo stesso sportello, la pompa di benzina del consenso.

Macron, per fare un altro esempio di uno che ha il serbatoio quasi esaurito, ha mandato avanti il suo primo ministro. Mercoledì scorso, in piena crisi dovuta alle manifestazioni giovanili, Lecornu ha parlato alla nazione da Matignon e ha annunciato dieci milioni di barili di gasolio tolti dalle riserve strategiche, per un ribasso di dodici-diciotto centesimi al litro. Il motivo è semplice, un po’ per distrarre dal disastro che ha portato alle proteste giovanili, un po’ per cercare di contenere il tracollo del consenso. A fine settembre solo il diciotto per cento dei francesi giudicava Macron un buon presidente, il minimo da quando abita all’Eliseo, e il margine lo aveva già bruciato con lo scioglimento dell’Assemblea nel 2024. Quando il credito è finito, meglio far parlare un altro.

Anche in Germania non va meglio. Merz domenica ha riunito a Berlino circa venticinque dirigenti della CDU, dopo che il partito è sceso sotto il cinque per cento in Meclemburgo, restando per la prima volta fuori dal Parlamento regionale, mentre l’AfD arrivava al trentotto. La segretaria generale ha parlato di un processo da avviare per tornare un grande partito nazionalpopolare, e il governatore della Turingia, interrogato sull’umore, ha risposto «piovoso». La voce «partito» l’aveva scritta Clara von Nathusius, tesoriera dei giovani democristiani, che ai suoi centomila seguaci su Instagram aveva comunicato che con questo cancelliere non si vincono più le elezioni. È molto simile alla frase di Nanni Moretti a piazza Navona, «con questi dirigenti non vinceremo mai», ma con due differenze. Moretti la gridò da fuori, da regista, a dirigenti che stavano all’opposizione, e un militante gli diede del Tafazzi. Lei la scrive da dentro, nel partito che governa, e ha il vantaggio del nome e cognome del premier tedesco (che serve anche da deresponsabilizzazione personale), perché Moretti prendeva di mira un ceto intero e lei un uomo solo.

Veniamo a casa nostra, che la stampa estera racconta sempre allo stesso modo, con ammirazione e con sorpresa della propria ammirazione, perché non si capisce abroad come faccia l’Italia a sfangarla. Resta da capire soprattutto come si possa ancora reggere di rendita e non di capitale investito, anche e soprattutto in politica. Prendete la Meloni, per YouTrend e Sky Tg24 i giudizi positivi sul governo sono scesi al trentatré per cento e Fratelli d’Italia, da giugno, è passata dal ventotto e due al ventisei e otto, mentre Futuro Nazionale di Vannacci guadagnava poco meno di tre punti. Roma, di cognome, fa Capitale, e anche qui si chiede credito, in questo caro politico. A Spalato Meloni ha detto di essere pronta alle accise mobili, che si pagano con l’extragettito dell’Iva, cioè restituendo agli automobilisti una parte di quello che l’aumento ha fatto incassare allo Stato. Trumpeggia, insomma.

Meloni poi, nei giorni scorsi, si è presa Sud chiama Nord, o meglio se l’è presa in affitto, perché il sindaco di Taormina, Cateno De Luca, tiene il suo simbolo e le sue liste e scivola gioiosamente nel centrodestra nazionale dopo essere stato fiero oppositore di quello siciliano, cosa di cui pare la presidente del consiglio non si sia accorta in questi anni. Il partito sta intorno all’uno e mezzo per cento e corre dentro la coalizione grazie a due deputati prestati per fargli costituire il gruppo alla Camera, e il commissario siciliano di Fratelli d’Italia, Sbardella, lo ha chiamato «prestito tecnico». La quota quarantadue, che dà il premio di maggioranza, si raggiunge così senza cercare un solo elettore nuovo, rilevando quelli che un altro ha già conquistato, e intanto, dice lo stesso De Luca, si tiene fuori Vannacci. Il capitale si guadagna e si spende, la rendita si incassa finché gli inquilini (elettori) non vanno ad abitare altrove, e quando serve di più si prendono in affitto gli inquilini di un altro.

E gli inquilini del centro sinistra(to) italiano? Vorrebbero traslocare, anzi costruirsi una casa tutta loro, e sono pure numerosi: il campo largo, sommato, supera il centrodestra per quarantatré e sette contro quaranta e due, ma soltanto contando Renzi e +Europa. Capitale sottoscritto e non versato, insomma. Ogni socio ha promesso la sua quota e nessuno la versa, ciascuno disegna la propria facciata, e si discute di chi sarà il capocantiere prima di sapere dove cadranno i muri. Una casa senza progetto comune.

Qui sta forse l’equivoco della parola. Il capitale, in politica, lo si riceve in prestito dagli elettori, a un tasso che nessuno ha mai letto e con una scadenza che arriva sempre prima del previsto. Trump, Macron e Merz sono debitori in carica, e il nuovo credito che chiedono alla pompa di benzina serve a pagare gli interessi del vecchio, la parabola di ogni indebitato. A Roma nessuno bussa, perché chi vive di rendita non ha scadenze, e quelli che aspirano a sostituire l’inquilina di questi anni sono occupati a litigare sul disegno della casa nuova. Finché il progetto non c’è, chi sta a Palazzo Chigi può dormire sonni tranquilli, e ai commentatori resta il compito più comodo, quello di chiamare capitale quella che è soltanto una rendita.

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