Memoria e Futuro
Il coprivuoto
Il coprifuoco nasce come un gesto di prudenza domestica. Nelle città medievali, fatte di legno e di paglia, la campana della sera ordinava di coprire il fuoco: si ammucchiava la cenere sulle braci e ci si metteva sopra un coperchio di metallo, perché una scintilla lasciata sola in una notte di vento poteva bruciare un quartiere. La tradizione lo attribuisce a Guglielmo il Conquistatore, che nel 1068 l’avrebbe imposto agli inglesi appena sconfitti, con il vantaggio di impedire ai vinti di riunirsi al buio. Qualcuno lo anticipa ad Alfredo il Grande, i francesi lo fanno risalire al Duecento. Quando salì al trono il figlio di Guglielmo, Enrico, la legge fu abolita e restò la campana, che a Winchester suona ancora ogni sera.
Il fuoco da cui proteggersi cambiò, col tempo. Nell’Italia del 1943, caduto il fascismo, si stabilirono per ragioni di ordine pubblico le ore dalle nove di sera alle cinque del mattino come momento in cui non si poteva uscire da casa. In Algeria la Francia lo applicò dall’aprile 1955 contro gli attentati del Fronte di liberazione. Il 5 ottobre 1961 il prefetto di Parigi, Maurice Papon, lo estese alla capitale ma solo ai «francesi musulmani d’Algeria». Quando decine di migliaia di loro scesero in piazza, il 17 ottobre, senza armi, la risposta fu tale che alcune ricostruzioni contano più di cento morti, e dei corpi si ritrovarono nella Senna. Tornò nel 2005, per le banlieue in fiamme dopo la morte di Zyed e Bouna, diciassette e quindici anni, in fuga da un controllo di polizia. Tornò nel 2015 per il terrorismo e nel 2020 per il virus, quando per la prima volta toccò tutti, e in Italia lo si portò fino alle undici di sera come una concessione.
A Parigi e a Lione, in questi giorni, serve a coprire altro. Dalle undici di sera alle sei del mattino è vietato stare in strada, minorenni compresi, intorno a place de la République e alle Halles. Contro le vetrine rotte e i falò va benissimo. Rispetto a ciò che i ragazzi chiedevano di giorno non dice niente, perché un divieto notturno non è un’aula in più né un supplente in cattedra. Lo si adotta per una ragione molto semplice: è l’unico provvedimento che un governo può prendere senza avere nulla da offrire. Il nome giusto sarebbe coprivuoto.
Basta mettere in fila le cifre francesi. I liceali chiedevano insegnanti, edifici decenti, classi meno affollate, e il loro sindacato ha messo sul tavolo dieci misure per dieci miliardi. Il governo ha risposto con tremila supplenti, tre giorni di lezioni sospese perché ogni scuola discutesse di «democrazia interna», una consultazione online e un piano promesso per fine ottobre. Mercoledì i sindacati sono usciti da Matignon dicendo che nessuna misura era stata annunciata. Intanto, a metà mese, i fermati erano già oltre seimilaottocento, per l’86 per cento minorenni. Il governo e Macron parlano di estrema sinistra che vuole abbattere la Quinta Repubblica, mentre la procuratrice di Parigi faceva sapere che tra i fermati nessuno aveva rivendicato un movente politico. Il presidente, dal canto suo, girava il Golfo a trattare il prezzo del gasolio.
L’Italia ha recitato lo stesso copione in due atti. Gli autotrasportatori hanno bloccato le strade del Sud, gli scaffali dei supermercati si sono svuotati e Salvini ha annunciato un miliardo per la categoria. Fatti i conti, i soldi nuovi sono 160 milioni: il resto era già stanziato, i rimborsi si aspettavano da sette mesi e il credito d’imposta arriverà nel 2027. Una mancetta con l’annuncio di un miliardo, mentre nelle stesse ore il ministro Urso faceva identificare i camionisti e il ministro Nordio parlava di probabili infiltrazioni criminali. Agli studenti è andata peggio. Valditara ha rivendicato gli investimenti sugli edifici e ha chiamato «maranza» la stragrande maggioranza di chi ha devastato Milano. Il governo ha varato il decreto: un reato nuovo di partecipazione violenta ai cortei, fino a cinque anni, minorenni imputabili dai quattordici anni, genitori chiamati a pagare, cinquecento militari a Milano fino al 31 dicembre. Il tetto agli alunni stranieri, uno dei bersagli dei cortei, resta in piedi. La differenza tra i due casi si dice in una riga: chi scioperando ferma le merci riceve qualcosa, chi ferma soltanto sé stesso riceve un decreto sicurezza.
A Tirana Rama ha parlato di mano straniera, di Russia e di Iran, senza portare prove (anche il ministro della difesa italiano ha adombrato infiltrazioni). Il premier albanese ha promesso 2.500 euro agli agenti impiegati nelle piazze e studia di abbassare l’età della responsabilità penale. Sul costo dell’università si è detto pronto a discutere, ed è tutto.
Altrove le piazze sono rimaste in ordine, e lì il governo non ha né represso né risposto. Ad Atene diecimila persone hanno sfilato in pace fino al Parlamento, e Mitsotakis ricorda ai manifestanti gli aiuti per l’energia. A Madrid il Parlamento ha bocciato i decreti sulla casa del governo e Sánchez ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre. A Lisbona hanno piantato le tende. Dove la piazza non rompe niente non succede niente. Dove rompe arriva la questura, ma in nessun caso arriva una risposta concreta.
Qui nasce un sospetto, che, per carità, resta un sospetto. Le vetrine rotte ci sono, i poliziotti feriti anche, più di settecento in Francia e centonovantuno in Albania, e nessuno può far finta di niente. Ma il decreto, il coprifuoco, il bonus agli agenti fanno un altro lavoro, oltre a quello dichiarato. Finché si parla di ordine pubblico non si parla di quanti insegnanti mancano, di dove si trovano i soldi, di che cosa si può davvero concedere a ciascuna categoria. Un governo che reprime non ammette niente. Un governo che tace davanti a una richiesta precisa lascia vedere che la risposta non ce l’ha. Per chi governa il rischio è questo: che i cittadini si accorgano che dall’altra parte del tavolo c’è una sedia vuota.
A mezzanotte, in place de la République, non c’è nessuno. È il ritratto più fedele che i governi contestati in giro per l’Europa potessero fare di sé.
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